Groenlandia e possibile rottura Nato: CDU valuta scudo atomico europeo, SPD dice no

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno riaperto interrogativi sulla solidità della Nato e sulle conseguenze di una sua eventuale crisi. Tra queste, una delle più sensibili: la garanzia nucleare degli Stati Uniti nei confronti della Germania. Se l’alleanza atlantica dovesse indebolirsi o venire meno, anche questa protezione potrebbe infatti non essere più scontata. Per questo si sta cominciando a parlare, sempre più spesso, di uno scudo atomico europeo.
Groenlandia, Stati Uniti e i timori europei per la crisi Nato
L’ipotesi di un intervento statunitense sulla Groenlandia viene letta, a Berlino, come un possibile fattore di destabilizzazione dei rapporti transatlantici. Non si tratta solo di una questione territoriale. In gioco c’è l’assetto di sicurezza europeo costruito attorno alla Nato.
In uno scenario di rottura, la Germania si troverebbe senza l’attuale ombrello nucleare americano. Un’eventualità che, pur ritenuta estrema, ha spinto alcuni esponenti politici a sollevare interrogativi finora rimasti sullo sfondo.
La proposta della CDU: contributo a uno scudo atomico europeo
A esplicitare questa riflessione è stato Roderich Kiesewetter, esperto di politica estera della CDU, in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung. Secondo il deputato, la Germania dovrebbe valutare una partecipazione a uno scudo nucleare europeo. Kiesewetter non parla di un’iniziativa nazionale e precisa che la Germania non dovrebbe avere, in questo progetto, un ruolo di comando, ma limitarsi a fornire un contributo finanziario a un progetto condiviso.
Sui tempi, le valutazioni divergono: alcuni esperti parlano di circa cinque anni, mentre Kiesewetter ritiene più realistico un orizzonte di dieci.
I limiti del Trattato 2+4 e le possibilità legali
Il quadro giuridico resta un passaggio centrale. Il Trattato 2+4 sull’unità tedesca vieta alla Germania lo sviluppo autonomo di armi nucleari. Non escluderebbe, però, una partecipazione finanziaria a programmi condotti insieme ad altri Stati.
Su questo punto insiste Kiesewetter. Berlino, sostiene, potrebbe contribuire ai costi e ospitare eventualmente tali armamenti, senza produrli né decidere in modo autonomo un loro impiego. “Uno Stato che vuole essere capace di difendersi deve creare spazi di riflessione in cui si tenga conto anche dell’improbabile, ma pericoloso” ha dichiarato il politico cristiano-democratico.
Il no della SPD e il richiamo alla non proliferazione
La proposta ha suscitato una reazione immediata nella SPD. Rolf Mützenich, responsabile per la politica estera, ha respinto l’ipotesi definendola incompatibile sia con il Trattato di non proliferazione nucleare (approvato nel 1968 ed entrato in vigore nel 1970), sia con il Trattato 2+4.
Secondo Mützenich, anche una partecipazione indiretta, finanziaria o legata allo stoccaggio di armi nucleari, alimenterebbe una corsa agli armamenti che coinvolgerebbe sempre più Stati. Una dinamica da evitare. La linea alternativa indicata dalla SPD è il rafforzamento del controllo degli armamenti attraverso negoziati e diplomazia, nonostante l’indebolimento degli attuali regimi internazionali.




