Shining new blogger. Introduzione a cura della redazione

Non capita spesso che Il Mitte faccia la corte a un/a blogger. In questo caso è capitato. Abbiamo rincorso Cristiana Santini per monti e mari (figurativi) e per mesi (reali), perché ci siamo innamorati del suo modo di scrivere. Il suo stile unico, che non chiede il permesso a nessuno per riempire pagine e disegnare immagini disturbanti, ci ha fatto appassionare e a volte ridere fino alle lacrime. La sua conoscenza sconfinata della materia di cui scrive ci ha riempito di ammirazione. Adesso speriamo di riuscire a convincerla a continuare. Mettetevi comodi e godetevi il viaggio. Perché a recensire un film già uscito son buoni tutti, ma i nostri collaboratori recensiscono quelli che devono ancora arrivare nelle sale. In questo caso “Doctor Sleep”, sequel di “The Shining”.

Usare lo Shining per mazzolare un film mai visto prima

di Cristiana Santini

Ordunque.
Siore e siori voglio tentare quest’oggi un esperimento che necessita di riflessi felini e sprezzo del pericolo (nonchè una considerevole faccia da chiülo): spiegare – col solo ausilio informativo di un trailer di 2 minuti e 25 secondi, e una locandina – perché un dato film di prossima uscita è destinato al limbo del meh. Data la pericolosità del numero l’avgvsto pubblico è pregato di non ripetere l’esperimento a casa. Il film in questione è “Doctor Sleep” di Mike Flanagan.

Vi sentite trepidanti e piacevolmente accalorati? Dovreste.
Cominciamo col dire che chiunque mi conosca almeno un po’ sa che nutro una passione finanche insalubre per Stephen King, e più in astratto per l’Horror in generale. Inoltre, mi trovo ad essere un’estimatrice del lavoro di Stanley Kubrick, un aspetto che – tra le altre cose – sinergizza graziosamente una qual certa raffinatezza in fatto di gusti cinefili, all’imbarazzo di ammirare in egual misura due individui che si sono stati sul pupparuolo con la furia di mille Cersei Lannister.
Le ragioni di codesto odio reciproco risalgono ovviamente a The Shining”: la terza fatica di King, che nel 1980 diverrà l’undicesimo film di Kubrick. E che dopo quasi trent’anni si ritrova ad avere un sequel in “Doctor Sleep”.

C’è da dire che se proprio sequel di “The Shining” doveva essere, la scelta ovvia quanto felice per la regia non poteva che ricadere su Mike Flanagan: negli ultimi dieci anni si è conquistato una meritata fama tra gli amanti del genere, e grazie alla serie TV di successo “The Haunting of Hill House” è riuscito a fare breccia anche nei cuori di un pubblico più eterogeneo. Ha già avuto modo di adattare una novella di King per Netflix (“Gerald’s Game”, nel 2017), e pare essersi specializzato nel filone delle case (e/o suppellettili) sataniche che mandano fuori di melone i personaggi della storia.
Sulla carta, Flanagan e “Doctor Sleep” sembrano dunque la coppia più bella del mondo (e ci dispiace per gli altri), tuttavia, intuirete che sta per arrivare il primo di svariati und inevitabili “ma”.

(Rullo di nacchere)
(…)

MA No.1 – Il piccirillo nel sedile posteriore dell’auto

Al buon vecchio Stephen King “The Shining” piacque (e piace)(perché ancora non se ne è fatto una ragione) quanto una camionata di sabbia nelle brache. Ci si potrebbe domandare se nel corso dei decenni egli abbia sofferto in silenzio trattenendosi dall’esternare il proprio cocente sdegno.
La risposta è: Claro que no.
L’aneddotica a riguardo è sontuosa come il banchetto nuziale della primogenita di un oligarca russo in trasferta a Dubai, e il suo gioiello della corona rimane un’intervista del 1986 ad American Film in cui dichiara: “Kubrick set out to make a horror picture with no apparent understanding of the genre” (sì avete letto bene)(ha detto che Kubrick non capisce un carnoso randello di cinema)(horror).

Il caro Stanley dal canto suo si limiterà a svilire malamente il libro nella celebre intervista con Ciment: “The novel is by no means a serious literary work” (sì avete letto bene)(ha detto che King non capisce un carnoso randello di letteratura)(seria). In seguito si premurerà di rifiutare l’adattamento di King a favore di quello di Diane Johnson, rimbalzare gli attori proposti da King, e stravolgere gran parte della trama e del fulcro della storia.

Infine, quando nel ’97 il povero Stephen tenta di riadattare il soggetto per una miniserie TV più fedele al testo (“Stephen King’s The Shining”), Kubrick accetta di rivendergli i diritti del suo stesso accidenti di libro solo a patto che la smetta di spargere guano sul film (col senno di poi un piano che ha funzionato a metà)(King ha smesso per due anni)(poi Kubrick ha sparato i calzini)(gatto che non c’è)(topi che ballano)(eccetera).

Quando nel 2013 King pubblica “Doctor Sleep” quale seguito di “The Shining”, per la sorpresa di assolutamente nessuno lo fa bypassando del tutto il film di Kubrick: la storia, focalizzata su un Danny Torrance ormai adulto ma ancora tormentato dal suo passato, si riallaccia esclusivamente alla trama della novella del ‘77, di fatto andando a ingigantire la già considerevole voragine narrativa tra il “The Shining” letterario e il “The Shining” filmico.

E vabbuo’.

Il problema è che in termini d’iconografia e successo, il film resta un cazziglione di volte più rilevante del libro.
Nessun regista in possesso delle sue facoltà mentali si cimenterebbe in un sequel di “The Shining” senza utilizzare il leggendario film quale riferimento principale, e nessun produttore lo finanzierebbe, perché i Money Shots sono tutti dentro l’Overlook Hotel di Kubrick, non in quello di King. Come tentare dunque l’impresa senza che il solitamente mansueto Stephen si tramuti in Cujo? Perché non so come la pensiate voi, ma una cosa è certa: se lo avessero scherzato per la seconda volta, per di più riguardo lo stesso universo letterario, a questo giro avrebbe preso a sfrondare cristiani con una motosega.
Come per magia, Flanagan e il suo progetto si son ritrovati ad essere il piccirillo acquattato nel sedile posteriore dell’auto mentre mamma e papà si tirano raffiche di chittemu in quello davanti.

La triste realtà è che riuscire a riappacificare due visioni così violentemente diverse della stessa storia è ormai pressoché impossibile, e mentre la locandina e il trailer del “Doctor Sleep” trasudano omaggi e metaforici salamelecchi al “The Shining” su pellicola, la pubblica benedizione di King al progetto assicurano che la sostanza avrà ben poco a che spartire con l’opera di Kubrick.
Stritolato dal peso di ben due titani della cultura contemporanea, non sembra peregrino profetizzare che il tocco personale di Flanagan non sia riuscito a sopravvivere all’inevitabile processo di cerchiobottismo del suo nuovo film (methinks).

MA No.2 – C’è un Overlook Hotel in tutti noi

Nel circoscritto mondo del cinema Horror, “The Shining” di Kubrick è mollemente assiso a sorseggiare un torbato invecchiato 12 anni sul Monte Olimpo assieme a un’esigua manciata di altri titoli. Per accedere a cotale Pantheon essere considerati capolavori non basta: solo una volta raggiunto il rango di Capostipite non si viene taliati dagli altri titoli con uno sguardo parte superiorità, parte disprezzo, che può significare solo va’ a lavura’ barbun.

The Shining” non ha mai corso il rischio di essere guardato a quel modo: acclamato oggi come esempio di Horror magistrale che trascende il genere, nell’anno della sua uscita pur dimostrandosi un successo al botteghino, non verrà accolto in maniera particolarmente calorosa né dal pubblico, né dalla critica. Sul perché, aleggia la lapidaria arrostita di King: “Kubrick non comprende il genere Horror”.

La cantonata presa dal cariƒƒimo Stephen può essere commentata oggi con un affettuoso MACHECAZZ, ma nel 1980 sembrava davvero che Kubrick non avesse del tutto afferrato le regole del gioco: sostituisce i tradizionali scenari tenebrosi ed angusti con ambienti sovrailluminati e mastodontici, il montaggio frammentato (prediletto all’epoca) diventa fluido e ossessivo grazie all’uso della nuova fiammante Steadicam, le apparizioni ultraterrene sono brusche e deprivate di qualsiasi aura sovrannaturale. Perfino la durata del film (119 minuti per la versione europea, 144 minuti per quella statunitense) distingue “The Shining” dagli altri Horror flicks, che in quegli anni difficilmente superavano l’ora e mezza.

Senonché.
A un anno dall’uscita di “The Shining” Sam Raimi nel suo film d’esordio “Evil Dead” sfoggerà la Shakycam (la versione ruspante e proletaria della Steadi).
Nel 1982 “Poltergeist” di Tobe Hopper amplierà l’idea dell’opulento edificio yankee che poggia sul cimitero indiano fino a trasformarla in un’orrorifica denuncia contro l’American Dream.
La totale inversione di rotta sul personaggio di Danny Torrance e del suo nucleo familiare, decreterà la fine della dinamica che aveva dominato la scena Horror per buona parte degli anni ’70: la strenua lotta dei genitori impotenti contro i figli indemoniati (e intendo, letteralmente)(crema di piselli e tatuaggi satanici inclusi).

Nancy di “A Nightmare on Elm Street” (Wes Craven – 1984) sarà la prima di un nugolo di giovanissimi eroi inascoltati, trascurati dalla generazione che li ha preceduti, spesso ricolmi di prepuberali (o adolescenziali) poteri nascosti, e costretti ad affrontare i mostri lasciati aggiro da mamma e papà. Sarà il trend che definirà l’intera decade, e che riconosce nel “luccicante”, triciclomunito, capelli-a-scodella Danny Torrance il proprio Archetipo Horror distintivo.

Per la metà degli anni ’80 era diventato evidente ai più (Stephen, dico a te) che Kubrick le regole del gioco le avesse capite sin dall’inizio, e che avesse solo deciso di farcisi un ricco bidet mentre riscriveva parte della grammatica del cinema Horror. Elementi che prima di “The Shining” avevano zero connotazioni con la paura, all’improvviso diventano sinonimi di cagazza: le gemelline che vogliono giocare con te per sempre, una palla da tennis che spunta dal nulla, battere a macchina una novella alquanto ripetitiva. E un cazziglione di altre componenti sparse nel film che finiranno per diventare classici del genere, capillarizzandosi guerrilla style in un numero di film horror (e non) troppo vasto da poter elencare.
Il risultato ultimo e’ che c’è un Overlook Hotel in tutti noi – anche per chi non ha mai visto “The Shining” – poiché fa ormai parte del nostro immaginario collettivo.

Il vero antagonista per il nuovo film di Flanagan non è dunque il gruppo dei True Knot, bensì la cinematografia occidentale di genere: lo tsunami di sequel “per associazione” che hanno speso gli ultimi trent’anni a rielaborare fino alla nausea gli stessi elementi caratteristici di “The Shining”che “Doctor Sleep” – in quanto sequel ufficiale – non può esimersi dall’utilizzare.
Con tutta la fiducia che nutro per le capacità artistiche di Flanagan, nessuno può remare contro tre decadi di déjà vu.

MA No.3 – Il paradigma di “The Thing”

Nel circoscritto mondo della letteratura Horror, “The Shining” di King è stravaccato su uno sgabello con la ypsilon del chiülo in bella vista mentre sorseggia una Budweiser nel baretto sotto casa.
Intendiamoci, non è la peggior novella che abbia mai scritto, e di sicuro non merita di essere considerata un’opera letteraria poco seria (Stanley)(maledizione), ma quando King in preda all’ennesimo travaso di bile criticò la scelta di Shelley Duvall per il personaggio di Wendy, la Duvall – temprata nella fiamma infernale dei sette mesi di riprese – ribatté semplicemente: “Kubrick took a 2nd rate novel and made a 1st rate movie”.
E questa signori, oltre ad essere un’illuminante parabola su come sia poco opportuno andare a sfrucugliare una donna stressata, corrisponde alla maldita verdad.

Nelle mani di Kubrick, la struttura classica da Ghost Story in cui l’edificio maledetto corrompe i suoi abitanti diventa la terrificante deflagrazione del primo mattone di qualsiasi società organizzata – il nucleo familiare – a causa delle paure e delle frustrazioni che la famiglia Torrance porta con sé ben prima di varcare la soglia dell’Overlook.
Il ruolo di antagonista assoluto che l’Hotel ricopre nel libro, si tramuta nel film in quello di gigantesco amplificatore, creando una tempesta perfetta di isolamento, incomunicabilità e risentimento che regna su tutto come la dannata Morte Rossa, tanto che è difficile immaginare un epilogo privo di mannaiate contro le porte anche senza barista demoniaco e la baigneur nella stanza 237 (per non parlare del Furry gola profonda).

Il che potrebbe lasciar intendere ai più che “The Shining” vada lasciato stare in quanto mostro sacro.
Svariata gente là fuori è difatti parecchio convinta della cosa, tanto dall’aver affossato il povero “Stephen King’s the Shining” prima ancora di essere trasmesso, e aver starnazzato contro il “Doctor Sleep” con un certo vigore.
Per quanto mi riguarda l’unica cosa davvero sacra è la ricetta di mia madre delle cozze ripiene in sughetto, quindi ho esattamente zero problemi con sequels, prequels e remakes di qualsiasi film.
Tuttavia, esiste il Paradigma di “The Thing”™
(esiste perché me lo sono inventato)
(non giudicate).

The Thing” è un film di Carpenter del 1982, ed è il remake di una pellicola del ’51: “The Thing From another World” di Christian Nyby e Howard Hawks.
Entrambi i titoli hanno come fonte d’ispirazione il racconto “Who Goes There?” (1938) di John W. Campbell Jr. e ne seguono grosso modo la trama: un gruppo di ricercatori in Antartica liberano accidentalmente una creatura aliena multiforme intrappolata nel ghiaccio.
Quel che rende l’originale del ’51 un classico fanta-horror senza troppe pretese, e il film dell’’82 un accidenti di capolavoro, non risiede nei trent’anni di ovvie migliorie tecniche che passano tra un titolo e l’altro, né nella presenza di Kurt Russell (anche se…)(non pigliamoci per il naso)(Kurt Russell aiuta), riguarda bensì il taglio che il remake dà alla storia.
Il film di Nyby e Hawks segue la moda – estremamente popolare negli anni ‘50 – della creatura aliena quale proiezione della Guerra Fredda. Tuttavia, un film dell’orrore resta attuale fintanto che lo è la paura che rappresenta: il mutare della situazione politica segnerà la fine dei commies con gli occhi da insetto, riducendo i film come “The Thing From another World” a specchi di un’epoca ormai lontana.

Carpenter d’altro canto fa diventare l’alieno il tuo collega di lavoro, il tuo migliore amico, l’animale a cui sei affezionato. Nell’isolamento e la claustrofobia della base antartica, ognuno è necessario per la sopravvivenza del gruppo e chiunque può essere il nemico che t’uccide (dopo aver rubato la tua cazzarola di faccia).
Questo tipo di paura non ha una data di scadenza: è intima, psicologica, saldamente ancorata alla nostra anima di animali sociali. E per questo motivo “The Thing” di Carpenter è un capolavoro, poiché illustra in un dato scenario la peggior paura nel migliore dei modi.

Nel 2011 “The Thing” ha avuto il suo prequel (omonimo) diretto da Matthijs van Heijningen Jr. e come era ovvio aspettarsi ha deluso un po’ tutti: pur non essendo nel complesso un rigozzo di film, Carpenter s’era sincerato trent’anni prima di dire tutto quello che c’era da dire sull’argomento, e di dirlo in maniera esemplare, condannando chiunque s’avvicini al franchise a una sorte da brutta copia in saecula saeculorum, amen.

Questo è il gramo destino che attende “Doctor Sleep”.
Poiché nessun film è sacro, ma alcuni sono intoccabili, e “The Shining” – con la sua riflessione impeccabile sui demoni celati all’interno del più intimo dei legami umani – rientra certamente in questa categoria.
Poco importa che il film non sia un sequel diretto del capolavoro di Kubrick, l’ombra dell’Overlook Hotel gravita pesante su chiunque osi approcciare la sua soglia: i True Knot non saranno mai più temibili di tuo padre che t’insegue con un’ascia in un labirinto innevato.
O dell’idea che io possa perdere la ricetta delle cozze ripiene in sughetto.
Per dire.

MINI-BIO

Cristiana Santini, blogger, cinema horror, the shining
The Birds! The Birds!

Sono nata in Italia ma risiedo nel South London da abbastanza tempo da essermi desensibilizzata alla deboscia che è la preparazione del Christmas Pudding tradizionale. Ho una vita che mi premuro di trascurare con regolarità in favore di un consumo indecente di film (soprattutto Horror e Western), serie TV, fumetti e videogames. Amo le lunghe passeggiate in riva al mare. Questo l’ho scritto solo per sembrare meno sociopatica.

Per altre splendide recensioni, vi consigliamo di seguire il blog di Cristiana!

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