velo in aula

di Lucia Conti

Già in passato ci eravamo occupati della legge di neutralità (Neutralitätsgesetz), valida all’interno della città-Stato Berlino, che stabilisce il divieto di mostrare simboli religiosi o ideologici a chi lavora nell’amministrazione pubblica.

Recentemente il Dipartimento per l’Istruzione del Senato sta affrontando la questione delle donne musulmane che vogliano lavorare come insegnanti all’interno della scuola pubblica senza rinunciare al velo. Al momento, alle donne con il velo, a Berlino, è consentito di insegnare solo all’interno delle scuole professionali, ma questo ha prodotto un dibattito dai numerosi strascichi giuridici.

A questo si aggiunge una sorta di anomalia rilevata nell’ambito di diverse recenti cause di lavoro aventi ad oggetto l’argomento in questione. Nonostante la città-Stato Berlino abbia ripetutamente ribadito le sue posizioni all’interno dei singoli procedimenti, posizioni che hanno il loro fondamento, per l’appunto, nella legge di neutralità, i ricorrenti hanno di solito ricevuto un risarcimento. Il caso più recente risale al 2018, quando a un informatico di fede musulmana, rifiutato per un incarico all’interno della pubblica istruzione, vennero comunque assegnati 5000 euro di risarcimento.

Ecco dunque che ci troviamo di fronte a individui estromessi dall’esercizio di una professione in virtù di una legge dello Stato, ma al tempo stesso risarciti perché “lesi nei loro diritti individuali“, secondo le dichiarazioni dei giudici.
Questa prassi contorta e vagamente contraddittoria ha posto le basi per una definizione del tema a livelli più alti, al di là del contenzioso individuale.

Anche il ministro della pubblica istruzione, Mark Rackles (SPD), ha sollevato in parlamento la necessità di chiarire al più presto, nelle sedi opportune, le controversie legate all’applicazione della Neutralitätsgesetz all’interno dei tribunali del lavoro. E la sede opportuna non può che essere la Corte Costituzionale.

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