STRA-KINO – Christiane F., Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, 1981

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Can you dream about anything?
Can you really be sure you’re not dreaming?
Can you dream – Are you dreaming?
Have you pinched yourself to see that you weren’t dreaming?

– Christiane Vera Felscherinow –

La sua storia è stata resa pubblica da una serie d’interviste riportate sul settimanale Stern a carico dei due giornalisti Kal Hermann e Horst Rleck. Imputata e condannata per spaccio e possesso di droga, è diventata il simbolo di una generazione berlinese persa nella tossicodipendenza e nella prostituzione minorile.

Nel 1979 Horst e Reckl trasformano le diverse interviste del 1978 in un romanzo “Wir Kinder vom Bahnof Zoo”. Da quel momento l’esperienza di Christiane è accessibile al mondo intero.

Nel 1981 il regista Uli Edel porta la storia di Christiane sul grande schermo.

LA TRAMA

La storia ripercorre la vita di Christiane dal momento in cui comincia a fare uso di droga, passando dai trip al consumo quotidiano di eroina. Christiane incontra Detlef e anche se inizialmente entrambi sembrano impauriti dalla condizione cui ti porta l’eroina, non possono fare a meno di provarla: “Mi faccio solo una volta, io so controllarmi.” In poco tempo la loro vita precipita e ogni giornata diventa frenetica alla ricerca di soldi per comprarsi una spada (una dose) e niente ha più senso, niente ha più colore. Il volto di Christiane lentamente appassisce come un fiore cui non è data abbastanza acqua. Vedi i segni dei buchi sul suo corpo, le occhiaie che le coprono il viso e un tatuaggio a forma di punto interrogativo che sembra chiedersi che cosa ne sarà di lei. Christiane e i suoi amici passano le loro serate al Sound, la discoteca più conosciuta d’Europa, ma per loro è solo un passaggio. La stazione dello Zoo diventerà la vera casa di questa generazione apparentemente senza futuro. Ci sono i corridoi gremiti di ragazzi e ragazze pronte a svendersi per raccogliere qualche marco, ci sono i bagni dove consumare il piccolo pacchetto sigillato nella carta stagnola e infine ci sono le scale mobili dove appoggiarsi, chiudere gli occhi e sentire il piacere momentaneo che sale.

Una storia autobiografica che ha colpito migliaia di lettori e spettatori per la sua veridicità e forza di racconto. 
Bisogna dire che il film non segue alla lettera il romanzo, tralasciando i pensieri più profondi di Christiane e della sua condizione, impegnandosi solo a mostrare i fatti più crudi e violenti. La trasposizione cinematografica segue un percorso narrativo piuttosto statico a livello d’immagini e ci lascia con un finale alquanto frettoloso, dandoci l’impressione che non ci sia altro se non la voglia di farsi. Per un tossicodipendente, in effetti, è così, ma dato che si parla di una storia reale, tratta da racconti autobiografici, sappiamo che nella testa di Christiane volteggiavano riflessioni sulla società intorno a lei, e di questo nel film non se ne parla assolutamente, se non all’inizio e alla fine con delle semplici frasi di comodo, utili a chiudere il racconto. Il film, tra l’altro, è una dedica ai tre amici di Christiane scomparsi a causa della droga: Babette Döge, detta Babsi, morta il 19 luglio 1977 all’età di tredici anni, Andreas Wiczorech, detto Atze, morto il 7 gennaio del 1977 all’età di diciassette anni e infine Lufo F. morto il 22 gennaio 1979 a diciotto anni. 
Allora, la critica che si fa a Edel è di non essersi soffermato ulteriormente sulle storie singole dei personaggi, rendendogli giustizia.

Riecheggia Heroes di David Bowie come una lontana speranza di sopravvivenza.

We can be heroes, just for one day…