L’economia tedesca ancora in crisi: crescita zero nel terzo trimestre
L’economia tedesca non riesce a uscire dalla crisi e non c’è promessa né taglio drastico né programma di investimenti che riesca a invertire la tendenza. Il prodotto interno lordo tedesco nel terzo trimestre del 2025 segna una crescita pari a zero, secondo i dati diffusi dall’Ufficio federale di statistica giovedì scorso. La somma di tutti i beni e servizi prodotti nel paese tra luglio e settembre è rimasta invariata rispetto al periodo precedente, al netto dell’inflazione. Le esportazioni, tradizionale punto di forza dell’economia tedesca, hanno deluso.
Non è più neppure una novità: i numeri precedenti raccontano una traiettoria in discesa. Tra aprile e giugno il PIL era persino arretrato dello 0,2%, secondo le stime riviste dagli esperti di Wiesbaden. Dopo un accenno di ripresa all’inizio dell’anno, la Germania è ricaduta nel pantano. La svolta annunciata dal Cancelliere Friedrich Merz (CDU) continua a non materializzarsi, nonostante i proclami iniziali della coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici.
Il mercato del lavoro conferma il trend negativo. A settembre gli occupati sono calati di 21.000 unità rispetto al mese precedente, al netto dei fattori stagionali. Quinto mese consecutivo di flessione. Da maggio ad agosto l’occupazione aveva già perso mediamente 15.000 persone ogni mese.
Una crisi senza precedenti per l’economia tedesca
Diverse fasi di rallentamento economico hanno caratterizzato anche altre epoche della Repubblica Federale Tedesca dalla riunificazione a oggi, ma quello attuale presenta caratteristiche anomale, inquietanti. In dieci degli ultimi dodici trimestri la performance economica è diminuita oppure ha segnato una stagnazione. Niente di simile era mai accaduto prima. Mai così a lungo.
Il confronto con il 2019 rende l’idea della situazione. L’economia tedesca produce oggi appena più di quanto produceva prima dello scoppio della pandemia. Gli Stati Uniti nello stesso periodo hanno visto crescere la produzione economica complessiva del 13%. La Polonia, addirittura, del 15%. Il divario si allarga pericolosamente. La “tempesta perfetta” creata dal susseguirsi rapido delle crisi (pandemia, guerra in Ucraina, crisi energetica, destabilizzazione geopolitica globale) ha assestato all’economia tedesca una serie di colpi dai quali la Germania appare incapace di riprendersi, indipendentemente dal colore del governo.
Le esportazioni di automobili raccontano un capitolo emblematico del declino. Secondo le analisi di Alix Partners, società di consulenza statunitense di rilievo, la Germania è scivolata dal primo al quarto posto mondiale in otto anni. La Cina ha compiuto il percorso inverso: dal sesto al primo posto, superando tutti i competitor.
Le reazioni politiche ed economiche
Il ministro dell’economia Katherina Reiche (CDU) ha chiesto riforme strutturali mirate davanti alla persistente debolezza. “Ora dobbiamo riformare i sistemi sociali, ridurre sensibilmente la burocrazia, rendere più resilienti le catene di approvvigionamento, ampliare l’offerta di lavoro e garantire la sostenibilità dei conti pubblici”, ha dichiarato. Il governo federale intende procedere con determinazione in questa direzione.
Gli economisti dipingono scenari foschi. Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, ha specificato che solo nel 2026 il pacchetto fiscale del governo dovrebbe dare impulso all’economia, ma senza riforme strutturali l’effetto non sarà duraturo.
Il contesto europeo rende ancora più evidente la difficoltà tedesca. La Spagna ha registrato un aumento del PIL dello 0,6% nel terzo trimestre. Persino la Francia, alle prese con turbolenze politiche significative, ha visto crescere l’economia dello 0,5%. La Germania arranca mentre gli altri accelerano.
L’autunno delle riforme non mantiene le promesse
Per qualche settimana aveva funzionato. Dopo la nascita del governo nero-rosso, i mercati avevano reagito brevemente con quello che poteva apparire ottimismo e si era timidamente parlato di ripresa. A metà luglio, il barometro congiunturale in tempo reale della società di consulenza londinese Now-Casting prevedeva un aumento del PIL tedesco dello 0,8% nel terzo trimestre, al netto dell’inflazione. Sarebbe stata davvero un’inversione di tendenza, che è stata però smentita da tutte le proiezioni successive.
Nelle ultime settimane un diluvio di cattive notizie si è abbattuto sul Paese. La produzione industriale ha subito un forte calo in agosto. Gli ordini nel settore manifatturiero sono diminuiti per la quarta volta consecutiva, raggiungendo al netto dell’inflazione il livello più basso dall’inizio del 2010, escludendo il crollo del 2020 causato dal coronavirus. Il clima di fiducia dei consumatori rimane cupo: molti preferiscono accumulare risparmi sul conto bancario piuttosto che spendere.
I primi indicatori autunnali confermano il rallentamento. Il barometro congiunturale dell’Istituto tedesco per la ricerca economica è sceso da 96 a 91 punti in ottobre, allontanandosi significativamente dalla soglia neutra di 100 punti che indica una crescita media. Il DIW (Istituto Tedesco per l’Economia) individua tra i fattori negativi la politica commerciale statunitense definita “ostile”, la forte concorrenza cinese e l’economia mondiale complessivamente in difficoltà.
Molte aziende rimangono dubbiose sulla concretizzazione dell’autunno delle riforme annunciato dal governo, considerando che la coalizione guidata da Merz finora ha regalato al paese una stagione di litigi piuttosto che di cambiamenti. Lo scetticismo del tessuto imprenditoriale riflette una sfiducia profonda verso la capacità della politica di invertire la rotta.




