Brexit
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di Pasquale Episcopo

Dopo il recente articolo sulla Sea Watch, un nuovo contributo di Pasquale Episcopo sulla Brexit e sulle dinamiche dei singoli Stati in una prospettiva europea.

“Abbiamo finalmente raggiunto un accordo, ma è un accordo lose-lose e non è il caso di stappare bottiglie di champagne”, con queste parole Donald Tusk e Jean-Claude Juncker, rispettivamente presidente del Consiglio europeo e della Commissione europea, avevano salutato, domenica 25 novembre 2018, l’accordo tra il Regno Unito e l’Unione europea (Ue).
Dopo un tira e molla durato quasi due mesi, martedì 15 gennaio la Camera dei Comuni del Parlamento inglese ha definitivamente bocciato l’accordo e 24 ore dopo la premier Theresa May e il governo da lei presieduto hanno rischiato di essere sfiduciati. Ora la May ha tre giorni di tempo per formulare un piano B da presentare al Parlamento, ai cittadini del Regno e all’Ue. Lunedì 21 gennaio sapremo cosa avrà escogitato.

Gli scenari possibili sono fondamentalmente tre: la rinegoziazione dell’accordo, l’uscita senza accordo (il cosiddetto no-deal o Hard Brexit) e perfino un nuovo referendum. Dire quali siano le probabilità di queste tre opzioni è un azzardo reso ancor più aleatorio dalla eventualità di una caduta del governo, per sfiducia o dimissioni, e di nuove elezioni. Insomma, Brexit assomiglia sempre di più al gioco dell’oca: se si capita sulla casella sfortunata si rischia lo stallo oppure di dover ripartire dall’inizio. Intanto la data di uscita, prevista per il 29 marzo, si avvicina, ed ogni giorno appare sempre più chiaro che le conseguenze di Brexit comporteranno un caro prezzo anche per i restanti paesi dell’Ue.

Probabilmente Brexit slitterà di un paio di mesi, fino alle elezioni europee (26 maggio). Secondo il quotidiano britannico Times potrebbe slittare anche di un anno.
Germania e Francia hanno affermato di essere pronte a riprendere il negoziato con il governo di Theresa May. La rinegoziazione dell’accordo è stata però esclusa da Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea.
In attesa di capire quello che succederà, già oggi si aprono interrogativi inquietanti.
Se Brexit slittasse a dopo le elezioni europee i sudditi di Elisabetta parteciperebbero al voto? È una situazione paradossale e palesemente contraddittoria, visto che con il referendum di giugno 2016 gli stessi sudditi hanno deciso di lasciarla, l’Europa. Ed anche sulla legittimità di quel referendum, i dubbi e i quesiti aperti sono non pochi.

Paradossi e contraddizioni hanno costellato fin dall’inizio la storia della Brexit e probabilmente continueranno a farlo. Il fatto stesso che Jeremy Corbin abbia bocciato il sofferto accordo raggiunto da Theresa May dopo mesi di negoziato, ma che egli stesso non sia contrario all’uscita dall’Ue, contribuisce ad aumentare la confusione generale.
Mentre Brexit e le modalità della sua realizzazione restano ostaggio di un parlamento dai comportamenti al limite della farsa, fuori da Westminster le manifestazioni contro Brexit aumentano nella speranza che venga indetto un nuovo referendum. Ma la politica dei politicanti sembra ignorare le istanze del popolo.

Brexit è il risultato delle scelte dissennate di alcuni politici che hanno utilizzato a fini elettorali la questione della permanenza o meno nella Ue del loro Paese. Il portabandiera di questi politici è stato il laburista David Cameron che, nel 2014, dopo aver promesso il referendum in cambio della rielezione a primo ministro, ha messo la questione migratoria al centro della campagna elettorale, creando di fatto un cortocircuito tra elezioni e referendum. All’uso irresponsabile del voto da parte della politica si è poi aggiunto quello, altrettanto irresponsabile, da parte degli elettori. Uomini e donne che hanno votato con la pancia e non con il cervello, senza conoscere la posta in gioco, senza avere (e senza aver preteso di avere) una chiara ed obiettiva informazione sulle conseguenze che avrebbe avuto la vittoria del “Leave”. Già pochi giorni dopo il 23 giugno 2016 si sono accorti dell’errore fatto, ma i molti tentativi di ripetere il referendum non hanno avuto buon esito.

Nelle maglie di quel tessuto impalpabile di cui è fatta la democrazia, si sono poi inserite le manipolazioni di forze occulte che hanno puntato alla destabilizzazione. Che hanno avuto gioco facile perché hanno riempito lo spazio della disinformazione con la manipolazione delle fake news. È ciò che è successo in America a danno di Hillary Clinton. I risultati li conosciamo. Anche la Brexit è stata oggetto di attacchi occulti e di fake news. Il 29 luglio 2018 il parlamento inglese ha pubblicato un rapporto intitolato “Disinformation and fake news“. Il rapporto riporta i risultati di un’inchiesta indipendente, che ha accertato illeciti nella raccolta di dati e nei finanziamenti per la campagna referendaria pro-Brexit. L’inchiesta ha anche fatto emergere la necessità di cambiare i meccanismi della legge elettorale inglese per contrastare le minacce dell’era digitale.

Brexit è la dimostrazione tangibile che la storia, quella con la esse maiuscola, può andare all’incontrario. Che la sovranità, barattata come ricchezza identitaria, può rivelarsi impoverimento culturale. Che in politica il progresso può perdere sopraffatto dalla disinformazione e dalla manipolazione. Che l’uso del voto strumentale alle ambizioni personali da parte di politici irresponsabili può avere effetti catastrofici e irreversibili.
In questa valle di lacrime sopravvive la speranza che i cittadini europei imparino la lezione insita in Brexit. Che si rechino alle elezioni di maggio più consapevoli dell’importanza di essere parte dell’Unione. Che a Berlino, come a Parigi, come a Roma, come nel paesino più lontano e sperduto, considerino l’Unione la propria casa comune, patrimonio irrinunciabile da difendere e sviluppare.

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