Quando la scienza si gioca in italiano: impressioni da un laboratorio per bambini a Berlino

di Miriam Franchina
Ai bambini che si aspettavano di “fare bolle e pozioni”, ma temevano che “esplodesse qualcosa”, il workshop organizzato da Native Scientists sabato 20 giugno a Berlino non ha certo deluso. Un gruppo di ricercatori italiani ha sfidato la canicola armato di microscopi, termometri e provette per organizzare esperimenti a misura di bambino.
Scienza per bambini a Berlino: un laboratorio originale e coinvolgente
A scandire il ritmo, così che i circa trenta bambini ruotino su tutti gli esperimenti, c’è Roberta. Cronometro alla mano, a questo giro ha lasciato da parte gli orologi interni sballati delle cellule malate per dedicarsi alla sua altra grande passione: la divulgazione scientifica. È arrivata in Germania per toccare con mano il Paese di cui i nonni, Gastarbeiter pentiti del rimpatrio in Abruzzo, le raccontavano meraviglie. E ci è rimasta, fra un esame di medicina, un science slam e l’hobby dell’illustrazione.
Con lei ci sono Elisa, Fedra, Laura, Marta e Riccardo. Per quasi tutti, la Germania è stata l’approdo, non sempre pianificato a tavolino, per un dottorato o un postdoc, a volte dopo tappe intermedie in altri Paesi e spesso con la valigia già pronta per la destinazione successiva. Elisa (neurotecnologa) ha già un biglietto per il Canada per proseguire nel campo delle neuroscienze, in cui anche Marta (biotecnologa) vorrebbe continuare, anche se non disdegna l’ambito dell’Open Science. Sembra quasi che i bambini, nelle impressioni lasciate su carta, abbiano colto nel segno.
Alla domanda “A cosa pensi con la parola scienza?”, qualcuno ha scritto “università” e l’ha affiancata alla parola “povertà”, chissà come intuendo che spesso, ricerca è sinonimo di precarietà. Riccardo, anche per non dover inseguire fellowships in giro per il mondo, intende archiviare la tesi in fisica gravitazionale ed esplorare l’insegnamento, magari anche trasformando stelle e buchi neri in spunti per giochi da tavolo. Fedra, laureata in scienze del mare, ha imparato il tedesco facendo consegne e lavorando alla reception di un hotel, ed ora vive la sua passione per piante e microrganismi acquatici a bordo di una nave-laboratorio dove fa didattica per grandi e piccoli. A Berlino non c’è il mare che conosce dalle sue radici doppio-isolane, in Sicilia e a Rodi, ma ci sono abbastanza laghi e paludi per crearsi la propria isola. Laura, con in tasca un Ph.D. in ingegneria dal Belgio, naviga nel mare di dati generati da sofisticati macchinari per lo studio dei materiali e si è da poco imbarcata in una start-up che aiuta altri ricercatori a non perdere la rotta fra esperimenti, misure e risultati.

Mettersi in gioco tra domande ed esplorazioni
Quello che accomuna tutti è il sapersi mettere in gioco e destreggiarsi tra domande e osservazioni che difficilmente si sentirebbero a conferenze o seminari accademici. Mentre Marta, munita di cannucce e barattoli, racconta il cuore come una casa fatta di quattro camere e porte che si aprono e si chiudono, una bambina si concentra su una questione molto precisa: quanto sono grandi queste stanze?
La sua unità di misura, però, non compare in nessun manuale di anatomia. Vuole sapere se nel cuore ci starebbe una sola zanzara e scopre con entusiasmo che potrebbe ospitarne tranquillamente un’intera famiglia. Con Laura, i bambini mischiano liquidi in quelli che sembrano shot di cocktail colorati, per poi misurarne acidità o basicità con la cartina di tornasole. La spiegazione che gli acidi provocano la carie non sfugge a un bambino, che dal dentista ha invece appreso che sono gli zuccheri i colpevoli. “I batteri mangiano gli zuccheri e, diciamo, la loro pupù è acida” è la pronta rettifica. Così anche la chimica corrobora i moniti di mamma e papà contro gli eccessi di merendine. Gli elettrodi che Elisa distribuisce per verificare come il cervello manda segnali ai muscoli riscuotono grande successo, ma un bambino vuole accertarsi che non lascino segni. “Perché poi devo andare ad un concerto”, annuncia compunto.

Pizza e gelato: conclusione perfetta!
Gli organizzatori, una volta riposte provette, pinzette e lenti, si concedono pizza e gelato per riflettere sull’esperienza e progettare la prossima. All’appello, per esempio, sono mancati gli umanisti, pur numerosi fra gli italiani in Germania per ricerca. È vero che potrebbero esitare di fronte alle aspettative dei più piccoli, che quando immaginano uno scienziato vedono provette e qualcosa che fuma. Ma i commenti che i bambini hanno lasciato tra disegni, scritte e sticker fanno pensare che non serva necessariamente aver messo piede in un laboratorio per accendere la loro curiosità. Per chiunque voglia provarci, con o senza camice, il punto di partenza è contattare Native Scientists.
Roberta vorrebbe raggiungere persone che, nel quotidiano, hanno poche occasioni di contatto con il mondo scientifico e che, anche per le difficoltà aggiuntive che possono incontrare le famiglie con radici in Italia, lo percepiscono come distante dai propri orizzonti. Alla domanda “È la prima volta che incontri uno scienziato?”, circa metà dei bambini ha risposto di sì. Un segnale incoraggiante, ma anche la prova che c’è ancora margine per coinvolgere un pubblico più ampio. Del resto, è questa la scintilla che anima Native Scientists: trasmettere la scienza in maniera intuitiva e ludica, e farlo nelle lingue in cui gli scienziati sono cresciuti e che i bambini parlano spesso solo in famiglia. La lingua diventa così parte dell’esperimento, tra accenti regionali e qualche incursione nel tedesco, e un filo che lega i bambini a chi sta dietro la ricerca, rendendo meno astratta un’attività che spesso appare distante. Per un pomeriggio, in una stanza di Kreuzberg, galassie, neuroni, cellule e plancton sono sembrati un po’ più abbordabili. E parlavano italiano.




