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Photo by ffela

di Pseudonimo*

C’è qualcuno qui a Berlino che utilizza l’energia prodotta dal metabolismo per dimostrare a tutti di essere davvero l’unico a sapere qual è il kebab più buono di tutta la città.

Conoscevo un tale, tempo addietro, ossessionato a tal punto da questa faccenda che sarebbe riuscito ad introdurre l’argomento anche all’interno di una conversazione avvenuta in un’altra epoca storica.

– Non è desso, che essendosi rifuggito a Sparta dopo le empietà che aveva commesse in Atene, corruppe la moglie del re Agis?

– Lascia stare. Il kebabbaro migliore di tutti è a Wedding. Scendi a Leopoldplatz, fai 300 metri e te lo ritrovi sulla desta.

Succede sempre così: le ragazzine non ti cagano di pezza per tutto l’arco della tua adolescenza, poi cresci e per continuare la gloriosa tradizione diventi il più grande sfigato di kebabbari della città.

Nulla di personale contro di te mio caro, ma renditi conto che non è più il caso di spostare trofei dalle mensole e di trasportarli con la U6 fino a Wedding. Anche perché premiare il miglior kebabbaro della città è un po’ come premiare il miglior venditore di bomboniere nuziali della storia. Pare un po’ una perculata, non credi?

Senza contare poi che per quanto mi riguarda, il rituale del kebab più che un edonistico atto di nutrizione è una performance di body painting; ovvero: uno dei momenti dell’esistenza in cui mi è più difficile gestire l’accelerazione di gravità della salsina allo yogurt.

Sarò strano io, ma le riflessioni che l’argomento stimola in me sono di natura diversa:

stando infatti a sentire le ultime notizie provenienti dalle mie angosce personali, pare che esista un legame diretto tra il kebabbaro sotto casa mia e la vita di merda.

E adesso che l’ho sparata, tocca seguirmi in questo doloroso percorso verso lo sgabuzzino della sapienza.

kebab shop  photo
Photo by HerrWick

Il kebabbaro sotto casa mia si chiama Hafen Döner ed è un posto prevalentemente arancione la cui comunicazione è curata da un grafico con evidenti disturbi di impaginazione e il cui marketing pubblicitario è invece gestito da un genio matematico secondo il quale il valore dell’incognita x nella seguente proporzione è pari 5,00 euro.

½ pollo: 4,80 euro = 1 pollo+patatine fritte: x

Trattasi dell’offerta speciale fissa: la cosiddetta “Angebot” lampeggiante al neon che ti brucia la cornea anche se stai di spalle all’insegna:

½ pollo: 4 euro e 80 centesimi!!
1 pollo con patatine fritte incluse euro 5!!!!

Mi pare piuttosto evidente che, formulata così, ad essere messo in risalto non è tanto il tasso di convenienza del pollo intero con patatine a 5 euro, quanto piuttosto il tasso di inculata del mezzo pollo senza patatine a 4 euro e 80.

Malgrado ciò, pare che questa promozione sia ugualmente in grado di aggredire le forze di volontà più deboli del quartiere, se è vero che il mio coinquilino ha trascorso l’inverno intero in affettuosa intimità con il – come lo chiama lui – P&P (pollo e patatine); collezionando così lipidi e buoni sconto per la salmonellosi e l’epatite.

Io invece all’Hafen Döner non ci vado molto spesso, perché mettere piede all’Hafen Döner per ordinare un kebab provoca in me lo stesso quantitativo di malessere che mi provocherebbe entrare all’Hafen Döner per ordinare un amplesso a pagamento col proprietario.
E quando finirò di descrivere l’Hafen Döner da un lato e il proprietario dell’Hafen Döner dall’altro vi sarà chiaro quanto spesso la mia immaginazione oltrepassi il tasso di disgusto medio accettabile da una società democratica.

Nonostante tutto, accadde una notte. Entrai.
Era febbraio. Tornavo da un trascurabile evento mondano tutto agghindato in giacca e cravatta e con un tasso alcolemico poco conforme agli insegnamenti dell’epicureismo.

– Ich hätte gerne einmal Döner Kebab, bitte. – Vorrei un Döner Kebab, per favore.

Sedutomi in attesa, si guardava tutti insieme – io e i miei turbamenti interiori – un orologio deforme strategicamente posizionato appena sopra la friggitrice: così, mentre le tre del mattino lubrificavano la settimana in corso, alla mia destra un tizio anoressico perdeva le sue ultime diottrie cercando di identificare i simboli massonici di un video poker in attività.

Quando uno si immagina il futuro ci mette sempre un cielo azzurro, qualche gabbiano che vola al rallenty, una canzone di Patti Smith in sottofondo e un discreto numero di successi personali a fare da cornice: mai un kebabbaro malavitoso che si perlustra le ascelle e poi ti imbottisce un panino con condimenti di derivazione ottomana. E’ dunque il presente, il tempo del malessere.

Pseudonimo fa i conti con il suo presente
Pseudonimo fa i conti con il suo presente

– Welche Sauce? – Che salsa metto?

– Kreuter und Knoblauch. Ohne Scharf. – Salsa di erbe e salsa all’aglio. Niente piccante.

– Dreifünfzig, bitte. Ein euro fünfzig zurück und guten Apetit. – Tre e cinquanta, grazie. Un euro e cinquanta di resto a lei e buon appetito.

A paracularmi di ossequi multipli e non richiesti, manco a dirlo, il proprietario. Un uomo la cui identità non verrà qui rivelata per motivi di autoconservazione.
Sia chiaro, non pretendo mica di vivere fino ai settanta, ma tutto sommato non mi dispiacerebbe arrivare ad installare sul mio pc Photoshop CS6 domani sera a casa di Marco.

Il fatto è che, sapete, il proprietario dell’Hafen Döner è una persona un po’ pericolosa.
Una persona talmente pericolosa che riesce a macchiarti la fedina penale con un semplice saluto. Tu entri, lui ti dice Hallo ed essenzialmente non sei più un incensurato.
A leggere pagina 128 del secondo testamento si apprende che Dio abbia inventato la mafia solo per compiacerlo.

Tornatomi a sedere dunque, cominciai a nutrirmi di quell’utensile alimentare, una roba meno digeribile di una zuppa di videoregistratori Hitachi e la cui violenza calorica sarebbe stata sufficiente a tappare un buco nero della galassia Andromeda o quantomeno a far tornare indietro nel tempo una DeLorean.

Il pasto durò circa 27 macchie sulla camicia e 12 strisciate di cipolla sulla cravatta: nuovo record personale di nutrizione maldestra. Un primato che spazzò via senza difficoltà il precedente, stabilito in una domenica dell’83 in cui avevo deciso di mangiare un cono stracciatella e banana con i gomiti e il lobo parietale.

Ma non distraetevi: perché mentre io facevo la storia, il proprietario dell’Hafen Döner non era rimasto con le mani in mano. Piuttosto, aveva pescato diversi fiotti di zuppa da un recipiente e se l’era portati ritmicamente su fino alla bava; il tutto con lo stesso mestolo utilizzato per servire il pubblico. E questa è una notizia che ritengo giusto diffondere, quantomeno per tutelare il futuro del vostro gastroenterologo.

Chi lo sa, probabilmente era convinto che nessuno lo osservasse. O forse, più probabilmente ancora, era convinto che io lo osservassi e che comunque la mia opinione non avrebbe influito sulla qualità della sua vita ultraterrena.

In ogni caso, a guardare la realtà da quel punto di vista privilegiato, mi sembrava ormai impossibile l’esistenza delle spiagge polinesiane e delle barriere coralline, mentre acquistavano sempre più verosimiglianza i reparti di terapia intensiva, i calli ai piedi e i mobili di Poco Domäne.

Il problema del brutto è che talvolta si concentra in una superficie catastale talmente ridotta che poi giustamente la gente si sente autorizzata ad andare dal parrucchiere a farsi le mechés. Ma soprattutto, la sua colpa più grande è che lo stronzo non si limita a rimanere sulla superficie della crosta terrestre, ma si azzarda pure a penetrare nel tuo mondo interiore e ad arredarlo con lo stesso mobilio utilizzato da tua zia per decorare il salotto.

D’altra parte però è anche vero che un kebabbaro viscido e malavitoso ogni tanto può tornarti utile: a ricordarti la vita è compromessa più con una maglia leopardata che con un congresso sul risparmio energetico, a ripeterti che devi volare basso con le aspettative e ad avvisarti che non puoi avere la presunzione di indossare un completo elegante con tanto di cravatta.

Perché tanto poi la realtà te lo insozza sempre con il suo degrado.

Soundtrack:

*Pseudonimo*

pseudoQuando ero piccolo tutti avevano un sogno nel cassetto, e invece io ce l’avevo nel portaoggetti della Clio. In ogni caso non s’è ancora realizzato, quindi inutile parlarne. Vivo in questo pianeta da trentacinque anni e a Berlino da circa tre. Dal 2006 in poi ho peggiorato qualitativamente riviste su abbonamento (Progress, Progress Viaggi, All about Italy), webzine (Bazarweb, Fuoribusta), riviste settoriali (Cinemabendato, Wundergammer), cartacei satirici (Mamma) e testate nazionali (Il Fatto quotidiano). Nel 2009 la giuria specializzata del Premio Franco Solinas ha erroneamente giudicato interessante un mio trattamento cinematografico dal titolo “Guarda e passa”, segnalandolo altrettanto erroneamente ai produttori.
Per il Mitte curo la rubrica “Welche sauce?” dal sottotitolo giustamente poco pubblicizzato “Kebab e altri puntri di vista fuorvianti su Berlino”
Utilizzo le residue energie vitali nel tentativo di elaborare una maldestra poetica fotografica (www.pietroromeo.net). Attualmente sono inoltre impegnato a vivere la biografia di un altro e a non accontentarmi di quello che ho.

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