“Una vita come tante”, Hanya Yanagihara: romanzo cult o trappola emotiva?
Straziante, doloroso in modo quasi intollerabile. Così viene spesso definito “Una vita come tante” (“A little life”, in inglese), il romanzo di Hanya Yanagihara uscito nel 2015 e divenuto rapidamente un raro caso di best seller acclamato dalla critica.
Dopo averlo letto, vado a elencare le impressioni (contrastanti) che ho ricavato nel corso della lettura, una lettura non facile e a tratti faticosa.
Primo problema: all’inizio mi sono mortalmente annoiata
Comincio col dire che ho trovato il romanzo troppo lungo e per troppo lungo non intendo rispetto a un canone astrattamente fissato come accettabile, ma rispetto al respiro e alla coerenza della trama. Questo libro non è troppo lungo perché dura più di 800 pagine, ma perché non è equilibrato.
All’inizio, e per più di 300 pagine, non succede assolutamente nulla. Si descrive la vita di JB, Malcolm, Willem e Jude, quattro amici che dopo il college cercano il loro posto nel mondo, ma la sensazione ricavata è che la prima parte del romanzo fatichi terribilmente a carburare. È tutta una successione di biografie minuziose che non porteranno da nessuna parte, conversazioni random, vita mondana newyorkese, personaggi irrilevanti, episodi trascurabili e digressioni inutili.
A metà libro l’autrice sposta di colpo il focus e si concentra solo sul personaggio più problematico e sofferente, Jude. Alcuni lettori hanno criticato questo salto di prospettiva e registro, trovandolo destabilizzante, ma io l’ho apprezzato, perché ha dato alla trama una vera direzione. Avrei piuttosto eliminato tutta la parte precedente, durante la quale ho più volte avuto la tentazione di abbandonare la lettura e ho tenuto duro solo perché ho la compulsione di finire i libri che inizio, tutti.
Ma arriviamo alla storia di Jude, vero fulcro del libro. Questo personaggio è condannato a soffrire a causa di quanto subito nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza, vale a dire una serie di eventi orribili che hanno deviato irrimediabilmente la sua personalità. Pur vivendo una vita adulta piena di successi professionali, ricchezza e amore, infatti, Jude continuerà ad autodistruggersi nel tentativo di sfuggire ai fantasmi che lo perseguitano e lo farà in vari modi: in primis trovando nel rito del dolore una valvola di sfogo e poi dandosi in pasto a qualcuno che confermerà il suo sentirsi un reietto e un predestinato all’infelicità.

Secondo problema: se tutto è dolore, niente è dolore
Qui ho incontrato il secondo “problema”. Ritengo infatti che la sequenza di tutto ciò che Jude ha subito nel corso dei primi anni di vita risulti irrealistica e quindi inefficace. Di sicuro, le esperienze descritte sono oggettivamente terribili e possibili, purtroppo, ma che capitino tutte insieme alla stessa persona, una dopo l’altra, fa vacillare parecchio la sospensione dell’incredulità. Se a questo aggiungiamo personaggi come il Dr. Traylor (e come Caleb, per certi aspetti), talmente monodimensionali e senza volto da risultare irreali, appare chiaro che ci troviamo di fronte a una fiaba nera dei Fratelli Grimm, più che a una vicenda umana plausibile.
A questo si aggiunge il fatto che la narrazione del dolore, reiterata per quasi mille pagine, alla lunga finisce per desensibilizzare. Molto banalmente, se tutto è sofferenza, alla fine ci si abitua. La riproposizione continua dello stesso tipo di dinamiche, estreme ed emotivamente estenuanti, rischia inoltre di scivolare nel patetismo e questo mi ha fatto provare una lieve irritazione, la stessa che ho avvertito quando la frase “I’m sorry”, gettonatissima nelle interazioni tra i personaggi, ha superato la doppia cifra.
Terzo problema: quell’intervista di troppo
Alla base di questo “massacro del personaggio” c’è un preciso intento dell’autrice, espressamente dichiarato in un’intervista: dimostrare che ci sono delle sofferenze immedicabili, o meglio, che il raggiungimento di un tetto massimo di dolore può segnare l’incapacità dell’essere umano di riprenderrsi.
Nella stessa intervista Yanagihara ha dichiarato che considera psicoterapia e religione come la stessa cosa e che non crede nella “terapia della parola”. E mi viene da chiedere: era proprio necessario? Non ne sono sicura. Se un libro è infatti una zona franca in cui tutto ha cittadinanza e non esistono obblighi pedagogici, l’invio di un messaggio extra-letterario diretto al pubblico è più problematico, specie se teorizza l’impossibilità di guarire da dolori estremi e una presunta inutilità della psicoterapia. Ma torniamo al libro.

A farmi male, qualcosa che di solito passa inosservato
Finora sembra che del libro non mi sia piaciuto nulla, ma non è così. Alcuni passaggi mi hanno effettivamente commossa e quasi tutti hanno a che fare con l’incapacità di comunicare. Non li ho mai sentiti nominare, però, quindi non credo che siano popolarissimi tra i lettori.
Il primo riguarda il momento in cui lo sfortunato fratello di Willem, che ha dei grossi limiti nell’esprimersi, cerca di far capire a gesti dove provi dolore. Ho poi quasi pianto leggendo la storia del figlio di Harold, in particolare quando il bambino grida senza voce, perché non può più emettere suoni. Ho infine trovato molto toccante il passaggio in cui Harold ricorda a Jude, e in seguito anche al lettore, in che condizioni si trovi JB alla fine del romanzo e cioè sempre più solo.
Il dolore di JB, grande artista e piccolo uomo, non è quello tragico di Jude, né quello epico di Willem, che passa la vita a cercare di salvare il suo compagno, ma quello di chi annega in un’esistenza banale, sempre più devastata dalla malinconia, dai rimpianti e dal vuoto che incombe. Quello di JB è un personaggio insopportabile: egocentrico, superficiale e destinato ad alienarsi senza ragione anche l’affetto dei suoi migliori amici. Per questo mi fa pena. Non riesce neanche a incarnare il male a tutto tondo, come Caleb. I suoi errori sono imbarazzanti, fastidiosi e senza logica e per questo finirà per ferire mortalmente una persona a cui vuole bene, che gli vuole bene e che non lo merita. Alla fine verrà perdonato ma pagherà comunque, perché, a differenza di Jude, si autodistrugge e distrugge senza motivo e questa, a ben vedere, è la cosa più spaventosa di tutte.

L’ultimo stadio del dolore
Assolutamente struggente è la descrizione dell’ultimo stadio del dolore di Jude. Colpito dall’ennesimo tragico evento della sua vita, alterna momenti di disperazione esplosiva e buio della coscienza, ma ancora peggio è quando le emozioni più violente recedono, sostituite da una fase di calma piatta e rassegnazione senza speranza.
Dopo aver tentato in tutti i modi di annientarsi, contrastato da una rete di affetti autentici che cercano di salvarlo, Jude riprende a mangiare, a parlare con i suoi amici e a immergersi nella sua routine, ma è un’illusione. La vita se ne è andata definitivamente, molto di più di quando il dolore urlava, perché anche urlare è un’espressione di vitalità. Jude lo sa. Non si capisce fino a che punto lo capiscano i suoi amici, ma forse, in fondo, intuiscono la verità. D’altro canto, Jude è Jude.
Oltre i confini dell’amore e dell’amicizia
Il rapporto tra Jude e Willem è estremo al punto che Jude ama molto, riamato, almeno altre quattro o cinque persone, ma non esiterebbe a sacrificarle in blocco per l’unica senza la quale non riesce a vivere. Il che è anche molto crudele, ma Jude è il primo a rendersene conto e a provare pena per tutti gli altri. Poveri tutti, i suoi cari, che fanno l’impossibile per lui, ma non conteranno mai quanto Willem.
Questo legame esclusivo ed ultratrentennale, forgiato dai condizionamenti post-traumatici di Jude, si evolve in modo atipico. Mentre Willem ama in senso “tradizionale”, infatti, il trasporto di Jude ha le caratteristiche dell’amore e dell’amicizia, ma è impossibile distinguere dove cominci l’uno e inizi l’altra. Tra i due personaggi c’è simbiosi assoluta e il dualismo noi-mondo tipico dei legami sentimentali, ma viene eliminato il sesso, perché Jude è incapace di associarlo a qualcosa di positivo, e non c’è neanche un classico trasporto romantico, perché Jude è totalmente assorbito dallo sforzo di esistere senza dolore. Allo stesso tempo, però, questo rapporto è costantemente pervaso da una tensione fisica e da uno “struggimento per l’altro” che ricordano poco le amicizie di lunga data..

Non nego inoltre di essere stata profondamente toccata dalla natura radicale di questo legame e per questo trovo coerente l’evoluzione della trama. Ci sono dolori insuperabili, per alcuni. È vero. E assenze da cui non si guarisce. Da quanto è emerso nelle interviste, pare che l’autrice voglia spingere il lettore a non giudicare chi ne prende atto e agisce di conseguenza, ma nessuno giudica. Semplicemente, non si può fare a meno di trovarlo terribilmente doloroso e di chiedersi: ma non c’è proprio speranza?
Alla fine di questo lungo viaggio letterario, ho scoperto di provare fastidio. Ce l’ho con l’autrice. Per la partenza lenta, per le ridondanze, per i binari morti, perché il mondo tratta ingiustamente Jude, perché Jude non fa abbastanza per evitare ai suoi cari lo spettacolo della sua autodistruzione e perché la copertina, almeno quella del libro che ho comprato io, è una delle più brutte che abbia mai visto e ricorda il celebre meme di Dawson’s Creek, quello con Dawson che piange. Insomma, sono nervosa e il nervosismo non se ne va, ma anche questa è una reazione interessante. Dopotutto, mi fa sentire viva.




