120 esponenti di Die Linke contro la risoluzione sull’antisemitismo: “vogliono dividerci”
A Berlino, proseguono i negoziati di coalizione fra Die Linke, Verdi ed SPD, ma, all’interno del partito vincitore, si registrano non pochi malumori sull’accordo iniziale che la dirigenza ha accettato, per sedersi al tavolo con il centro-sinistra. Tale accordo preliminare riguarda, nello specifico, la posizione ufficiale che i tre partiti hanno assunto riguardo al tema della lotta all’antisemitismo, inserendo come punti fondamentali condivisi, fra le altre cose, il riconoscimento del diritto di Israele a esistere, la condanna del movimento BDS, e la prosecuzione delle collaborazioni scientifiche e accademiche fra Berlino e Israele.
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120 esponenti di Die Linke, fra i quali 17 deputati del Bundestag, quattro membri dei comitati esecutivi delle sezioni distrettuali berlinesi, tre deputati berlinesi neoeletti e diversi presidenti di sezioni regionali, hanno firmato, dopo la pubblicazione dell’accordo, una dichiarazione congiunta nella quale lo definiscono un “grave errore politico” e accusano la dirigenza del partito di aver interiorizzato “le narrazioni di una campagna diffamatoria mediatica” che equipara le critiche legittime all’operato del governo Israeliano con l’antisemitismo.
Cosa dice dichiarazione sull’antisemitismo sottoscritta da Die Linke, Verdi ed SPD e perché viene contestato
Nella dichiarazione fra i possibili partner di coalizione, inoltre, si riconosce la “responsabilità particolare nella tutela della vita ebraica in Germania” e si pone come unica opzione sostenibile, per la questione mediorientale, la soluzione dei “due Stati”. Coloro che contestano questa presa di posizione, invece, ritengono che dovrebbe essere permesso un dibattito franco e aperto su alternative possibili a tale soluzione. Su questo punto in particolare, il gruppo di lavoro regionale di Die Linke “Solidarietà con la Palestina” ha dichiarato all’emittente locale rbb|24 di essere “scioccato dal tono autoritario delle trattative preliminari”. Piuttosto che porre il diritto di Israele all’esistenza come punto di partenza delle opinioni accettabili, il gruppo chiede di mettere al centro dell’attenzione la questione di “come garantire pari diritti, sicurezza e autodeterminazione a tutte le persone tra il Giordano e il Mediterraneo”.
Lo stesso gruppo di lavoro respinge anche la posizione di rifiuto generalizzato della campagna BDS e l’idea che essa sia di per sé antisemita. Il movimento, la cui sigla sta per “boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” contro Israele, in conseguenza del massacro dei civili in Palestina e in particolare a Gaza, è stato classificato come antisemita in una risoluzione del Bundestag del 2019 e viene esplicitamente respinto anche nell’accordo preliminare tra Die Linke, i Verdi e l’SPD. Uni degli aspetti che, secondo il gruppo di lavoro che critica questo accordo, sarebbe altamente problematico riguarda proprio l’idea di collaborare o meno con Israele e, nello specifico, l’idea di tutelare a ogni costo “collaborazioni scientifiche con istituzioni israeliane”, in particolare nei casi in cui le università coinvolte siano strettamente legate all’industria degli armamenti tedesca e israeliana, come nel caso del centro di innovazione previsto ad Adlershof.
Infine, il gruppo si è espresso molto criticamente sul fatto che, dopo i colloqui con Verdi ed SPD, la Linke berlinese si sia espressa a favore di un rafforzamento delle autorità di sicurezza e dell’Ufficio per la protezione della Costituzione, quando il programma elettorale di Die Linke ne chiedeva addirittura lo scioglimento.
Ancora più problematica sarebbe la decisione di affrontare eventuali episodi di antisemitismo con conseguenze “che possono arrivare fino all’espulsione dei membri”. A preoccupare, in questo caso, è l’ampiezza della definizione di antisemitismo, che, secondo gli avversatori della proposta, rischia di far espellere dal partito chiunque insista nel criticare in modo fermo l’operato del governo israeliano.
La dichiarazione contraria firmata da 120 esponenti di Die Linke: “così si minimizza l’antisemitismo”
La dichiarazione critica dell’accordo preliminare di coalizione, intitolata “Mai da soli, sempre insieme! Contro i tentativi di divisione di Springer e Co.” accusa la dirigenza berlinese del partito, così come gli altri due partiti della potenziale coalizione rosso-rosso-verde, di svuotare di significato il concetto stesso di antisemitismo, minimizzandolo e al tempo stesso utilizzandolo come arma contro il dissenso rispetto alle politiche di Israele, la cui critica dovrebbe restare legittima. “I termini utilizzati in relazione all’antisemitismo”, si legge nella dichiarazione “sono definiti in modo talmente ampio ed elastico da poter essere invocati contro qualsiasi critica alla politica di occupazione israeliana”. Il vero antisemitismo, sostengono i firmatari, è un problema molto serio e ben diverso, che in questo modo viene minimizzato.
Il risultato, sempre secondo i firmatari del documento, crea un precedente unico nella storia politica tedesca, creando una divisione fra “sinistra buona” e “sinistra cattiva” all’interno di uno stesso partito, dividendolo al suo interno addirittura con meccanismi disciplinari e, di conseguenza, indebolendolo. Per questo motivo, i 120 sottoscrittori chiedono la fine dei “tentativi di emarginazione” interni al partito, incluse le minacciate procedure di espulsione dal gruppo parlamentare o addirittura dal partito stesso, che vedono come una cessione di autonomia in cambio della coalizione di governo.
Il documento è stato firmato, tra gli altri, dai deputati del Bundestag Tamara Mazzi, Lizzy Schubert, Lea Reisner, Nicole Gohlke, Stella Merendino, Anne-Mieke Bremer, Desiree Becker, Violetta Bock, Sarah Vollath, Charlotte Neuhäuser, Cansın Köktürk, Fabian Fahl, Mirze Edis, Agnes Conrad, Cem Inze, Mareike Hermeier, Zada Salihović e la deputata al Parlamento europeo Özlem Demirel, dai deputati berlinesi neoeletti Leo Diederich, Deike Janssen e Sarah Bremer e dai membri dei comitati esecutivi distrettuali di Neukölln, Steglitz-Zehlendorf, Mitte e Tempelhof-Schöneberg.
Sereno il leader locale di Die Linke: “le questioni interne si risolvono con il dialogo”
Il capo della sezione regionale di Berlino Maximilian Schirmer non si è mostrato preoccupato dal dibattito interno suscitato dalla dichiarazione e, in una conferenza stampa di venerdì scorso, ha dichiarato di averlo ampiamente previsto e di non considerare problematica la compresenza di opinioni diverse all’interno dello stesso gruppo parlamentare. “Siamo un partito che deve risolvere molte questioni al suo interno e che dialoga in modo molto aperto”, ha affermato Schirmer.
Nel frattempo, a Berlino proseguono i colloqui esplorativi tra Die Linke, i Verdi e l’SPD e si attende un esito entro la fine di questa settimana. Naturalmente, i tre partiti non discutono solo della difesa o meno di Israele, anche perché la politica estera è solo in minima parte affare del Land. Più urgenti sarebbero invece le elaborazioni congiunte sullo spinoso tema del bilancio della capitale e sulla devastante crisi degli alloggi (che ha costituito il principale cavallo di battaglia, con il quale Die Linke ha vinto le elezioni a Berlino), oltre che su temi come sicurezza e protezione del clima.



