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L’ex campo di concentramento femminile di Ravensbrück – Foto di Laura Sajeva

Si è svolta ieri la celebrazione per il 74° anniversario della liberazione dell’ex campo di concentramento femminile di Ravensbrück. A questo evento ha partecipato numerosa anche la comunità italiana, grazie a un’iniziativa organizzata dal Com.It.Es. Berlino in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia. Nel programma ufficiale delle celebrazioni sono stati inseriti due momenti pensati specificamente per la nostra comunità: la posa di una lapide dedicata dallo Stato Italiano alle connazionali che a Ravensbrück hanno perso la vita, e un dibattito in lingua italiana e tedesca sul significato della memoria.

Chi ha partecipato anche alla visita dello scorso anno si è ritrovato a vivere un’esperienza completamente diversa. Se già la visita al campo in sé estremamente toccante, il ritrovarsi accolti in una sala stipata di persone di diverse nazionalità, fra le quali erano presenti anche alcuni sopravvissuti del campo e familiari dei deportati, la trasforma in un momento di intensa condivisione. Centinaia di persone provenienti da tutta la Germania, ma anche dalla Polonia, dalla Francia, dal Belgio e naturalmente dall’Italia hanno assistito al saluto della Dr.ssa Insa Eschebach, direttrice del Memoriale, seguito da quelli di Ambra Laurenzi, presidente del Comitato Internazionale di Ravenbrück, del Sindaco di Fürstenberg/Havel Robert Philipp, del Ministro Presidente del Land Brandeburgo, Dr. Dietmar Woidke e della Dr.ssa Mona Körte, Docente dell’Università di Bielefeld.

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Il saluto iniziale che ha aperto le celebrazioni per il 74 anniversario della liberazione del campo di Ravensbrück. Sul podio, la D.ssa Mona Körte – Foto di Laura Sajeva

A seguire, tutte le delegazioni hanno sfilato fino al bordo del lago di Ravensbrück – il lago bellissimo e terribile nel quale venivano rovesciate le ceneri delle deportate uccise, e nelle cui acque facevano il bagno, durante la bella stagione, le mogli e i figli delle SS – portando corone di fiori da deporre ai piedi del monumento Die Tragende. Questa statua, che raffigura una donna che tiene fra le braccia un corpo senza vita, è il simbolo perfetto della forza e della sofferenza di tutte le donne di Ravensbrück, che hanno sopportato uno dei più grandi orrori della storia umana, portando il peso della memoria anche per le generazioni a venire.

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L’Ambasciatore d’Italia a Berlino Luigi Mattiolo, davanti alla corona di fiori donata dall’Ambasciata italiana in memoria delle vittime di Ravensbrück – Foto di Laura Sajeva

Il momento di commemorazione successivo è stato riservato alla comunità italiana, con lo svelamento della targa donata dallo Stato. Nei discorsi dell’Ambasciatore Mattiolo e della presidenza del Com.It.Es. nelle persone della presidente Simonetta Donà e della vicepresidente Edith Pilcher, è emerso come la violenza che si è consumata a Ravensbrück sia stata marcatamente una violenza di genere. Il campo voluto da Himmler era uno strumento specificamente pensato per l’annientamento delle donne che si rifiutavano di ricoprire il ruolo che la dittatura aveva loro assegnato. A Ravensbrück, infatti, le donne ebree arrivarono relativamente tardi, rispetto agli altri campi di concentramento della Germania nazista, e rimasero sempre in percentuale inferiore rispetto alla popolazione generale delle detenute, composta soprattutto da prigioniere politiche, testimoni di Geova, donne di etnia Rom e Sinti, e donne cosiddette “antisociali” (una categoria che comprendeva lesbiche, prostitute e in generale donne che si rifiutavano di accettare il ruolo di mogli e madri). Questo momento di commemorazione è stato concluso dalla lettura di due splendida poesie: “Quel Pensiero“, di Edith Bruck, letta da Luciana Degano, e “Testamento“, di Kriton Athanasulis, letta dall’attore Salvatore Orefice.

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L’Ambasciatore d’Italia a Berlino Luigi Mattiolo e Aldo Rolfi, davanti alla lapide commemorativa donata dallo Stato Italiano in memoria delle vittime – Foto di Laura Sajeva

Dopo questa occasione di raccoglimento e riflessione si è svolta la visita del campo, con due guide d’eccezione. Come l’anno scorso, la storica Johanna Kootz, che più di chiunque altro ha studiato la storia del campo di Ravensbrück e delle sue oltre 130.000 vittime, ha accompagnato i visitatori italiani in un percorso della memoria all’interno di quel che resta del campo vero e proprio. Quest’anno a fare da guida è intervenuto anche Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria-Rolfi, una delle sopravvissute del campo e co-autrice di “Le Donne di Ravensbrück” (Einaudi e 1978) e “L’Esile Filo della Memoria” (Einaudi 1996). Nell’accompagnare un gruppo di visitatori attraverso gli spazi dei capannoni e dei viali del campo, soffermandosi davanti ai pesantissimi attrezzi da “lavoro” che costituivano parte della tortura quotidiana delle prigioniere del campo, Aldo Rolfi è riuscito nel compito importantissimo e tremendo di rendere viva quella memoria, di ricordare a tutti che non basta studiare la storia, ma che occorre ascoltare il ricordo.

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L’interno di uno degli edifici rimasti, parte della struttura originale del campo di Ravensbrück – Foto di Laura Sajeva

C’è un dato, infatti, che molti ignorano, a proposito delle donne di Ravensbrück e in generale delle sopravvissute ai campi di sterminio, ovvero il motivo per cui moltissime di loro hanno taciuto anche per cinquant’anni gli orrori subiti. Subito dopo la guerra e per molti anni dopo, infatti, la società non ha voluto ascoltare il loro ricordo e il loro dolore. A parlare della guerra e dei suoi orrori dovevano essere i reduci, coloro che avevano “difeso la patria” imbracciando le armi, gli eroi. E anche quando, controvoglia, la società civile e le istituzioni hanno iniziato ad ascoltare le storie dei lager, hanno avuto orecchio solo per quelle degli uomini. Le storie delle donne venivano accolte sempre con fastidio o, peggio, con la vergognosa insinuazione che la loro sopravvivenza fosse stata “comprata” a un qualche prezzo. Non sorprende, quindi, che molte donne abbiano preferito tacere, anche per tutta la vita. Questo tipo di riflessione ci pone davanti alla necessità di considerare il peso che può avere, nella storia, l’accoglienza che viene riservata ai sopravvissuti dell’orrore e la perniciosa, persistente tendenza a non ascoltare le voci delle donne, soprattutto quando le loro storie sono difficili da accogliere.

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Una delle sculture commemorative delle vittime di Ravensbrück – foto di Laura Sajeva

D’altra parte – come ha ricordato l’Ambasciatore Mattiolo durante il successivo dibattito, citando Elsa Morante – “la storia è uno scandalo che dura da diecimila anni”. E proprio nel dibattito Testimoni della Memoria – Zur Zukunft der Erinnerung, moderato dalla Dr. Insa Eschebach, sono stati ripresi i temi della violenza di genere e della difficoltà del lavoro sulla memoria. Al panel hanno partecipato anche Ambra Laurenzi, la Prof. Johanna Kootz e Maria Bering, Direttrice dell’Ufficio Geschichte und Erinnerung, Delegata per la Cultura e i Media del Governo Federale. In più momenti si è ricordata l’importanza di non interrompere il lavoro sulla memoria, di non cadere nella trappola di ritenere il passato un capitolo chiuso e di resistere, con ogni mezzo, ai rigurgiti delle ideologie peggiori, che oggi sembrano voler riemergere dagli angoli più bui della storia. La speranza è che le generazioni più giovani recepiscano questo messaggio e imparino a prevenire e contrastare gli orrori, invece di negarne l’esistenza.