Ho un callo sul pollice. Ce l’ho perché mi tolgo gli anelli per lavarmi e quello che ho al pollice è lievemente stretto. L’altro lo tengo al medio e su entrambi ci sono due nomi, il mio e quello di Mac. È un callo che mi piace, mi ricorda quanto io sia felice, monogama e territoriale. A Berlino sono abbastanza old-fashioned, va detto.

Sto con Mac da quasi due anni, ma lui si è trasferito a Berlino solo quattro mesi fa. In compenso abbiamo vissuto con la velocità di propagazione di un’onda elettromagnetica e di una particella libera senza massa.

Abbiamo ascoltato David Bowie a Potsdamer Platz e davanti alla casa in cui viveva con Iggy Pop, ci siamo goduti la vista della città dalla Siegessäule e dalla Fernsernturm, con il sole e con le stelle, abbiamo passeggiato lungo il Muro e inevitabilmente parlato della Germania divisa, ma ci siamo anche avventurati all’interno della foresta di Grunewald, raggiungendo il Cimitero dei Suicidi, noto soprattutto ai cinghiali. Fortunatamente non eravamo in un film dell’orrore, altrimenti saremmo finiti a blaterare scuse ai parenti davanti a una telecamera instabile.

Ripartire da zero

Nei burlesque club abbiamo abbracciato the Berlin King of Party, che per un po’ ha smesso di scrivere, come me. Nei new wave rock club abbiamo ascoltato gruppi come i Boy Division, il che ci rende definitivamente dei post-qualcosa. Nei musei abbiamo guardato fotografie post-mortem e comprato libri su Nobuyoshi Araki, il che ci rende simili.

Nelle birrerie queer di Schöneberg, nelle antiche locande di Nikolaiviertel e negli Shisha-bar di Friedrichshain abbiamo parlato e siamo stati in silenzio, in quel modo prolungato e bizzarro che prima di Mac mi sembrava impossibile.

Abbiamo passeggiato lungo il fiume e davanti alle case occupate di Rigaer Straße, abbiamo cenato nei ristoranti russi, abbiamo bevuto il the nei negozi turchi di frutta secca, abbiamo respirato tutto quello che scorreva per le strade, ci siamo presi tutto.

In tutto questo tempo siamo stati anche ad Amsterdam, in Giappone e a Hong Kong. Pensiamo di andare in Patagonia il prossimo anno. Vorrei visitare la Terra del fuoco, magari arrivare a Capo Horn. Mac ama molto viaggiare, ma sono soprattutto io ad avere questa frenesia di premere l’acceleratore su tutto. Come dice quella truccatissima rockstar dalla bocca che incute timore, “I don’t wanna miss a thing”. Diceva la stessa cosa anche Virgilio nelle Georgiche, ma in modo più aulico.

Ora è primavera e Mac e io siamo di nuovo a Berlino, a casa. Si lavora e si fatica molto, ma i luoghi sono più luminosi, le cose si possono affrontare, la notte è bellissima.

Non è sempre stato così, miei ineffabili, ipotetici lettori. Esattamente due anni fa, in un tristissimo giorno d’estate, il mio sguardo si posava sulle torri di Frankfurter Tor e su tutto il resto della città con la fissità di un pesce marcio. Le mie certezze non esistevano più e Berlino mi opprimeva.
Un giorno, camminando per Karl-Marx-Allee, mi imbambolai a guardare dei fili argentati appesi fuori da un negozio. Ondeggiavano ipnoticamente in una brezza deliziosa che a me sembrava un refolo di morte. Come poteva esserci tanta luce in quel momento? La stessa luce che oggi mi accarezza, in quei giorni mi rideva in faccia.

Era da poco passato il Christopher Street Day, il primo dopo l’approvazione del matrimonio egualitario in Germania, e stavo per tornare in Italia per un po’, senza speranza e senza prospettive. Non c’era un aspetto della mia vita che non mi facesse male, ma un male da urlare. È stato davvero un bruttissimo periodo, credetemi. Poi, una bella notte, davanti al Colosseo, la mia vita è ripartita. Il discorso è infinitamente più lungo e complesso, ma in estrema sintesi è così.

Tra le cose che non sono riuscita a fare per mesi c’è stato anche scrivere di me. Non so se qualcuno ricordi i vecchi capitoli della mia rubrica, ad ogni modo a un certo punto non sapevo più cosa dire. O forse avrei detto cose un po’ troppo incompatibili per un’agile rubrica urbana.

Provo a ripartire, non so per quanto a lungo, ma ci provo.

Ci riprovo, con tutto.

(Love of mine, someday you will die
But I’ll be close behind and I’ll follow you into the dark)

 

Machete vive a Berlino dal 2013, in modo intelligente dal 2007 e in modo autoanalitico dal 2017.

Ama scrivere e girare il mondo e il suo più grande sogno è di poter combinare le due cose, un giorno. Ama anche la musica, il cinema, la letteratura e la serotonina.

A otto anni sperava che prima o poi qualcuno avrebbe inventato una pillola contro la morte.

Un po’ lo spera ancora.

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