Ai tempi anche Il Mitte aveva supportato la campagna di crowdfunding per la realizzazione di un documentario sulla comunità queer in Pakistan, “Allah Loves Equality“, realizzato tra il 2017 e il 2018 dal regista e attivista Wajahat Abbas Kazmi.

A distanza di due anni, con un budget di 12.815 euro, il documentario ha finalmente visto la luce. Promosso dall’associazione Il Grande Colibrì e patrocinato da Amnesty International, è stato presentato per la prima volta in anteprima il 28 aprile 2019, al Lovers Film Festival di Torino.

Il documentario mostra senza filtri la storia delle persone queer in Pakistan, Paese che vede applicata una delle legislazioni più repressive in materia, soprattutto a causa della sezione 377 del codice penale.

Il regista fornisce a diversi testimoni la possibilità di raccontarsi davanti a una telecamera e molti di loro lo hanno fatto per la prima volta, con totale sincerità e grandissimo coraggio. Si alternano dunque interviste, momenti di vita vissuta e spezzoni relativi a celebri fatti di cronaca, nel tentativo di scavare una strada fuori da un inferno fatto di stupri, omicidi, delitti d’onore, ostracismo e molte altre forme di violenza subite, su base regolare, dalla comunità LGBT in Pakistan.

Particolare esposizione è data alle donne transessuali, alle quali è consentito fare solo tre cose, per vivere: mendicare, danzare o prostituirsi.
Spesso ripudiate dalle loro famiglie e respinte dalla società, lottano per sopravvivere e a causa della loro condizione sono costrette ad abbandonare la maggior parte delle loro ambizioni, dalle più complesse alle più semplici. Sono fantasmi, quando non diventano bersagli.

A questo proposito vengono mostrate le violenze atroci, e a volte letali, perpetrate ai danni delle transessuali pakistane, per ragioni che vanno dallo sfruttamento al crimine d’odio.

Un caso emblematico è quello di Alisha, attivista per i diritti delle donne transgender, colpita sei volte con un’arma da fuoco e ricoverata in un ospedale di Peshawar, dov’è stata discriminata anche dal personale medico e paramedico. Dopo essere stata collocata nel reparto maschile, isolata e vicina ai bagni, Alisha è stata trattata con ostilità e negligenza, fino alla sua morte.

Meglio non va a quelle transessuali che osano opporsi ai tentativi di sfruttamento da parte della criminalità, che vede in loro solo carne da macello.

Il documentario mostra infatti il frammento di un video diventato virale, in cui una ragazza transgender di Sialkot, una cittadina del Punjab, viene frustata da un criminale del luogo, Jajja Butt, che secondo diversi media estorceva denaro alla comunità transgender. Shanaya, la ragazza mostrata nel video, fu rapita e selvaggiamente torturata per ragioni non ancora chiarite, ma che oscillano dal crimine d’odio alla rappresaglia personale.

C’è poi Esha Chaudhry, una donna transessuale di Rawalpindi, città satellite di Islamabad, capitale del Paese. Esha ha una laurea magistrale in economia e la sua ambizione è ricoprire un ruolo imprenditoriale. Attualmente, però, non può fare altro che mendicare, perché esclusa da qualunque altro ambito lavorativo. Ha trovato un compagno che la ama, ma è costretta a vestirsi da uomo quando esce con lui, perché il loro legame non potrebbe sopravvivere al di fuori delle mura domestiche.

Meglio non va agli omosessuali maschi, costretti a nascondere il loro orientamento, spinti dalle famiglie a sposarsi, spesso nell’ambito di matrimoni combinati, vittime dei pregiudizi e della mancanza di diritti, e non solo nel loro Paese.

Emblematico in questo senso è il caso del Dottor Qasim Iqbal, considerato il padre dell’attivismo LGBT in Pakistan. Cresciuto negli Stati Uniti, assunto come ingegnere informatico dalla Microsoft per circa 8 anni, è stato infine deportato in Pakistan non appena gli è stato diagnosticato l’HIV. Il laboratorio presso il quale erano state effettuate le analisi, infatti, ha inviato una copia del referto medico sia all’ufficio immigrazione che al dipartimento di sicurezza interna e a quel punto Iqbal è stato costretto a tornare in un Paese che aveva lasciato ad appena tre anni di età.

Hannan Sidique invece è un makeup artist di successo. Ha una relazione con un altro uomo, Ali, ma ovviamente non possono stare insieme alla luce del sole. Nonostante la condizione socialmente ed economicamente privilegiata, Sidique subisce comunque uno stigma che rende difficili anche le cose più semplici, come passare una serata con il suo compagno, il quale, d’altra parte, subisce forti pressioni familiari affinché si sposi con una donna.

Il documentario sottolinea inoltre la sostanziale “invisibilità” di lesbiche e uomini trans. “Ammettere che esistano le lesbiche vorrebbe dire che le donne hanno una sessualità propria e in una società musulmana questo è inaccettabile” sottolinea Qasim Iqbal, che rivela anche il dato sconcertante che in alcune parti del Pakistan si pratichi ancora l’infibulazione. E poi aggiunge: “A volte, come attivisti per i diritti civili, aiutiamo anche diverse lesbiche e uomini trans a lasciare il Paese, perché vivono una condizione di serio pericolo”.

Eppure la cultura musulmana non è stata sempre così.

Ai tempi delle monarchie islamiche, per esempio, le donne transessuali e gli omosessuali effeminati venivano definiti mukhannat e la loro condizione era assolutamente riconosciuta, all’interno dell’establishment. Ne parla, tra gli altri, lo studioso musulmano dell’XI secolo Ibn ‘Abd al-Barr.

Tra i Moghul, inoltre, le persone transgender, denominate khawjasara, godevano di una posizione privilegiata ed erano considerate con tale rispetto da svolgere, a volte, anche la funzione di consigliere di principi e principesse.

Il poeta arabo Abū Nuwās, inoltre, vissuto nell’VIII secolo, durante il califfato abbaside, componeva versi esplicitamente omoerotici e fu considerato uno dei modelli più imitati dalla poesia araba successiva. Il crossdressing era celebrato dalla società e i governanti dell’epoca, inoltre, erano decisamente aperti riguardo alla sessualità.

Il poeta arabo Abū Nuwās

L’invasione inglese, con l’introduzione di principi cristiani avversi alla libertà sessuale, e l’interpretazione sempre più radicale del pensiero islamico, innescò un cambiamento drastico che ebbe il suo spartiacque definitivo l’anno dell’indipendenza del Pakistan, il 1947.
A partire da quella data, la comunità LGBT cominciò infatti ad affrontare sempre maggiori difficoltà e orribili forme di mortificazione sociale.

Pakistan
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Le khawjasara cercarono di proteggersi aggregandosi in gruppi e preservando in questo modo, per i secoli a venire, la loro identità e i loro valori. Questa cultura, oggi denominata Khawajha Sira, crea famiglie di fatto in cui le persone transgender trovano l’amore che non hanno sperimentato nelle famiglie di origine. Attualmente, il 90% delle transgender pakistane appartiene al sistema Khawajha Sira, per loro estremamente importante.

Ci sono anche diverse associazioni locali che lavorano giorno e notte, con coraggio e determinazione, per migliorare le cose. È stato grazie alle loro segnalazioni e al clamore mediatico creato da questi attivisti, ad esempio, che sia Jajja Butt che l’uomo accusato di aver ucciso l’attivista transessuale Alisha sono attualmente in carcere.

Per questo e per molto altro è importante condividere il messaggio di Wajahat Abbas Kazmi, che sta cercando di far conoscere storie di disperazione e resistenza che purtroppo restano spesso inascoltate.
La causa della scarsa eco di queste vicende al di fuori del Pakistan, risiede nella sostanziale indifferenza dell’occidente verso tutto ciò che non sia la diretta emanazione dei suoi valori. Ma quando un regista pakistano testardo punta all’attenzione internazionale, con l’aiuto di ogni possibile media cge voglia fare la differenza, le cose cambiano.

Le persone queer del Pakistan, intanto, continuano a combattere e anche grazie a chi, nel mondo, sceglie di prestare orecchio alle loro richieste, conquistano faticosamente nuovi spazi e prospettive per il futuro.
Dolcissimo il sorriso di Bubbli Malik, attivista e fondatrice di un’associazione per i diritti delle persone transgender in Pakistan, Wajood, che in urdu significa “esistenza”.
Malik ha dedicato 21 anni della sua vita alla causa e una parte della sua casa è diventata un punto di riferimento per la comunità transessuale locale.
Si dichiara felice di aver vissuto senza ipocrisie, “con gli occhi pieni di lacrime, ma con il cuore sempre sorridente“.

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(di Lucia Conti)