TEUTONICHE SCHEGGE – Di ghiaccio, santi e zucchine

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Il sabato mattina a Berlino, specie quando è incellophanata da uno strato di ghiaccio, dovrebbe passarsi a letto, a ripetere come mantra i buoni propositi di non toccare più alcool per il resto della settimana.
Invece, capita che l’amico di un conoscente del club di vela di Berlino organizzi un “alternative tour” (su terraferma) e che il freddo diventi la migliore sveglia: i muscoli intorpiditi capiscono al volo che, per non soccombere alla dura legge del termometro, devono portarti alle 10.00 al punto di ritrovo e mantenerti sempre all’erta.
Alex a occhio e croce ha trent’anni, fotografo freelance che per sbarcare il lunario fa la guida “alternativa”. L’aggettivo, si sa, sta a Berlino come “bel” al nostro Paese: binomi inossidabili che neanche la prova, eventualmente, dei fatti potrebbe mai smentire. Lo scruto scettica dalla fessura tra sciarpa fin sotto il naso e finto colbacco calato sulle orecchie, pensando a quanto promette il sito degli alternative tours “per noi questo non è solo un modo di far soldi, perché quello che vi mostriamo lo respiriamo in prima persona”.
Ed è proprio così. Il fil rouge che Alex segue fra le neve mentre ci accompagna tra Friedrichshain, Kreuzberg e Neukölln è quello della sua passione per la street art. Mi racconta che per lui il fascino dei graffiti sta proprio nella loro volatilità, che per coglierne la transeunte bellezza uno deve starci attento, amare la città e osservarla sempre con rinnovata curiosità, esserne compartecipe e non semplicemente un pendolare degli spazi in cui si muove. Gli piace l’idea che la street art interagisca con l’ambiente urbano: ci mostra The Astronaut, uno dei graffiti più conosciuti di Berlino. Dal 2007 fluttua su un muro di Kreuzberg, e alla sera regge una bandiera, la cui ombra è proiettata da una concessionaria antistante.
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Molto meno scenografici sono i “6” che un artista 80enne va dipingendo ormai da anni su pietre, pali della luce, volantini rimasti attaccati ai muri. Le autorità ormai lo conoscono, ma lui si limita a sprayare su superfici che non sono né private, né passibili di “danneggiamento”: nemmeno Alex, che riesuma dalla neve un 6 verde fosforescente spruzzato su un cordolo del marciapiede, sa se ci sia un significato sotteso alla cifra.
Il significato della street art è collettivo, per questo mutevole e soggettivo. Mi racconta la storia di Linda: qualche anno fa, un anonimo disperato le lanciava continui messaggi dai muri della città, chiedendole di tornare da lui e che l’avrebbe aspettata in un determinato bar della città. Lo strazio del cuore infranto non ha lasciato indifferenti nemmeno i berlinesi, che con messaggi lasciati in città, ai giornali o alle radio, han preso partito ora affinché la misteriosa Linda concedesse al suo innamorato un’altra chance, ora offrendosi di darle una mano a liberarsi dall’incallito stalker. Infine, pare che l’artista abbia rivelato ai microfoni di una radio berlinese che Linda altro non era che una finzione artistica, un modo per comunicare anonimamente con la città e farla partecipare all’opera d’arte.
lindabar
E’ quello che fa anche il collettivo Various and Gould, di cui mi colpiscono particolarmente due progetti: Die Identikit Serie e Moderne Heilige. Per il primo, gli artisti hanno assemblato collage con parti del viso di emigranti famosi (da Obama a Zidane), alternandoli a parole ricorrenti nei titoli nei giornali associati a delle nazionalità. Lombroso e forse anche Mendel studierebbero interessati le combinazioni anatomiche risultanti, con intermezzi quali “nazi”, “drogato” e “pagano”. A me, più prosaicamente, frulla in testa un Superuomo composto dai nostri vari bei politici e gli epiteti che il volgo assegnerebbe loro, ma ahimé non ho mai avuto un minimo di senso artistico.
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Nella serie sui santi moderni, il collettivo berlinese si è accollato la responsabilità di fornire nuovi, attualissimi santi: c’è Santa Data che protegge i dati informatici, San Spekulatius patrono degli investimenti finanziari e Santa Diversita che sfoggia un apparato sessuale composito su uno sfondo arcobaleno. Chissà che, tra una twittata e l’altra, anche Sua Santità non passi in rassegna i nuovi candidati e decida di aggiornare il pool cui rivolgersi per raccomandazioni rigorosamente spirituali (per quelle terrene la scelta è fin troppo vasta).
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Per chi volesse accendere un cerino a questi moderni santi, basta fare un salto in zona Rosenthaler, dove fra una boutique di lusso e l’altra, si nasconde una rete di Höfe (cortili) dove regnano sovrani i graffiti. Tra gli altri, la celeberrima Little Lucy: bambina che escogita mille modi per liberarsi del suo gatto, diventato l’emblema di uno dei writers più in voga della città e “Just”, che Alex ci indica entusiasta arrampicandosi su un cordolo. Io non ci trovo fascino alcuno, ma la scritta è stata sprayata con un estintore, tecnica pericolosa che combina perizia alchemica per mettere a punto il colore e felina agilità per maneggiare l’aggeggio tra un tetto e l’altro.
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A chi ha la pazienza di addentrarsi in questi cortili, chic solo dopo il crollo del Muro, si rivelano anche altre perle: mi riprometto di passare presto al piccolo museo dedicato ad Otto Weidt, Schindler berlinese fabbricante cieco di pennelli che con mazzette ed espedienti riuscì a salvare svariati ebrei dai campi di sterminio.
Un ultimo sgambettare tra i ghirigori di neve sporca ci porta a Kreuzberg, quartiere che Alex ama particolarmente, tanto da schierarsi fra le fila della squadra locale nella battaglia a colpi di spazzatura che avviene ogni anno contro Friedrischshain, sull’Oberbaumbrucke. Facciamo un salto all’ex complesso ospedaliero di Bethanien, che dal 1970 è uno dei simboli della Berlino “popolare”, intesa come appropriazione di spazi al servizio dei cittadini. Non mi è chiaro il meccanismo giuridico per cui da un’occupazione “di massa” (Alex sottolinea: “non solo punk e alternativi”) si è passati ad un riconoscimento formale, fatto sta che gli imponenti edifici di metà ‘800 sono oggi adibiti ad (immancabili) atelier d’arte, a scuole di musica e spazi per gli studenti. A due passi c’è anche la “fattoria dei bambini”: un salvifico lembo di campagna nel cuore della città. L’idea è semplice, forse per questo vincente: per bambini nati fra centri commerciali e internet café, avere caprette e pony con cui giocare è una necessità pedagogica basilare. Una bimbetta cerca di convincerci a saltellare sul laghetto ghiacciato insieme a lei e, forse preda di un improvviso moto pascoliano, sto per cedere alla tentazione: solo un sinistro scricchiolio e il ricordo di un (pur patriottico) affondare davanti allo Spilberk mi salvano dal baratro.
Il nostro tour finisce al Prinzessingarten, una urban farm subito fuori Moritzplatz. Qui zucchine e piante aromatiche sono piantate in box e cartoni, pronti ad essere trasportati in ogni angolo della città e a fronteggiare un eventuale sgombero. Chi vuole portarsi a casa qualche ortaggio a km zero non ha che da riscoprire il pollice verde personale e dare una mano all’umanità varia che ci vive.
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Appena varcata la soglia, sarà pure effetto placebo, perfino i rumori dell’inteso traffico in direzione Kotti si attutiscono, e bere un succo di mela bio riporta alla mente bucoliche immagini perdute, flash dell’infanzia a ridosso delle Prealpi  orobiche. Mi piacerebbe poter dire che sto pensando alla famosa madeleine della letteratura, ma molto banalmente è il perfido critico culinario di Ratatouille a balenare nei miei pensieri. Oggi il Garten ospita un mercatino di Natale, con ninnoli sudamericani e tibetani venduti da bionde donzelle, coltelli fatti a mano da rasta attempati e crepes originali francesi arrotolate da un afroamericano. In un angolo, in una specie di yurta cittadina, un vecchio che potrebbe essere biblico ammalia grandi e piccini con le sue enormi bolle di sapone. Un amico si cimenta e non riesce più a smettere, ripete che è davvero “krass” e rilassante, al che il canuto sfodera un impensabile biglietto da visita e racconta del valore terapeutico della sua arte (formula del sapone, natürlich, segreta, ma rigorosamente bio): ai funerali spiega ai bambini l’evanescenza della vita disegnando bolle iridescenti nell’aria.
Certo come il “bel” da noi fa (o dovrebbe fare ) business, anche tutto ciò che è alternativo a Berlino fa soldi. Del resto, tutti sanno che la città è povera, ma sexy, e la forza della street art e di tutto ciò che è “social” sta anche nelle carte di credito dei turisti che immortalano quelli che a casa loro chiamerebbero scarabocchi vandalici. Alex ci lascia mentre ci avventiamo su un falafel bollente, persuaso tuttavia che il fascino delicato e mutevole di Berlino riuscirà a sopravvivere anche alla piaga delle locuste della gentrificazione: forse ha un’immaginetta di San Gentrifizian nel portafoglio, che riempie grazie alle mance dei turisti che cerca di iniziare alla sua passione per la street art.
Del resto, che Linda sia o meno in carne ed ossa conta poco, le favole anche quando sono urbane sono fatte per crederci e poter scivolare sui laghetti ghiacciati della fantasia senz’annegare nelle morse della torbida acqua sottostante.
st_gentrifizian
bloggeramt_miriamfranchina

1 COMMENT

  1. Davvero complimenti !Appena vengo a Berlino vengo a trovarti per avere qualche
    consiglio per rimanerci.Io sono un altro innamorato di Berlino.

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