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Germania patria del lavoro part time: che significa?

Il lavoro part time in Germania non è un’eccezione, ma una scelta strutturale per milioni di persone. Come riportato recentemente dal Tagesschau, parliamo di un terzo della forza lavoro impiegata a orario ridotto. Questo posiziona la Germania in testa alla classifica europea del part time, insieme a Paesi Bassi, Svizzera e Austria.

Ma cosa significa tutto questo esattamente, cosa presuppone e cosa implica? E quali sono le conseguenze economiche e sociali di questa dinamica?

Merz e Reiche premono per aumentare l’orario di lavoro

Negli ultimi mesi, la politica tedesca ha affrontato spesso l’importante tema del lavoro. Il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) ha chiesto di lavorare di più e con maggiore efficienza, mentre la ministra cristiano-democratica dell’economia Katharina Reiche ha legato la necessità di aumentare la durata della vita lavorativa al cambiamento demografico.

Le loro dichiarazioni hanno però incontrato una vivace opposizione all’interno della compagine di governo e della stessa CDU.

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Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz durante una riunione del G7 a Kananaskis, in Canada, il 17 giugno 2025. Foto: EPA-EFE/TERESA SUAREZ

Le critiche: “La ministra non si rende conto della diffusione del part time. Inadatta”

Non tutti, infatti, condividono quest’analisi e molti sostengono che la questione vada necessariamente inquadrata all’interno dell’alta diffusione del part time nel Paese.

A questo proposito Reiche è stata attaccata addirittura dal collega di partito Christian Bäumler. “Chi, come ministra dell’economia, non si rende conto che la Germania ha una quota di lavoro part time alta e, quindi, una bassa media annua di ore lavorate, non è adatta al ruolo”, ha chiosato il politico della CDU.

Una scelta o una necessità?

Se è vero che un terzo degli occupati in Germania lavora a tempo parziale, le cause del fenomeno lasciano tuttavia spazio al dibattito e in particolare si impone una domanda: fino a che punto la scelta del part time nasce da un’effettiva preferenza?

È facile ad esempio constatare come il regime di part time riguardi spesso persone – soprattutto donne – che si dedicano alla cura dei figli o all’assistenza familiare. In questo senso la ministra del Lavoro Bärbel Bas (SPD) ha ricordato che questo tipo di occupazione, reale e molto impegnativa, non solo non è retribuita, ma pesa anche sul futuro pensionistico di chi la svolge.

Quanto il part time riflette il divario di genere

Per questo quasi una donna su due in Germania lavora part time, essendo le donne, ancora oggi, tradizionalmente vincolate al cosiddetto “lavoro di cura”. Tra gli uomini la percentuale è in aumento, ma è comunque molto più bassa, attestandosi attorno al 12%.

A complicare le cose sono anche la configurazione del mini-job, che rende complicato aumentare le ore di lavoro, lo splitting fiscale tra coniugi e la cronica mancanza di strutture per l’infanzia, che spinge molte famiglie verso una suddivisione “tradizionale” dei ruoli.

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Ricarda Lang. Photo credits: EPA-EFE/CLEMENS BILAN / POOL

Ripensare il tempo pieno: orari più flessibili per tutti

Secondo Ricarda Lang, deputata dei Verdi, il punto è quindi non solo far lavorare più donne a tempo pieno, ma anche ridistribuire il carico di lavoro (anche familiare) tra uomini e donne. Lang propone cioè una revisione del concetto stesso di tempo pieno, con orari più brevi e flessibili per entrambi i generi. Una proposta sicuramente ambiziosa, ma che incontra il crescente desiderio degli uomini tedeschi a prendersi maggiormente cura dei figli, come emerge dal Rapporto sui padri del governo federale.

Secondo i dati raccolti, infatti, un uomo su due vorrebbe essere più presente come padre, ma solo uno su cinque riesce a farlo davvero e le cause sono spesso economiche o legate all’organizzazione del lavoro. Per questa ragione, politiche di congedo parentale e sostegno alle famiglie sono al centro dell’agenda di parte dell’esecutivo.

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