“Il mio film è un inno alla vita”. Intervista a Mimmo Verdesca, regista di “Per il Mio Bene”
Mercoledì 12 novembre, al Festival del Cinema Italiano di Berlino, è stato presentato “Per Il Mio Bene”, di Mimmo Verdesca, con Barbora Bobuľová, Stefania Sandrelli, Marie-Christine Barrault e Leo Gullotta. Si tratta di un film livido, di una storia difficile. La protagonista, Giovanna, spinta da una grave necessità, parte alla ricerca della propria madre biologica, mai conosciuta, per scoprire che si tratta di Anna, una donna profondamente traumatizzata, che ha reagito alla durezza della vita respingendo ogni forma di contatto umano. Il loro incontro sarà difficile, sofferto, drammatico e disperatamente umano. Dopo la proiezione, il regista si è raccontato in un incontro col pubblico moderato dalla nostra co-editrice Lucia Conti. Poco prima, invece, l’ho incontrato per parlare del film, del suo modo di narrare e dell’importanza delle figure femminili che Verdesca ha sempre saputo valorizzare, già come documentarista, negli splendidi lavori biografici dedicati ad Alida Valli e Lilia Silvi (due artiste talmente amate che i loro nomi si ritrovano anche nei personaggi della sua prima opera di fiction).

Mimmo Verdesca: “il mio film, un inno alla vita”
A.F. Questa non è la tua opera prima, ma è il tuo primo film di finzione. Tu hai esordito infatti con i documentari. Che cosa ti ha fatto decidere di passare alla fiction? È stata questa specifica storia, oppure era un desiderio che già avevi da tempo?
M.V. Anche con i documentari, io ho sempre raccontato delle storie, ma ho utilizzato un linguaggio diverso, non ho ricostruito, ho invece in qualche modo dato una forma narrativa al materiale reale, ho fatto parlare dei protagonisti che hanno vissuto la storia che raccontavo in prima persona. Per me non è stato un “passaggio”: ho semplicemente cambiato strumento, cambiato linguaggio, perché ho continuato a raccontare delle storie. E questa volta l’ho fatto con la finzione, ricostruendo, scrivendo una storia e quindi dando la possibilità degli attori a interpretare dei personaggi, ricostruendo degli ambienti. L’approccio è sempre stato lo stesso, le storie che ho raccontato attraverso i documentari mi sembravano più idonee per quel linguaggio, questa invece era più giusta per la finzione. Cercavo la storia giusta per il mio primo film, questo sì.

Vorrei parlare proprio di questo: questa è una storia che tocca dei temi molto delicati, come la maternità rifiutata e l’abuso. Da dove sei partito? Qual è stato il nucleo che ti ha fatto sviluppare questa narrazione?
Sono partito dalla ricerca della storia giusta, quella che non mi abbandonasse nel tempo, che restasse sempre accanto a me e che potesse prendere vita realmente. Inizialmente, avevo voglia di continuare a indagare, analizzare l’aspetto umano delle persone, delle storie, delle vicende, un po’ come ho fatto con i documentari. Ho sempre dato molta attenzione all’umanità dei miei protagonisti e delle storie e volevo continuare ad analizzare i rapporti umani, i rapporti personali, l’essere umano, che mi emoziona sempre, mi incuriosisce sempre, e poi, pian piano i rapporti familiari – i genitori e i figli, una madre e una figlia. La cosa nel tempo è maturata. Questo mi ha portato verso questa storia, così come è diventata, affrontando tematiche molto più complesse: oltre a quella della maternità, c’è anche quella dell’identità. E affidando questa storia a delle figure femminili.
Hai anticipato la mia prossima domanda: questa è una storia di donne. Il maschile è assolutamente sullo sfondo, l’unico personaggio che compare davvero è Luciano (interpretato da Leo Gullotta), che è un individuo un po’ mellifuo, parzialmente oscuro. Per il resto, il maschile è solo sullo sfondo, è menzionato più che mostrato. Da cosa deriva questa scelta di esplorare un universo in cui il femminile domina su tutto?
Non è stata una scelta, sai, è stato un seguire un istinto: visualizzavo questa storia attraverso una figura femminile e poi, quando la storia è diventata questa, tutto si è in qualche modo messo a posto. Perché poi, effettivamente, tratta di maternità e la donna è la madre, è la donna che dà la vita. E questo film, oltretutto, è un film che è aperto alla vita, io lo considero un inno alla vita, perché in fondo ognuno dei personaggi rinasce in qualche modo.
Anche la madre biologica, che alla fine del film fa una scelta, se vogliamo, drastica, in realtà lo fa per ricominciare a vivere. Quindi, a un certo punto ho pensato che l’istinto mi aveva guidato nella direzione più giusta per questa storia. Il maschile c’è, appunto, attraverso Leo Gullotta, che non interpreta un personaggio positivo, ma sarebbe potuto essere anche una donna. Anche perché è vero che le figure femminili sono positive nel film, ma in realtà non tutte, perché il personaggio di Marie-Christine Barrault è un personaggio respingente, è un personaggio che, prima di conoscere la sua storia, è facile giudicare per quello che fa alla figlia, per quel rifiuto che dirige a un essere umano, quindi è catalogabile come un mostro.

Un essere umano che non aiuta un altro essere umano è un mostro, no? A prescindere da tutto, quindi, è un personaggio negativo, se vogliamo, in partenza. Poi scopriamo che dietro ci sono delle motivazioni profonde, gravi, c’è una tragedia, quindi c’è anche un messaggio: non fermarsi alle apparenze, non giudicare. Bisogna prima conoscere la storia di ognuno e poi, se mai, giudicare. Poi, se vogliamo, possiamo salvare un altro personaggio maschile che è quello di Giorgio (Gualtiero Burzi), il collaboratore di Giovanna (Barbora Bobuľová), che è un uomo che con discrezione è attento al suo capo, alla sua collega, si preoccupa per lei. Compare poco, ma laddove lo vediamo c’è sempre uno sguardo, c’è sempre una parola accennata in favore di Giovanna, in suo aiuto.
Vorrei spendere anche due parole sull’estetica del film, che si compone di due mondi diversi, incarnati anche dall’aspetto della protagonista. Giovanna parte da questo ambiente estremamente patinato, che esprime benessere, nel quale lei proietta un tipo di femminilità codificata esteticamente in un modo che fa pensare al successo, alla carriera, a un certo tipo di eleganza. Quando la scena si sposta in questa casa rurale, in questo luogo brumoso e poco definito, è come se lei si spogliasse di tutto, quindi la vediamo struccata e abbigliata in una maniera estremamente semplice. È il riflesso di un viaggio interiore?
Sì, assolutamente. I luoghi sono protagonisti tanto quanto i personaggi, perché sono esattamente il riflesso della loro condizione, del loro carattere, del loro temperamento, del loro stato d’animo. Quindi Giovanna è all’interno di un luogo protetto, ma che la rappresenta, perché è una donna rigida, una donna fredda in apparenza, che però ha grande energia. Come il marmo, se vogliamo. La pietra naturale fredda, rigida, dura, ma elegante, energetica: Giovanna è così. Dall’altra parte, invece, abbiamo Anna, la madre biologica, che invece vive in un ambiente che riflette il suo disordine emotivo. Quando Giovanna entra, in punta di piedi, con fatica, nella vita di questa donna e comprende la sua fragilità e vi si riconosce, diventa come lei. Anzi, i ruoli si capovolgono, perché poi Anna diventerà come Giovanna. Se Giovanna si spoglia, Anna si riveste per andare incontro alla vita. Giovanna, per ritrovarsi ritrovare la sua essenza, si spoglia, si mette a nudo, si riconosce e poi torna alla sua vita di prima, ma con una ritrovata vitalità, energia, coraggio.

E dalla sua forza di vivere procede anche il capitolo nuovo che è rappresentato dalla figlia, Alida (Sara Ciocca), che all’inizio vediamo cercare un affetto che non riceve.
Assolutamente sì. Potremmo dire che il titolo del film, “Per il mio bene”, che è una battuta che Giovanna pronuncia, è un’espressione che potrebbe essere detta, in fondo, da tutti i personaggi. Perché questa storia è per il bene di ognuno di loro, farà bene ad ognuno di loro.



