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“La violenza di genere è un fenomeno strutturale”: intervista ad Ark Lucia

Ark Lucia è una persona non binaria che lavora presso lo Stadtteilzentrum di Adalbertstraße ed è assistente sociale con riconoscimento statale presso il Senato di Berlino, occupandosi di lavoro sociale di comunità, nonché di progetti queer su tutta la città.

Non si riconosce né nel genere maschile né in quello femminile e ha analizzato a lungo il tema della mascolinità tossica e delle sovrastrutture patriarcali, riflessione che includerà come speaker dell’evento sul contributo maschile nella lotta alla violenza di genere “Cari uomini, ora tocca a Voi!”. L’evento si terrà lunedì 27 aprile, alle ore 19:00, presso la sede del Comites di Berlino (Kottbusser Damm 79, Ingresso A, 10967). Intanto, abbiamo parlato con Ark degli argomenti che affronterà nel corso del dibattito.

Perché è importante che gli uomini si mobilitino nel contrastare la violenza di genere?

Si potrebbe partire da un’espressione ormai diffusa nel dibattito femminista: “Non tutti gli uomini, ma sempre un uomo”. Non è uno slogan accusatorio, ma una constatazione empirica: la violenza di genere è in larga maggioranza perpetrata da uomini.

Secondo ISTAT, in Italia oltre il 90% degli autori di violenza sessuale sono uomini, e i femminicidi avvengono nella maggior parte dei casi in contesti relazionali. Dati simili emergono anche in Germania dal Bundeskriminalamt, che registra ogni anno decine di migliaia di casi di violenza domestica, con una netta prevalenza maschile tra gli autori.

Questo non significa che “gli uomini” come individui siano colpevoli, ma che il fenomeno ha una dimensione strutturale e riguarda modelli culturali di maschilità. Per questo è fondamentale che gli uomini si mobilitino: non solo per solidarietà, ma perché fanno parte del contesto che può perpetuare o interrompere queste dinamiche.

Lasciare il contrasto alla violenza di genere esclusivamente a donne e persone colpite significa trattare il problema come marginale, quando invece ha conseguenze sociali, sanitarie ed economiche che riguardano l’intera collettività.

In che modo gli uomini possono contribuire allo smantellamento delle strutture sociali e culturali?

Il cambiamento avviene su più livelli: personale, relazionale e strutturale.

A livello individuale, è necessario interrogarsi su cosa significhi “essere uomo” oggi. Molti modelli tradizionali di maschilità – controllo emotivo, dominio, distanza dalla cura – non sono naturali, ma costruzioni culturali. E hanno effetti negativi anche sugli uomini stessi: maggiore esposizione a stress, isolamento emotivo e problemi di salute.

A livello sociale, è fondamentale intervenire nelle proprie reti: tra amici, colleghi, familiari. Questo significa prendere posizione, anche quando è scomodo. Molti uomini evitano di esporsi per paura di sanzioni sociali, come essere percepiti come “meno uomini”. È proprio questo meccanismo che mantiene lo status quo.

Infine, servono strumenti: educazione sessuo-affettiva, formazione nei luoghi di lavoro, accesso a risorse educative. Non si tratta di “diventare perfetti”, ma di iniziare un processo critico e continuo.

Che differenza c’è tra colpa e privilegio? Perché è sbagliato prenderla sul personale?

La confusione tra colpa e privilegio è una delle ragioni principali per cui molti uomini reagiscono in modo difensivo.

La colpa riguarda il comportamento individuale: ciò che una persona fa o non fa. Il privilegio, invece, riguarda la posizione sociale. Essere uomini in una società patriarcale comporta, spesso inconsapevolmente, vantaggi strutturali: maggiore credibilità, minore esposizione alla violenza, maggiore libertà nei comportamenti.

Riconoscere questo non significa auto-accusarsi, ma comprendere il contesto in cui si è inseriti. Il problema nasce quando si interpreta un’analisi sistemica come un’accusa personale.

Lavorare sul concetto di privilegio permette invece di assumersi una responsabilità attiva: non perché si è “colpevoli”, ma perché si ha la possibilità concreta di contribuire al cambiamento.

In questo senso, l’educazione sessuo-affettiva gioca un ruolo chiave: aiuta a sviluppare consapevolezza, capacità relazionali e, soprattutto, a legittimare la vulnerabilità, che è spesso esclusa dai modelli tradizionali di maschilità.

Quale sarà il tuo contributo come panelist?

Il mio contributo nasce dall’intreccio tra pratica professionale e biografia.

Da un lato porto l’esperienza come assistente sociale e come educatrice sessuo-affettiva nelle scuole a Berlino, dove lavoro quotidianamente con giovani su temi legati a genere, relazioni e identità. Dall’altro porto la mia prospettiva come persona queer non-binaria.

L’obiettivo è rendere questi contenuti accessibili e concreti per il pubblico, evitando sia semplificazioni sia un linguaggio troppo accademico. Parlare di violenza di genere significa affrontare un fenomeno complesso, ma è fondamentale farlo in modo comprensibile e utile nella vita quotidiana.

C’è qualcosa che ti senti di aggiungere?

La violenza di genere non è un’emergenza temporanea, ma un fenomeno strutturale.

Affrontarla richiede un cambiamento culturale profondo, che coinvolga istituzioni, educazione e relazioni quotidiane. In questo processo, il coinvolgimento degli uomini non è opzionale, ma necessario.

Non si tratta solo di “non essere violenti”, ma di mettere in discussione attivamente quei modelli che rendono la violenza possibile, tollerata o invisibile.

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