Un libro che viaggia in treno: il progetto di Ilenia Macera, italiana in Germania, sospesa fra due mondi

Ida Ilenia Macera, 36 anni, è un’autrice e influencer di moda italiana (214.000 follower su Instagram) che dal febbraio 2025 vive a Markdorf, in Germania. Accanto alla sua attività nel mondo della moda, coltiva da tempo una vena più intima e spirituale, che si esprime in scritti a metà tra filosofia, poesia e narrativa. Il suo ultimo progetto si chiama “Das Buch, das nicht allein sein will” (“Il libro che non vuole stare da solo”). Si tratta di un libro particolare: a parte la copertina e una breve introduzione, tutte le pagine sono bianche. Macera ha lasciato volontariamente il libro su un treno in Germania, con l’invito, per chi lo trova, di scrivere un pensiero, un’emozione o un messaggio, per poi rimetterlo in viaggio verso un’altra destinazione sconosciuta.
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L’idea alla base è che il libro non appartenga a nessuno in particolare, ma a tutti coloro che lo trovano lungo il suo percorso. Attraverso un codice QR stampato all’interno, sia chi lo trova sia la stessa autrice possono seguirne gli spostamenti, ricostruendo pian piano una mappa del suo viaggio attraverso il Paese. Macera racconta di aver già ricevuto messaggi molto toccanti da parte di sconosciuti, e descrive il progetto come una sorta di “medicina contro la solitudine”: l’idea è che estranei possano sentirsi meno soli sapendo che altre persone, in luoghi e momenti diversi, condividono pensieri ed emozioni simili. Il progetto nasce anche dall’esperienza personale dell’autrice, che ha vissuto in prima persona il senso di isolamento tipico di chi si trasferisce in un paese straniero. Abbiamo fatto due chiacchiere con Ilenia Macera, per comprendere meglio il percorso del “libro che non vuole stare da solo”.

Hai detto che questo libro non appartiene a nessuno eppure appartiene a tutti. Come è nata questa idea? C’è stato un momento preciso di solitudine che ti ha ispirata?
Credo che questa idea sia nata molto prima che io me ne rendessi conto. Non è stata un’intuizione improvvisa, ma qualcosa che ha preso forma lentamente, attraverso le esperienze che ho vissuto, soprattutto da quando mi sono trasferita in Germania.
Quando lasci il tuo Paese, la tua lingua, le tue abitudini e le persone che ami, inizi inevitabilmente a guardare il mondo con occhi diversi. Ti senti, almeno all’inizio, sospeso tra due realtà: quella da cui provieni e quella che stai cercando di costruire. È una sensazione che conoscono bene molte persone che vivono all’estero. La solitudine, però, non è stata soltanto un momento difficile. Per me è diventata anche uno spazio di osservazione e di crescita. Mi ha insegnato ad ascoltare di più, a fermarmi, a dare valore agli incontri più semplici.
Ricordo che trascorrevo molto tempo nelle stazioni ferroviarie. Guardavo i treni arrivare e ripartire e osservavo le persone. C’erano studenti, lavoratori, famiglie, turisti. Ognuno con una destinazione diversa, una storia diversa, una lingua diversa. Molto probabilmente non si sarebbero mai incontrati di nuovo, eppure, per qualche minuto, avevano condiviso lo stesso luogo. Mi affascinava questo continuo intrecciarsi di vite.
Un giorno mi sono chiesta: e se anche un libro potesse fare la stessa cosa? E se invece di restare fermo su uno scaffale iniziasse a viaggiare, passando di mano in mano, attraversando città, confini e culture, proprio come fanno le persone?
Da quella domanda è nato tutto.
Quando dico che il libro non appartiene a nessuno e appartiene a tutti, non è una frase simbolica costruita per attirare l’attenzione. È il principio su cui si fonda l’intero progetto. Finché il libro rimane nelle mie mani, è soltanto una mia opera. Nel momento in cui decido di affidarlo al mondo, smette di appartenere esclusivamente a me e diventa un’esperienza condivisa. Ogni lettore aggiunge qualcosa al suo viaggio, anche senza rendersene conto. Cambia il luogo in cui il libro si trova, il momento in cui viene letto, le emozioni che porta con sé. In un certo senso, il libro continua a essere scritto attraverso gli incontri che vive.
Credo che oggi siamo abituati a pensare che il valore di qualcosa dipenda dal possesso. Vogliamo conservare, controllare, sapere sempre dove si trova ciò che è nostro. Io, invece, volevo creare qualcosa che esistesse proprio grazie al fatto di essere lasciato libero. Un progetto che potesse vivere di vita propria, senza avere bisogno della presenza costante del suo autore.
Forse questa è anche una metafora della mia storia personale. Trasferirmi in un altro Paese mi ha insegnato che crescere significa spesso accettare l’incertezza, fidarsi delle persone e lasciare spazio all’imprevedibile. Non tutto ciò che conta può essere programmato. Alcune delle esperienze più importanti della mia vita sono nate proprio da incontri casuali, da treni presi all’ultimo momento, da conversazioni inaspettate.

Mi piacerebbe che questo libro facesse lo stesso. Che diventasse un piccolo ponte tra persone che non si conoscono e che, grazie a una storia condivisa, si sentano per un attimo meno sole. Perché, in fondo, credo che la letteratura abbia proprio questo potere: ricordarci che, anche quando pensiamo di essere soli, da qualche parte c’è sempre qualcuno che ha provato le nostre stesse emozioni.
Il viaggio del libro, in treno o altrove si può seguire tramite il codice QR. Ne osservi attivamente il tragitto, oppure lo lasci andare consapevolmente senza intervenire?
Direi entrambe le cose. Da una parte lascio che il libro sia completamente libero di seguire il proprio percorso, senza decidere io dove debba andare o chi debba incontrare. Dall’altra, mi emoziona poter seguire le tracce del suo viaggio quando i lettori scelgono di condividerle.
Per questo ho creato un codice QR collegato a una pagina dedicata e a una mappa interattiva. Ogni volta che una persona trova il libro e decide di raccontare dove si trova, io aggiorno personalmente la mappa. In questo modo il viaggio diventa visibile: si possono vedere le città, i Paesi e le tappe che il libro attraversa nel tempo. Mi piace l’idea che non sia soltanto un oggetto a spostarsi, ma che ogni nuova posizione racconti anche un incontro, una scelta e un momento di vita.
Naturalmente non tutti decideranno di scansionare il QR Code, e questo fa parte del progetto. Ci saranno sicuramente tratte del viaggio che rimarranno invisibili, e credo che sia giusto così. Mi piace pensare che il libro continui a vivere anche quando non so esattamente dove si trova. Il mistero è parte della sua identità.
La mappa, quindi, non nasce per controllare il libro, ma per raccontarne la storia. È una sorta di diario collettivo costruito dalle persone che lo incontrano. Ogni nuovo punto sulla mappa rappresenta una connessione tra sconosciuti, un piccolo filo che unisce luoghi e culture diverse attraverso la lettura.
Trovo affascinante osservare come un’idea nata da una sola persona possa, passo dopo passo, trasformarsi in qualcosa di molto più grande. Ogni aggiornamento della mappa mi ricorda che il libro non sta semplicemente viaggiando nello spazio, ma sta attraversando vite diverse. È proprio questo il cuore del progetto: dimostrare che la letteratura può creare legami reali tra persone che probabilmente non si incontreranno mai, ma che, per un momento, saranno unite dalla stessa storia.
In una precedente intervista hai detto che il tedesco ha cambiato il tuo modo di pensare: scrivi in modo più emotivo in italiano e più filosofico in tedesco. Noti questa differenza anche nella vita di tutti i giorni o solo quando scrivi?
Assolutamente sì. Prima di trasferirmi in Germania pensavo che una lingua fosse semplicemente un mezzo per comunicare. Vivendoci, invece, ho capito che ogni lingua è anche un modo diverso di osservare il mondo. Non cambiano solo le parole che scegliamo, ma cambia il modo in cui organizziamo i pensieri, interpretiamo la realtà e persino viviamo le emozioni.

L’italiano è la lingua con cui sono cresciuta. È la lingua dei ricordi, della famiglia, delle emozioni più profonde. Quando scrivo in italiano, le parole arrivano in modo naturale, quasi senza pensarci. È una scrittura molto istintiva, ricca di immagini e di sentimento. Mi permette di raccontare ciò che sento con spontaneità.
Il tedesco, invece, mi ha insegnato qualcosa di diverso. Essendo una lingua che ho dovuto conquistare giorno dopo giorno, mi costringe a riflettere su ogni parola. Questo rallenta il pensiero, ma allo stesso tempo lo rende più consapevole. Mi accorgo che, quando scrivo in tedesco, tendo a interrogarmi di più sul significato delle cose, a cercare l’essenza di un concetto. È come se la lingua mi invitasse naturalmente a essere più filosofica e più essenziale.
Questa differenza la percepisco anche nella vita quotidiana. Quando parlo italiano emerge la parte più emotiva di me; quando parlo tedesco mi sento più riflessiva, più attenta e più razionale. Non significa che una lingua sia migliore dell’altra: semplicemente, fanno emergere aspetti diversi della mia personalità.
Credo che vivere tra due lingue sia uno dei regali più grandi che questa esperienza mi abbia fatto. Mi ha insegnato che non esiste un solo modo di raccontare la realtà e che, cambiando lingua, in qualche modo cambiamo anche prospettiva. È un esercizio continuo di apertura mentale.
Negli ultimi anni questa esperienza ha influenzato anche il mio percorso come autrice. Oltre a questo progetto, ho iniziato a scrivere direttamente in tedesco. Nei miei libri ritorna spesso il tema del viaggio, non solo come spostamento geografico, ma come trasformazione interiore, incontro tra culture e ricerca di un luogo in cui sentirsi a casa. Credo che vivere tra due lingue mi abbia insegnato che il viaggio più importante non è quello che si misura in chilometri, ma quello che cambia il nostro modo di guardare il mondo e noi stessi.
Anche questo progetto è nato da questa consapevolezza. È stato scritto in tedesco, ma porta con sé la sensibilità italiana con cui guardo il mondo. In fondo, rappresenta proprio ciò che sono oggi: una persona che vive tra due culture e due lingue, e che cerca di trasformare questa doppia appartenenza non in una distanza, ma in un ponte. Se il libro riuscirà a mettere in contatto persone che parlano lingue diverse e provengono da esperienze diverse, allora avrà realizzato anche questo sogno: dimostrare che le differenze non ci allontanano, ma possono diventare il punto da cui iniziare a costruire un dialogo.
Come influencer di moda hai costruito una community di oltre 214.000 follower e sei abituata a una comunicazione immediata, fatta di numeri e reazioni istantanee. Il tuo progetto editoriale, invece, è lento, anonimo e imprevedibile. È un contrappunto consapevole alla tua altra vita?
Credo che possa sembrare una contraddizione solo a prima vista. In realtà, per me, questi due mondi non si escludono: rappresentano due modi diversi di creare connessioni tra le persone.
I social network mi hanno dato moltissimo. Mi hanno permesso di conoscere persone provenienti da ogni parte del mondo, di raccontare la mia creatività, di confrontarmi con una comunità che negli anni è cresciuta insieme a me. Sono grata per tutto questo, perché è stato un percorso importante della mia vita e mi ha insegnato quanto la comunicazione possa avvicinare le persone.
Allo stesso tempo, però, vivendo quell’esperienza ho iniziato a riflettere sul valore del tempo. Oggi siamo abituati a consumare contenuti molto velocemente: scorriamo uno schermo, mettiamo un “mi piace”, passiamo subito a qualcos’altro. È il linguaggio del nostro tempo e non lo considero qualcosa di negativo. Fa parte del modo in cui comunichiamo oggi.
Con questo libro, però, sentivo il bisogno di esplorare una dimensione diversa. Volevo creare qualcosa che chiedesse alle persone di rallentare, di fermarsi, di dedicare tempo a una storia e, soprattutto, di diventarne parte. In questo progetto il lettore non è uno spettatore, ma un protagonista. Con un gesto semplice, come lasciare il libro su un treno o consegnarlo a uno sconosciuto, contribuisce a scrivere un capitolo nuovo della sua storia.
Per questo non considero il progetto un’opposizione al mondo dei social, ma un suo completamento. I social mi hanno insegnato quanto sia potente la capacità di mettere in contatto le persone. Questo libro nasce dalla stessa convinzione, ma la trasferisce nel mondo reale. Qui gli incontri non avvengono attraverso uno schermo, ma tra mani che si passano un libro, tra persone che forse non si conosceranno mai e che, proprio grazie a quel gesto, diventano parte della stessa narrazione.
Mi affascina l’idea che il successo di questo progetto non possa essere misurato solo con i numeri. Certo, vedere il libro attraversare tante città sarebbe bellissimo, ma ciò che conta davvero sono le storie che nasceranno lungo il cammino. Se anche una sola persona, leggendo quel libro o decidendo di farlo ripartire, si sentirà meno sola o guarderà il mondo con occhi diversi, allora avrò raggiunto il mio obiettivo.
In fondo, credo che ogni progetto abbia bisogno del suo tempo. Alcuni vivono nell’immediatezza di un momento, altri crescono lentamente, incontro dopo incontro. Io ho avuto la fortuna di conoscere entrambe queste dimensioni e oggi sento che si completano a vicenda. Una mi ha insegnato il valore della condivisione, l’altra mi sta insegnando il valore dell’attesa. Ed è proprio nell’equilibrio tra queste due esperienze che riconosco la mia identità, sia come autrice sia come persona.
Credi che un giorno il libro tornerà da te? E come ti sentiresti se, invece, scomparisse per sempre?
Non so se un giorno il libro tornerà da me, e credo che sia proprio questo il bello. Fin dall’inizio ho accettato l’idea che il suo destino non dipendesse più da me. Da quando l’ho affidato al mondo, ha iniziato a scrivere una storia tutta sua.
Naturalmente mi emozionerebbe tantissimo se un giorno tornasse. Sarebbe come ritrovare un vecchio amico dopo un lungo viaggio. Mi piacerebbe sfogliarlo e immaginare tutte le mani che lo hanno tenuto, tutti i luoghi che ha attraversato e tutte le persone che, anche solo per qualche ora, hanno condiviso un pezzo del loro cammino con lui.
Ma, allo stesso tempo, se non dovesse mai tornare, non lo vivrei come una delusione. Anzi, significherebbe che continua il suo viaggio e che sta facendo esattamente ciò per cui è nato: creare incontri, attraversare confini e vivere una vita propria.
La cosa che mi rende più felice è che tutto questo è già iniziato. Le persone stanno scansionando il QR Code, stanno visitando il sito e, soprattutto, stanno lasciando messaggi bellissimi. Alcuni raccontano dove hanno trovato il libro, altri spiegano perché hanno deciso di farlo ripartire, altri ancora condividono emozioni molto personali. Ogni volta che leggo uno di questi messaggi mi emoziono, perché mi ricorda che il progetto non appartiene più soltanto a me. Sta diventando qualcosa di collettivo.
Anche la mappa che aggiorno con le nuove tappe racconta questa trasformazione. Ogni nuovo punto non rappresenta soltanto una città, ma una persona, un incontro e una storia. È come vedere nascere, poco alla volta, una rete invisibile che unisce persone che probabilmente non si conosceranno mai, ma che sono legate dallo stesso libro.
In fondo, il mio desiderio non è che il libro ritorni necessariamente nelle mie mani. Il mio desiderio è che continui a viaggiare il più a lungo possibile e che ogni persona che lo incontra senta il desiderio di aggiungere un piccolo tassello alla sua storia.
Se un giorno tornerà, lo accoglierò con immensa gioia. Se invece continuerà il suo viaggio senza fare ritorno, saprò che da qualche parte, in una città che forse non visiterò mai, c’è ancora qualcuno che lo sta leggendo, lo sta passando a un’altra persona o sta lasciando un messaggio sul sito. E credo che, per un’autrice, non possa esserci soddisfazione più grande: sapere che una storia continua a vivere, a muoversi e a creare connessioni ben oltre chi l’ha scritta.




