Lehrter Strasse, a spasso per la via di Moabit dalle mille anime

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di Fabio Noio*

Berlino è una città dove quello che non c’è conta quanto quello che c’è. Moabit, un’isola a cui si approda inconsapevolmente.

Lehrter Strasse, per esempio: ovvero il modo migliore per far la conoscenza di questo quartiere avvolto dalle acque, centrale ma allo stesso tempo ancora poco conosciuto.

Si esce a nord della Hauptbahnhof (costruita dove fino a pochi anni fa sorgeva la Lehrter Bahnhof) e si prosegue verso sinistra costeggiando il nuovo Gesichtspark (nato al posto delle carceri prussiane).

Quella che si apre davanti, all’angolo di Invalidenstrasse, è una via che racchiude molti dei contrasti che rendono la capitale così attraente agli occhi di nuovi e vecchi abitanti. Non certo per quei Schrebergarten al civico 5 (cimitero della prigione, un tempo) né per gli alloggi della Berliner Stadtmission, sull’altro lato.

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Al numero 17, però, si passa il portico e si entra in uno di quegli edifici industriali dalle mille scale interne, così tipici a Berlino, dove convivono startup, magazzini e atelier underground (Lehrter Siebzehn, appunto).

Con la particolarità che per tutta l’area si spande in sottofondo musica indonesiana, dato che alcune botteghe di artigianato si sono trasferite vicino all’ambasciata del maggiore arcipelago del mondo, al numero 16, e ne sottolineano il sodalizio dagli altoparlanti.

Ancora verso nord, direzione Wedding. E quel senso di non finito, di energia pronta a ritrasformarsi aumenta: ragazzi sostano davanti al nuovo ostello e sulla destra corre un muro in mattoni rossi che delimita un enorme cantiere fermo. Rigattieri di materiale industriale si alternano a prati, così come binari in disuso a piccoli laboratori.

Fatto con gli stessi mattoni, rosso scuri, poi è anche il palazzo austero che fronteggia, ovvero la sede distaccata dell’Amtsgerichts Tiergarten (un tempo carcere militare, e ora pronto a una nuova riconversione per i costi troppo alti di gestione).

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Il tribunale fa da cornice allo Sportpark Poststadion, una struttura sportiva risanata a partire dal 2005 che comprende uno stadio da calcio con pista d’atletica, un minigolf, un campo da hockey su pista coperto e l’adiacente Fritz-Schloss-Park, con i suoi percorsi da jogging.

È la zona centrale della via e anche la più buia di sera, senza case, non fosse per l’insegna gialla del Netto accesa giorno e notte. Ma basta fare qualche passo e all’altezza di Kruppstrasse (via monopolizzata dalla polizia) si ricomincia con i contrasti: a sinistra, al civico 57,  si apre un altro cortile industriale (il vecchio Heeresbekleidungsamt dell’esercito) dove ora hanno sede architetti, web designer e creativi, sormontato da un cubo in cemento di nuova costruzione dalle finestre ridottissime.

Di fronte, dopo uno spiazzo attrezzato per bimbi (così frequente a Berlino, qui con vista sulla Fernsehturm) si trova la Kulturfabrik Moabit, vero punto di riferimento culturale per tutto il Kiez.

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Nei cinque piani di un vecchio deposito vengono ospitate tra le altre iniziative un bar, un teatro e un cinema d’essai, il Filmrauschpalast, che d’inverno viene riscaldato ancora a legna tramite una vecchia stufa presente in sala (e ricaricata a seconda del freddo anche ogni mezz’ora, a proiezione in corso).

Siamo ormai arrivati all’ultimo tratto della Lehrter Strasse, ma c’è ancora il tempo per qualche sorpresa. Una moschea, per esempio, a fianco di una casa di riposo. O un negozio che stampa oggetti in 3D vicino alla sede degli Hells Angels (anche se la targhetta fuori, vicino a un non si sa quanto ironico divieto di entrare amati, è stata rimossa da qualche settimana).

Chiude la via, questo piccolo microcosmo di Moabit, la Blaues Haus, al civico 46: è un Job center, un indirizzo cioè che specialmente a Berlino conviene tenere a mente.

* Fabio Noio vive e scrive a Berlino. Il pauperista (Gwynplaine) è il suo primo romanzo.