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Il “Ragioniere di Auschwitz” a 93 anni ammette le sue colpe durante il processo

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© Andreas Tamme – Pool/Getty Images

di Mattia Grigolo

E’ il giorno martedì 21 aprile 2015 e l’uomo siede composto, stretto dentro una camicia e un gilet troppo larghi per la sua corporatura. Capelli colore della cenere e sguardo penetrante. Sembra osservare ogni cosa da una prospettiva diversa. Probabilmente, è così. Quest’uomo siede dalla parte degli accusati, in un’aula di tribunale ricavata da una minuscola sala riunioni a Lüneburg, in Bassa Sassonia.

Il nome di quest’uomo è Oskar Gröning ed ha 93 anni. Gli viene imputato formalmente l’omicidio di 300 mila ebrei ungheresi nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Complicità morale, dicono e lui ammette le sue colpe, datate 1942-1944, leggendo per oltre un’ora la sua deposizione. Racconta, nel dettaglio, dei suoi compiti all’interno del campo, minuziosamente descrive il ruolo di gestione dei beni dei deportati negli attimi prima di essere condotti nella camere a gas. Per questa ragione gli viene soprannominato il “Ragioniere di Auschwitz”. Racconta, con voce decisa, l’omicidio a sangue freddo di un bambino all’arrivo al campo, per mano di un suo collega. Ancora prima della selezione tra coloro che sono destinati al “lavoro” e quelli alle camere a gas.

Gröning ha dichiarato di non aver commesso alcun crimine, ma di sentirsi moralmente complice di tutto ciò che è accaduto nei due anni di suo operato a favore del regime nazista. Al processo sono presenti anche due anziane sopravvissute al campo di Auschwitz insieme ad alcuni parenti delle vittime. Eva Mozes Kor è arrivata al campo all’età di dieci anni con i suoi genitori e tre sorelle, di cui una sua gemella. Quando le guardie addette allo smistamento si sono accorte della somiglianza tra le due bambine, le hanno prelevate e mandate sotto lo supervisione del medico militare Josef Mengele, noto per i suoi esperimenti di eugenetica ad Auschwitz. Eva Mozes racconta di come furono loro tagliati i capelli a zero, del numero A-7063 tatuato sul braccio quale simbolo di prigionia. Racconta di siringhe e di infusioni, poi si rivolge a Gröning, chiedendogli di essere il più limpido possibile nella sua deposizione.

KZ Auschwitz, Einfahrt
© Photo S. Mucha

 

“Dite ai giovani neonazisti che Auschwitz esisteva e che l’ideologia nazista non ha prodotto vincitori, ma solo perdenti.” L’anziana sopravvissuta conclude così il suo intervento. Parole amare, ma cariche ancora di quella forza e quell’orgoglio che, solo vivendo in prima persona le atrocità dell’Olocausto si può guadagnare. Nonostante la parola guadagno, riferita ad un contesto del genere assume un sarcasmo grottesco indifendibile.

Fuori dall’accampato tribunale ci sono molti militanti antifascisti e altri sopravvissuti all’Olocausto, ma anche uno sparuto gruppetto di neonazisti.

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Oskar Gröning è un uomo stanco, narra vicende che quasi non stupiscono più, brutalità incredibilmente e inconcepibilmente stereotipate.

“A Birkenau non c’erano tempi morti.” dice, mentre racconta dei 300.000 ebrei ungheresi che sono stati mandati nelle camere a gas nell’arco di 57 giorni, senza uscirne mai più.

“Il Regime si vantava di riuscire a fornire al campo 5.000 persone entro 24 ore.” Parla di un grande ordine sulla “rampa”, il luogo dove giungevano i treni carichi di deportati.

Il processo a Gröning segna, per ragioni anagrafiche, uno degli ultimi capitoli legati agli appartenenti ai vari gradi delle Schutzstaffel (SS). La sentenza è rinviata al 29 luglio e, a livello legale, pare che Oskar Gröning non dovrebbe scontare più di tre anni di carcere. Sentenza piuttosto arida, considerando l’implicazione oppure, più semplicemente, i migliaia di innocenti che quest’uomo ha sulla coscienza.

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