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“La mindfulness che uccide”. Manifesto contro la positività tossica

di Angela Fiore

C’è una serie tedesca estremamente divertente, che mi sento di consigliare, cosa che non mi capita spessissimo, sia perché guardo poche serie sia perché il mio senso dell’umorismo e la produzione televisiva tedesca vivono, per lo più, su due rette parallele. La serie si chiama “Achtsam Morden”, che letteralmente vuol dire “Uccidere Consapevolmente”, ma che in italiano è stata tradotta con “Inspira, Espira, Uccidi“, perché a noi bisogna sempre spiegare tutto, altrimenti non capiamo. Non so molto della sua origine, se non che è tratta da una serie di romanzi di Karsten Dusse, che non ho mai letto, e che riassume perfettamente il mio pensiero sulla portata morale del concetto di “mindfulness” applicato alla vita nel 2026. Nel titolo italiano del primo volume c’è anche il sottotitolo “la mindfulness che uccide”, sempre perché noi siamo quelli di “se scappi ti sposo” e “se mi lasci ti cancello”. Quello che la serie non rende esplicito, ma che ha molta importanza ai fini dello sfogo che vi apprestate a leggere, il legame fra il concetto di “mindfulness” e quello di “toxic positivity”, ovvero la “positività tossica” che abbiamo importato irresponsabilmente dagli Stati Uniti insieme ad altre cose sbagliate, come la convinzione che al giudice si dica “vostro onore” e che in tutti i Paesi si possa pagare la cauzione per uscire di galera.

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Inspira, espira, uccidi

Ma torniamo a “Inspira, espira, uccidi” o “Murder Mindfully” o “Achtsam Morden”. Un avvocato, il cui cliente principale è un mafioso, viene praticamente costretto dalla quasi-ex-moglie a frequentare un corso di mindfulness, perché, essendo troppo concentrato sul lavoro, è ormai un marito e padre assente e inaffidabile. Björn, questo il nome del protagonista, si fa istruire da un coach presumibilmente carissimo a base di banalità enunciate in ASMR. Gli viene insegnato a essere presente nel singolo momento che sta vivendo, a ritagliarsi “isole di tempo” per stare con sua figlia, chiudendo fuori il lavoro e tutte le altre preoccupazioni, a essere consapevole del respiro e degli stimoli sensoriali, a pensare alle cose che può controllare invece che a quelle che non può controllare, ma, soprattutto, gli viene insegnato a mettere sempre al primo posto la propria pace interiore ed esteriore e a essere inflessibile rispetto alle proprie priorità. Applicando coerentemente questi insegnamenti, Björn decide che nulla e nessuno possono prevalere sul suo diritto di stare in pace nel suo piccolo mondo, neppure il pericolo, neppure la morale, neppure il senso di giusto e sbagliato e, di conseguenza, diventa un assassino entro la seconda puntata.

Sto dicendo che tutti i coach – categoria che, vivendo a Berlino, conosco e frequento – istigano all’omicidio? No. Sto dicendo che trovo qualcosa di profondamente sbagliato in quella che ci viene venduta come una verità assoluta e una panacea? Sì.

Il potere della mente

Esiste un intero settore commerciale, che si sovrappone, non di rado in modo pernicioso, alla psicologia clinica, fondato su quello che nel settore si chiama un “claim” estremamente semplice: il segreto della pace è dentro di te, tu hai il potere di raggiungere la serenità e, per riuscirci, non ti occorre nulla che tu già non abbia (sottotesto: quindi, se non ci riesci, è perché non ci provi abbastanza o non lo vuoi davvero). Questo principio si declina poi in vari altri, per esempio:

1) Non hai bisogno di nessuno e non devi nulla a nessuno.
2) Niente conta quanto la tua pace interiore
3) Non puoi cambiare il mondo intorno a te, ma puoi cambiare il tuo modo di reagire al mondo.

Solitamente, questo tipo di affermazioni si abbinano a esercizi pratici, come respirare con gli occhi chiusi, concentrandosi solo sul respiro, visualizzare una luce che attraversa le diverse parti del corpo, concentrarsi su singoli stimoli sensoriali, ossessionarsi sul “vivere consapevolmente il momento”, che si tratti di bere una tisana o fare jogging. Stai facendo yoga? Fai solo yoga. Stai cucinando? Cucina e basta. Stai raccogliendo la cacca del cane? Concentra l’intero universo nella raccolta della cacca del cane. Di per sé, questi esercizi sono anche utili: chiunque li abbia provati sa che aiutano, per esempio, a calmare un moderato momento di ansia in metropolitana, a non tirare una sedia in testa a un collega arrogante, ad acquisire quel senso di benessere necessario fra il caffè mattutino e l’inizio del lavoro, prima che abbia inizio il campionato di quello sport nel quale primeggiano in Italia la Regione Veneto e la Regione Toscana. Il problema è che tutti questi elementi sono confluiti in quel settore ormai saturo che è il marketing del benessere individuale e che, dietro una patina di filtri desaturati e loghi che richiamano il fiore del loto, riesce a fare due cose esecrabili: stigmatizzare tutte le emozioni negative e vendere soluzioni individuali a problemi collettivi. Entrambe le cose giocano su un bisogno tanto naturale quanto subdolo dell’essere umano, ovvero quello di trovare risposte semplici a domande complesse.

Breve storia dell’ansia, dal Giovane Werther a Margherita Buy

C’è stato un tempo, diciamo fino alla prima metà del XX secolo, con persistenze più o meno lunghe in Paesi diversi, in cui si propendeva per l’eccesso opposto. Capita ancora, leggendo vecchi libri o guardando vecchi film, di sentir dire, al personaggio con i piedi per terra, magari di classe sociale medio-bassa, che certi problemi, i problemi emotivi e mentali, sono problemi da ricchi, che se li può permettere chi i problemi veri, come la fame e il freddo, non li ha neppure mai visti da vicino. Bisogna essere signorotti per struggersi come i personaggi di Goethe, perché quelli di Verga (a oltre un secolo di distanza) sono impegnati a spaccarsi la schiena. Questa mentalità è quella che ha portato per molto tempo a ignorare o addirittura a punire chi soffriva di quelle che oggi conosciamo come patologie psichiatriche. Per fortuna, ci siamo emancipati da quegli eccessi e oggi sappiamo rispettare chi manifesta necessità legate alla propria salute mentale, anche quelle meno gravi, come la semplice e diffusissima ansia.

Il secondo aggettivo, in questo caso, è importante: “diffusissima”. Se un problema è molto diffuso, per il professionista del marketing, esso sottende una domanda. Se si crea una domanda, prima o poi arriva qualcuno con una risposta da vendere e, se la risposta è facile, quel qualcuno ha fatto bingo.

A un’intera generazione, quella mirabilmente ritratta in “Parenti Serpenti” di Mario Monicelli, si è venduta l’idea che l’ansia, quell’ansia che tutti e tutte avevano, fosse solo un sintomo fisico, qualcosa che capita a chi ha un lavoro e tanto da fare, che fosse “il logorio della vita moderna” e che, per risolverla, bastasse ricorrere ai ritrovati della chimica, senza porsi alcun’altra domanda. Così è avvenuto che le pur utilissime (per chi ne ha bisogno) benzodiazepine siano diventate una specie di status symbol per un’intera categoria di professionisti che, nella gloria degli anni ’80, non andava a dormire senza Ansiolin (diazepam), En (delorazepam), Xanax (alprazolam) o Tavor (lorazepam). Poi si è scoperto che, forse, utilizzare farmaci veri, pensati per persone che ne avevano autenticamente bisogno, come se fossero camomille da supermercato non era una buona idea.

Da lì il mercato si è diviso, perché sempre di mercato si tratta, fra quelli che utilizzavano le benzodiazepine come droga sociale, procurandosele in modo non del tutto legale per intrattenersi e di solito in abbinamento all’alcol, quelli che rifiutavano “la chimica” (evidentemente ignorando il significato della parola) e quindi andavano avanti a infusi d’erboristeria, quelli che rifiutavano la chimica e invece si facevano le canne (sempre ignorando il significato della parola “chimica”), quelli che facevano finta di essere nella seconda categoria ma erano nella prima (vedasi l’indimenticabile scena di Carlo Verdone e Margherita Buy in “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”) e, molto più tardi, quelli che avevano scoperto la mindfulness. Il potere della mente. Respirare, concentrarsi. Decidere lo stato d’animo che si avrà durante la giornata. La mia generazione ha fatto parte di tutte queste categorie, a momenti alterni. I millennial sono gli scappati di casa della modernità.

Perché tutto questo è un problema? Che c’è di male a fare due respiri a ritmo per sistemarsi l’umore di prima mattina? Assolutamente niente. Il problema è un altro.

La positività tossica

“Toxic positivity” è il termine con il quale si è iniziato a riconoscere quanto sia pericolosa la tendenza all’ottimismo a tutti i costi, prevalente in certi ambiti della società contemporanea. Il termine in inglese è stato usato per la prima volta (stando alla definizione di Wikipedia), nel saggio di Jack Halberstam del 2011 “The Queer Art of Failure”.

Se non ne avete mai fatto esperienza dal vivo o siete persone molto fortunate o siete voi a portare la positività tossica a chi vi circonda. In termini semplici, questo atteggiamento porta all’estremo l’idea che il potere di essere felice risieda solo e interamente nell’individuo stesso e nella sua capacità di dirigere i propri stati d’animo. Hai paura di non superare l’esame? Respira. Visualizzati nell’atto di superare l’esame. Salire su un treno affollato ti fa venire l’ansia? Respira profondamente (la fragranza di cipolla fritta sotto l’ascella del vicino). Non sai come dichiararti alla persona che ti piace? Respira. Soffri di claustrofobia e devi fare cinque piani in ascensore? Respira. Tuo figlio neonato non ti fa dormire per tre settimane di fila? Respira. Ti stanno pestando in sette perché indossi in pubblico gli abiti di un genere che quei sette non ti riconoscono? Respira. Non riesci a pagare le bollette perché il costo dell’energia è aumentato e il tuo stipendio no? Respira. Ti hanno staccato la luce? Respira. Hai bisogno di una tac e ti hanno detto che potrai farla fra sei mesi? Respira. Un fondo d’investimento ha comprato il tuo condominio e ti ha sfrattato per farne appartamenti per turisti e adesso dormi in macchina? Respira. Sei una donna iperqualificata, ma prima di te gli scatti di carriera li fanno uomini che ne sanno un quinto di quanto ne sai tu e, in generale, l’unica cosa che viene notata è se hai preso peso o hai la ricrescita? Respira. C’è un genocidio? Respira. Hai avuto una crisi, sei stato troppo rumoroso, hai bisogno di un supporto psichiatrico, ma invece qualcuno ha chiamato la polizia e in questo momento ci sono due persone sedute sul tuo torace mentre hai le mani legate dietro la schiena? Respira, se ci riesci. Respira e, per l’amor di Zeus, piantala di ammorbare il prossimo con la politica. La politica porta negatività.

Per positività tossica si intende, fra le altre cose, l’ostinazione a non esperire (o a fingere di non esperire) e a censurare negli altri qualsiasi emozione negativa. Non sei disoccupato a cinquant’anni senza nessuno che ti assuma, sei “bloccato nella mentalità di scarsità” (sottotesto: quindi, se non ne esci, è perché non ci provi abbastanza o non lo vuoi davvero). Non sei terrorizzata all’idea che tutte le risorse del pianeta siano progressivamente accumulate nelle mani di una manciata di psicopatici che sognano di far piovere urina contaminata di fentanyl sui propri nemici (cfr Alex Carp), sei “troppo impegnata a guardare fuori invece di guardarti dentro”. Non devi andare in piazza a manifestare per il salario minimo, devi “manifestare il lavoro dei tuoi sogni” (sottotesto: quindi, se non ce l’hai, è perché non ci provi abbastanza o non lo vuoi davvero).

Perché la mindfulness funziona davvero

Forse questo titolo dovrebbe essere: “perché i corsi di mindfulness funzionano sempre”. E funzionano, in effetti: la mindfulness, come prodotto, è progettata per essere una profezia che si autoavvera nella stragrande maggioranza dei casi. E, attenzione, non sto parlando dei reel in cui una ragazza bellissima, pettinatissima, vestita di bianco come se in casa sua non si fosse mai consumata neppure una tazzina di caffè, ti spiega la sua routine mattutina dall’interno del suo salotto beige, raccontandoti di come anche lei era una povera disgraziata con i capelli grassi come te, prima di imparare a respirare dalle orecchie: quelli sono gli elementi che servono a creare la domanda intercettando il bisogno (e a farti capire che, se non sei come lei, bella come lei, felice come lei, se non hai una casa clamorosa come la sua, è perché non ci provi abbastanza o non lo vuoi davvero). Sto parlando del prodotto. Il prodotto costa. Un’app, che è il prodotto pensato per i poveri, può costare qualche centinaio di euro all’anno. Un corso, anche qualche migliaio per due settimane, se abbinato a un ritiro. Entrambe le fasce di prezzo sono pensate per tenere fuori coloro per i quali il prodotto non può funzionare.

Come diceva Facundo Cabral, “possiamo parlare di filosofia perché abbiamo già mangiato”. Ergo, chi può spendere 3.000 euro per un weekend in un luogo idilliaco nel quale imparare a respirare con consapevolezza, evidentemente, ha già un reddito che gli permette di soddisfare tutti i propri bisogni primari. Se il problema che deve risolvere fosse come mettere insieme il pranzo con la cena e non farsi sfrattare, la mindfulness gli sarebbe utile come i capezzoli su un’armatura, ma siccome i problemi che deve risolvere sono un po’ di stanchezza mentale e un po’ di noia, è evidente che troverà gratificante un’esperienza del genere. Si sentirà visto o vista, troverà qualcuno che gli dica che le sue emozioni sono “valide” come se fossero biglietti del tram, sperimenterà un ritmo di vita leggermente più lento del normale, andrà in vacanza in un bell’albergo vista mare o vista lago, magari imparerà pure qualche tecnica di respirazione e meditazione mutuata da un’altra cultura e da un altro continente del quale non sa assolutamente nulla, ma che gli sarà utile davvero, quando tornerà alla sua vita nella quale non dovrà mai sapere cosa voglia dire aver paura che ti sfondino la porta per buttarti fuori da casa tua. È ovvio che sia destinato a diventare un cliente soddisfatto che lascia recensioni a 5 stelle. 

Chi può spendere 15 euro al mese per un’app magari non naviga nell’oro, ma non ha un “meno” davanti al conto in banca, non ha grossi debiti con le finanziarie, non riceve telefonate e lettere minacciose da debitori che hanno comprato i suoi debiti dagli altri debitori, non dorme in macchina. Non vede la somma di 15 euro come equivalente a “cinque pasti” (sì, cinque) o “shampoo, assorbenti, deodorante, detersivo e carta igienica”. Certo che troverà giovamento nella meditazione guidata da 5, 10 o 25 minuti. Troverebbe giovamento pure in una passeggiata al parco, ma quella è gratis, quindi non c’è nessuno che gliela venda. 

Il problema delle soluzioni individuali a problemi collettivi

Alla base di questa intera industria, che in Europa è incredibilmente prospera, ci sono le tre falsità elencate più sopra.

1. Non hai bisogno di nessuno e non devi nulla a nessuno.

Falso. Viviamo in una società. Abbiamo bisogno degli altri, anche quando non li vediamo fisicamente intorno a noi. Abbiamo bisogno di chi fa la manutenzione delle strade e degli acquedotti, abbiamo bisogno di chi porta via la spazzatura dai nostri cassonetti evitando la diffusione di malattie e le infestazioni di ratti, abbiamo bisogno di chi tiene in funzione le linee elettriche così che i nostri frigoriferi e le macchine per la rianimazione negli ospedali possano funzionare, abbiamo bisogno di ha messo sugli scaffali il cibo che noi mettiamo nel carrello, del vicino che prende i pacchi se noi non ci siamo, dell’educatore che si occupa di nostro figlio all’asilo e del professore che gli insegna gli stramaledetti problemi di matematica con la vasca da bagno che si riempie e si svuota, abbiamo bisogno del sindacalista che ci aiuta a reagire a un’ingiustizia e dell’amico con il quale condividiamo un momento di leggerezza.

2. Niente conta quanto la tua pace interiore.

Falso. Un’infinità di cose contano quanto la tua pace interiore, per esempio la pace interiore di chiunque altro. O contano perfino di più, come la sicurezza materiale ed emotiva tua e del prossimo, la lotta al cambiamento climatico, la tutela delle specie in via d’estinzione, la giustizia sociale, l’esistenza del salario minimo e del welfare, il fatto di vivere in una società che riconosce il congedo parentale, il diritto all’istruzione e quello alla casa, il fatto che ci siano organismi preposti a verificare che nei tuoi alimenti non ci siano veleni, nel tetto degli edifici abitabili non ci sia l’amianto e nelle vernici dei giocattoli per bambini non ci sia il piombo. 

3. Non puoi cambiare il mondo intorno a te, ma puoi cambiare il tuo modo di reagire al mondo.

Falso in parte. Non puoi cambiare il mondo con il solo potere della mente, stando seduto a casa con gli occhi chiusi e sì, puoi cambiare, almeno in parte, il tuo modo di reagire al mondo, se hai il privilegio di non essere danneggiato personalmente da fenomeni di portata più ampia, per esempio se non sei tu a perdere la casa e a finire per strada, non sei tu sotto le bombe, non sei tu senza cure o senza cibo, non sei tu a perdere il lavoro, non sei tu la vittima di un’aggressione.

Il punto è che le cose che non vanno nel mondo sono generalmente più grandi di quelle che non vanno in te. E ti riguardano. Ti riguardano se fai parte di quell’umanità che ne subisce gli effetti negativi e ti riguardano se fai parte del gruppo privilegiato che si porta a casa i dividendi. Ti riguardano se sei il prossimo destinato allo sfratto e ti riguardano se il tuo turno verrà fra un anno o fra dieci. Ti riguardano se hai un figlio o un genitore, ti riguardano se non li hai, ti riguardano se fai parte di una minoranza o se vivi in una città, ti riguardano se abiti in una zona rurale o in una periferia, ti riguardano se vivi in un attico in centro o in un appartamento condiviso con altri otto adulti indigenti come te. Ti riguardano e hai il diritto (io direi pure il dovere, ma poi mi dicono che sono pesante) di provare a cambiarle. Ti riguardano e ti riguarderanno di più, sempre di più, perché quel senso di inattitudine alla vita per il quale ti viene venduta la soluzione semplice dell’imparare a respirare non è un problema individuale, ma collettivo e collettiva dovrebbe essere la soluzione. Ti riguardano perché lo strumento di una soluzione collettiva è la comunità, il pensiero seguito dall’azione, la condivisione ti tempo, energie e risorse, non quei cinque minuti che passi a respirare con il diaframma. 

E non c’è niente di male in quei cinque minuti: se ti fanno stare bene, fanne pure dieci, venti, due ore, però poi dovresti uscire dalla stanza, almeno metaforicamente. Perché il mondo non diventerà più vivibile a forza di respiri. E se ti sembra che il tuo lo diventi è perché era già vivibile prima. Il mio sogno segreto è mandare ogni singolo coach di mindfulness a spiegare a gente che ha perso la casa in un terremoto o un’alluvione che è tutto un problema di mindset. Non mi adopero attivamente per farlo solo perché le vittime dei disastri non se lo meritano, hanno già sofferto abbastanza.

E, soprattutto, più di tutto, il mondo non diventerà più vivibile facendo finta che non esistano la rabbia, la frustrazione, il dolore, l’odio, lo sconforto, l’ansia, la tristezza, la malinconia, l’irritabilità. Tutte queste emozioni non sono uscite dal vaso di Pandora perché gli dei erano invidiosi della mindfulness di Epimeteo.

In difesa della “negatività”

Molto spesso, sempre più spesso, sono invece reazioni sane, appropriate a quello che ci accade intorno. L’ecoansia non è una patologia, non è un sintomo: è una risposta appropriata al fatto che le aree non vivibili del nostro pianeta stiano aumentando e siano destinate ad aumentare ancora, al fatto che il collasso climatico sia misurabile, prevedibile e reale e che abbiamo dati per comprovarlo. Hai l’ecoansia? Complimenti! Sei un essere umano funzionale di media intelligenza! La furia, il dolore e la frustrazione davanti al bombardamento costante di immagini di guerre, di mutilazioni e di abusi sono reazioni sane. Non sano, non normale è tirare dritto con un sorriso, passando dal video di una famiglia fatta a brandelli a quello di una ricetta di cucina. La rabbia e perfino il livore di fronte a un’ingiustizia sul posto di lavoro, anche se l’ingiustizia danneggia qualcun altro, non sono forme di “negatività”, sono sintomi di umanità. Come specie, abbiamo sviluppato le emozioni perché ci servono tutte. Abbiamo sviluppato la paura per allontanarci dal pericolo, la rabbia per difenderci o per tutelare le risorse necessarie alla sopravvivenza, il dolore e il lutto per valorizzare l’importanza delle relazioni con il nostro gruppo sociale, l’amore e l’istinto di protezione perché da piccoli siamo parecchio più inetti di una medusa appena nata. 

La presentazione di una vita ideale, disinfettata da tutte le emozioni sporche e sbagliate, da tutti i risvolti brutti, da tutto ciò che è sporco, storto, puzzolente e non beige non è altro che l’ennesimo obiettivo irraggiungibile fatto per presentarci un problema e venderci la soluzione, facendoci credere che le emozioni negative sono qualcosa che sentiamo da soli e che da soli le dobbiamo e le possiamo risolvere, “vibrando in alto” (non vuol dire niente), “manifestando abbondanza” (non vuol dire niente) e “essendo presenti ogni giorno” (l’alternativa quale sarebbe, a parte il coma?). È la crema anticellulite della mente, la skincare routine dell’esistenza.

La vera domanda è: ho scritto tutto questo soltanto perché non posso rispondere male alle persone nella mia vita che cercano di propugnarmi questo tipo di propaganda neo-hippie, perché sono persone a cui voglio bene e faccio fatica a rispondere al loro “a me non interessa la politica” con “non è che non ti interessa la politica, è solo che sei abbastanza privilegiat* da non ricevere direttamente gli schizzi di questo tsunami di fango che ci travolge tutt*”? Non lo saprete mai.

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