Europa: se la guerra continua, si rischia di dover tagliare i consumi

La crisi energetica non accenna a risolversi e l’Europa cerca risposte. In assenza di alternative che ripristinino forniture compatibili con i consumi attuali dell’Unione, l’unica strategia possibile rischia di essere la stessa adottata durante la crisi energetica degli anni ’70: consumare di meno. Se ne parlerebbe in un documento allo studio in previsione della riunione dei ministri dell’Energia del 29 ottobre, documento il cui contenuto è stato citato dal portale Euronews e che non lascia intravedere scenari particolarmente confortanti per l’inverno imminente. Il proseguire della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti, non solo continuerà a spingere in alto i prezzi dei carburanti, ma, se lo stretto di Hormuz, dal quale transita circa il 20% della fornitura mondiale di petrolio e gas, resterà chiuso anche nei prossimi mesi, metterà a rischio le forniture di petrolio e gas, portando l’Europa a considerare misure di emergenza, come la riduzione dei consumi.
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Riduzione dei consumi: unica misura se Hormuz non riapre?
La misura dovrebbe riguardare, qualora venisse approvata, tanto i consumi industriali quanto di quelli domestici, ma, va detto, non esiste ancora un’idea precisa di come debba attuarsi e neppure se debba essere introdotta in forma di invito o di imposizione. La proposta sarebbe arrivata dall’Irlanda, il Paese che attualmente detiene la presidenza del Consiglio dell’Ue e guida i negoziati tra gli Stati membri. Il testo del documento sarebbe ancora principalmente speculativo e non indicherebbe numeri e percentuali per i possibili tagli né, va detto, indica se i ministri concordino su questo punto. Semplicemente, pone delle domande su come gestire un eventuale perdurare delle difficoltà di approvvigionamento, considerando che l’intero sistema europeo si regge ancora in modo massiccio sui combustibili fossili.
Fra i pochi strumenti a disposizione, a livello sia nazionale che sovranazionale, ci sono il sostegno finanziario, per far fronte all’incremento dei prezzi, e il ricorso alle scorte d’emergenza, per far fronte alla scarsità di petrolio e gas naturale. Il problema di queste misure è che entrambe rischiano di essere insufficienti, se una delle principali rotte di accesso di petrolio e gas all’Europa resta bloccata per mesi.
I prezzi del gas sono aumentati del 140%e gli stoccaggi sono al minimo
Dall’inizio della guerra, a febbraio 2026, i prezzi del gas sono saliti del 140% e quelli del petrolio fra il 50 e il 60% (mercoledì il greggio Brent veniva scambiato a 110 dollari al barile, contro i circa 70 di inizio anno). Se anche le ostilità terminassero domani, gli effetti di questa crisi sul mercato petrolifero potrebbero durare ancora molti mesi e quelli sulle forniture di gas addirittura per anni. Inoltre, come i funzionari europei hanno constatato, i prezzi dell’energia in crescita vertiginosa sono un elemento chiave nella reazione a catena che la guerra ha causato a livello mondiale. Già a settembre, il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha invitato per la seconda volta gli Stati Membri a considerare riduzioni della domanda.
Gli operatori europei del trasporto di gas hanno segnalato di recente un altro rischio concreto: in caso di grave ondata di freddo quest’inverno, la fornitura di gas potrebbe essere inferiore alla domanda, in ragione di una percentuale compresa tra il 12% e il 15%. I dati dell’associazione Gas Infrastructure Europe collocano gli stoccaggi al 74% al 20 ottobre, il livello più basso dal 2011. Questo vorrebbe dire, per l’Europa, una seria difficoltà nella gestione di un inverno rigido come è stato quello a cavallo fra il 2025 e il 2026.
Si tornerà alle domeniche senza auto?
Subito dopo gli attacchi all’Iran, l’Aie (Associazione Internazionale dell’Energia), che ha sede a Parigi, aveva annunciato un piano in dieci punti per ridurre il consumo di petrolio. Tra le misure figura un ritorno alle “domeniche senza auto”, pratica molto diffusa durante la crisi energetica degli anni Settanta e che in diversi Paesi si è protratta anche in seguito, in diversi momenti storici.
Inoltre, si è parlato di appelli a famiglie e imprese perché risparmino energia volontariamente, ma anche di restrizioni mirate sui consumi di singoli settori. La domanda fondamentale, in questi casi, è sempre lo stessa: chi deve pagare la crisi? Chi deve limitare i consumi? Se la coperta è corta, come si può conciliare la tutela delle famiglie vulnerabili con la garanzia dei servizi e la sopravvivenza delle attività produttive? Il tutto in un quadro in cui l’Unione Europea fatica per restare competitiva in moltissimi settori, non di rado mancando l’obiettivo rispetto alle superpotenze mondiali.
Un’altra domanda importante alla quale i ministri dovranno rispondere è se il problema vada affrontato a livello europeo o nazionale. Chi deve chiedere (o imporre) a cittadini e imprese di tagliare i consumi? Chi deve intervenire per frenare la corsa ai prezzi? L’Unione o i singoli governi? Un approccio comunitario avrebbe certamente il pregio di evitare tensioni fra gli Stati Membri, facendoli diventare concorrenti nell’acquisizione di risorse già limitate. D’altra parte, le esigenze energetiche sono diverse da Paese a Paese e dipendono da fattori che vanno dall’estensione alla popolazione, dalla prevalenza dell’industria e dal tipo di industria sulla quale ogni Paese può contare, dalla pervasività o meno di infrastrutture energetiche basate su fonti rinnovabili e da numerosi altri fattori interni che influiscono tanto sui prezzi quanto sul fabbisogno energetico.
Nella al vertice del Consiglio del 15-16 ottobre, inoltre, è stato proposto di aggregare la domanda energetica a livello europeo, permettendo a Bruxelles di coordinare la domanda e la ripartire le forniture tra i diversi Stati Membri in base alle rispettive necessità.




