© abbilder / CC BY 2.0
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di Valerio Polani

We can be heroes, just for one day” gridano a squarciagola due amanti in una delle più celebri canzoni di David Bowie.

Lo sfondo è il muro di Berlino, ostacolo insormontabile e antagonista della loro voglia di essere una coppia.

Patrick e Uwe si amano, ma vivono nella Berlino del 1984. L’ultima volta che si sono visti erano poco più che maggiorenni: lui vive nella capitalistica e antiautoritaria parte occidentale, quella ritenuta più sfavillante, nella Berlino del caffè e dei vestiti firmati, delle calze di nylon e di “Topolino”.

Lei invece, cresce nella DDR comunista: i graffiti dalla sua parte di muro non ci sono, e a casa manca il riscaldamento. Sua sorella di 4 anni, probabilmente non ha mai visto una barbie, ne mangiato mai un ananas.

È il cielo a farli sentire vicini.

Ogni volta che uno dei due si ferma a guardarlo, immagina com’è la vita al di là di quei blocchi di cemento. Entrambi sanno poco di cosa ci sia sia lì dietro, ma a tutti e due non dispiace pensare che si stia meglio, anche solo per il semplice fatto che ci sia dell’altro oltre a ciò che vivono.

Marcus e Ruth, si amano oggi. Trent’anni dopo di loro. Salgono sull’autobus 100 ad Alexanderplatz, il primo collegamento nato dopo l’ abbattimento del muro, tra Berlino est ed ovest.

Seduti guardano lo scenario dal finestrino lasciando sempre più pezzi di città alle loro spalle. La torre della televisione, la Museuminsel, la Porta di Brandeburgo, spensierati osservano distrattamente scorci che ai loro occhi passano vestiti da normalità. Il Reichstag, il Tiergarten, e poi fino ad Ovest, attraversando il Kurfürstendamm.

Il capolinea è Bahnhof Zoo, la famosa stazione che fu teatrino delle vicende raccontate da Christiane F. nel suo libro, avvenute proprio ai tempi del muro, quando il movimento Punk sorgeva ad Est, e il mondo delle discoteche e dell’eroina impazzava ad Ovest.

Mark e Ruth hanno letto entrambi quel libro, più di una volta, ma oggi non ci pensano.

Sorridenti, comprano un Kebab e si siedono al sole su una panchina per mangiarlo.

Si guardano nei loro occhi complici, scherzano un po’. Poi, fumando una sigaretta, con la semplicità di chi non ha paura della risposta, si chiedono chissà come sarebbe stato se fossero nati 30 anni prima.

A pochi metri da loro si ferma una macchina, il semaforo è rosso. Dal finestrino aperto si distingue bene la voce che manda la radio, il volume è alto. Talmente alto da non potersi confondere:

We can be heroes, just for one day…“.