Il ristorante segreto di Ayako Suwa (parte II)

16 June 2012

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Anzi, … …

Sì, l’incipit di questo post non possono che essere puntini di sospensione.
Sospensione, perché non so da dove cominciare a descrivere l’evento di sabato scorso; e sospensione, perché mi sono ritrovato per un’ora, due, una vita – quanto tempo è stato? Non so dirlo – sospeso.
Sospeso.
In uno spazio fisico che definirei, con un tecnicismo, “della Madonna” ed in uno “spirituale” che invece non è possibile definire, nemmeno chiamando in soccorso l’ultraterreno.
Lo spazio fisico è il sottotetto dell’affascinante Direktorenhaus, palazzo degli inizi del Novecento che si affaccia sulla Sprea a Jannowitzbrücke, sede per dieci giorni (fino a domenica 10 giugno) del “Taste Festival Berlin”, prima edizione di una kermesse dedicata interamente a cibo ed arte organizzata da Illustrative e.V., realtà di grande importanza nel panorama internazionale dell’arte contemporanea.
La scala a chiocciola in legno scuro è una spirale catartica: man mano che si sale la luce scema ma l’elettricità cresce, i suoni si ovattano e i movimenti diventano più lenti; non è il Nanga Parbat, è solo un sottotetto, ma è un sottotetto che pulsa di avvenimento, è il primo complice di Ayako e la sua banda, recita la sua parte dannatamente bene, come se non avesse fatto altro dalla sua fondazione se non accogliere avventure nascoste, segrete e straordinarie…chissà forse è stato proprio così…
Lo spazio spirituale inizia dove le luci diventano fioche e le voci si abbassano, dove l’uomo diventa timido e imbarazzato di fronte ad un allestimento arcimboldiano traboccante di verdure sgargianti a cui fa da contraltare una tavola dal minimalismo squisito, nelle forme e nei colori.

Lo spazio spirituale inizia lì, sulla soglia del sottotetto, dove un’assistente di Ayako ti da il benvenuto e ti invita a prendere posto nello spazio fisico, mentre cominci a capire che su quella soglia deve fermarsi il pragmatismo che da quando abbiamo ricevuto l’invito a partecipare sta cercando di costruire possibili (per quanto stravaganti e originali) scenari su cosa capiterà da lì a pochi minuti.
Al margine del cono di luce abbagliante e puntuale di uno dei due lampadari sulla tavola è seduta una figura, concentrata nel leggere (?) il menu. É un commensale, un performer – visto che trattandosi di una cena-performance siamo/diventiamo performer tutti noi che vi prenderemo parte – e, guarda caso, è giapponese. Chissà se conosce già Ayako, se lui sa cosa succederà, se può, quantomeno, immaginarlo, se i suoi pensieri si sono fermati sulla soglia come i nostri o lo hanno accompagnato al suo posto ed ora si confrontano con i kanji che descrivono il menu.
In questa atmosfera surreale e sospesa ci sediamo: la sedia è tangibile, reale, esiste poggia sul pavimento, è l’unico contatto con lo spazio fisico, come tanti Ulisse legati all’albero maestro.
Lo spazio spirituale intanto si espande a dismisura man mano che l’occhio si abitua alla luce tenue e svela i contorni della scena. Man mano arrivano tutti i commensali/performers/…cavie – siamo anche questo, in fondo, ed è elettrizzante. Aspettiamo seduti e in silenzio, venti persone che non si conoscono ma che sono complici di qualcosa che sanno essere unico ed irripetibile. Unico ed irripetibile è il cuore del Guerrilla Restaurant Berlin di Ayako Suwa. Hic et nunc, è qui ed è ora, la prossima apparizione sarà in un altrove, in un altro tempo.
Il Guerrilla Restaurant ha i suoi modi, i suoi tempi, le sue regole, naturalmente.
La guerrillera Ayako semplicemente appare, come se fosse stata lì, invisibile a guardarci fin dall’inizio ed ora avesse deciso di svelarsi ai nostri occhi. Parla giapponese Ayako: è la sua arte, la sua cultura, la sua lingua; non potrebbe mai usare un pragmatico e semplicistico inglese. Il suono della sua voce è suadente, soave ed inflessibile al tempo stesso, come lei: uno spirito-demone imperturbabile e bellissimo nella sua forma umana cinta di seta rosso fuoco stile futuro preistorico tribale.
Un’assistente seminascosta da una colonna fa da tramite tra lo spirito (Ayako) e la carne (i commensali) trasformando i suoni del Sol Levante da puro piacere uditivo a severa norma di comportamento.
Tre semplici ma rigide regole dovranno guidare la nostra avventura: aspettare l’invito di Ayako per assaporare ogni portata, usare soltanto una mano, mangiare in un solo boccone. Essenziale, insindacabile, giapponese.
Ayako disappare e per un momento interminabile rimaniamo di nuovo tutti in silenzio, frementi come bambini la notte di Natale.
Mi cade di nuovo l’occhio sul menu: “This is the place you find at last, with the curiosity and desire forgotten deep within your mind. It depends on you to taste it or not”… Dipende da me. Tutti i discorsi accademici riguardo a neofilia e neofobia, il paradosso dell’onnivoro, l’intimità dell’esperienza gastronomica, la soglia tra l’interno e l’esterno, attraversano il mio cervello in un lampo, sono eccitato. “It depends on you to taste it or not”… “or not”? Ma che siamo pazzi, certo che tasto: sono pronto, pronto a tutto, dai guerrilleri, ribaltatemi, fate esplodere le vostre bombe dentro di me, siate estremi per favore, provocatori, non lasciatemi tornare a casa con la sensazione di non aver capito qualcosa, siate palesi, evidenti, esagerati.
“Sensuos food, emotional taste” ripete l’assistente-colonna mentre al suono di un campanello da maggiordomo (o da cane di Pavlov – noi siamo il cane) Ayako chiama i suoi quattro spiritelli-camerieri che entrano in parata con occhi pesantemente truccati di rosso e nero, meravigliosamente teatrali e dannatamente bravi a metterci in soggezione con sguardi da kapò. Due rumoristi che sarebbero piaciuti moltissimo a Marinetti e ai suoi diffondono un tappeto sonoro fatto di legni che sbattono, ottoni che vibrano e kazu soffocati, mentre con gesti di una lentezza tale che sembra si stiano compiendo dalla nascita del Teatro No le creature mezzo demone mezzo cameriere posano la prima creazione su un desco di vetro trasparente.
“The taste of shyness and joy that slowly turns to pleasure”. Recita la colonna con l’enfasi di una colonna. Ayako ci invita ad assaporare, chiudo gli occhi, il pollice e l’indice stringono appena il piccolo boccone, il tragitto dalla tavola alla bocca dura una vita, apro le porte dell’intimo, il mondo di Ayako entra nel mio, il cuore batte il tempo delle emozioni forti, l’esplorazione è cominciata, tornerò cambiato come gli astronauti dallo spazio profondo? “2001 Odissea nello spazio”, “2012 Guerrilla Restaurant Berlin”, buon viaggio.

L.

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