Alessandro Turci: “Oltre la routine intellettuale”. Intervista al nuovo direttore dell’IIC
Il Dottor Alessandro Turci ha assunto la direzione dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino nel novembre 2024. Laureato in Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Milano, Turci porta con sé una formazione e un bagaglio professionale che spaziano dalla regia al reportage, dall’analisi geopolitica alla collaborazione con numerosi quotidiani e riviste nazionali e internazionali. Una figura poliedrica, quella del nuovo Direttore di Chiara Fama, che promette di portare una visione innovativa in una delle istituzioni culturali italiane più importanti in Germania e non solo. Lo abbiamo intervistato per voi.
La sua formazione è estremamente variegata. Di lei sappiamo che è regista, documentarista, reporter e che ha scritto per testate che vanno dal Sole 24 Ore a Forbes. Insomma, diciamo che ha seguito diversi stimoli. Alla luce di tutto questo, quale sarà la sua impronta come direttore dell’Istituto Italiano di Cultura qui a Berlino?
Berlino è, tra molte altre cose, la città delle avanguardie e in questa accezione includo tutti quegli artisti sperimentali, non ancora affermati o che non hanno ancora attraversato quella fase critica che consiste nella correlazione tra arte e business. Anche perché, come diceva Duchamp, se devo fare arte su commissione mi interrogherò necessariamente su cosa sia la mia arte.
Noi, nel limite del possibile, cercheremo di fare cultura in una città che sta subendo colpi durissimi in termini di gentrificazione, e in questo senso assomiglia sempre più a New York e sempre meno alla Berlino che abbiamo conosciuto noi, cioè un approdo per artisti emergenti, in cui si poteva vivere con poco e sperimentare una vita di comunità e creatività.
Questa deriva determina e promuove, purtroppo, una forma di omologazione, ma la capitale tedesca resta comunque la nostra amatissima Berlino, e quindi speciale. In questo senso penso che l’istituto debba essere il catalizzatore di quelle forze innovative che indubbiamente ci sono ancora. Naturalmente, sempre con un occhio alla tradizione, ma mai al repertorio.

Lei ha fatto riferimento alla Berlino che ha conosciuto, perché in effetti in passato ha vissuto in questa città. Che cosa ha ritrovato e che cosa è cambiato e, soprattutto, in che modo è cambiato lo spazio della creatività?
Lo spazio della creatività è cambiato molto. Come dicevo prima, la gentrificazione ha cambiato totalmente il volto di alcuni quartieri. Inoltre, a Berlino la cultura era un capitolo importante del welfare, mentre adesso non lo è più.
Ci sono stati tagli importanti, a riguardo, e se alcuni tagli ragionati possono aiutare alcuni artisti a riflettere e a uscire da una certa comfort zone, quelli drastici comportano un cambiamento radicale dell’offerta culturale e del pubblico.
Devo dire, però, che il pubblico a Berlino è sempre straordinario, avanzatissimo e ha una doppia caratteristica: riesce a essere molto esigente ma non snob, mentre a volte, in Italia, noi riusciamo nel “miracolo opposto” e cioè a essere sia snob che di bocca buona.
Sin da quando si è insediato, ha espresso il desiderio di rendere la cultura fruibile da parte di più persone possibili, con un occhio particolare anche all’inclusività e al coinvolgimento di persone con disabilità. In che modo pensa di rendere la cultura sempre più accessibile anche in questa direzione?
La cultura è una galassia a cui si può accedere da diverse latitudini e non si può impedire l’accesso a chi ha una disabilità, sia essa temporanea o permanente. A parte la rimozione di ostacoli fisici, il discorso deve muoversi anche in un’altra direzione.
Sarebbe bello, ad esempio, dare vita a iniziative di arteterapia e soprattutto dobbiamo capire che l’arte è un interscambio e che la cosiddetta normalità è molto spesso la negazione stessa dell’arte. Poi noi siamo molto bravi ad apprezzare gli artisti dal salotto di casa, ma è l’artista che ha pagato il prezzo con la propria vita, magari una vita di miseria, sconosciuta, usurpata e molto spesso nata anche da una forma di disagio.
Allora, vedendo le cose “dall’altra parte dello spettro”, non possiamo che essere grati del messaggio, spesso potentissimo, che è contenuto in questo particolare tipo di espressione artistica. Abbiamo visto qualcosa del genere nello spettacolo di Dario D’Ambrosi, uno dei maggiori artisti d’avanguardia italiani e il creatore di quel movimento teatrale chiamato Teatro Patologico.
Era la mia prossima domanda, infatti…
Lì c’è stata un’interconnessione molto importante, che vedeva il dialogo svolgersi non tra l’artista e quello che potremmo chiamare, con molte virgolette, il pubblico “normale”, ma totalmente su un altro livello.
In questo senso tutti noi dobbiamo essere capaci di afferrare questo spunto e di guardare oltre il nostro quotidiano, oltre la nostra comfort zone.

Come ha avuto l’idea di dare spazio al Teatro Patologico? Qual è stato il percorso?
Devo prima fare una premessa. Questa è una domanda molto importante, perché bisogna capire che noi siamo la periferia, per quanto chiamare Berlino una periferia faccia sorridere, di una grande realtà chiamata diplomazia culturale.
La diplomazia culturale ha una regia, che è a Roma, alla Farnesina, dove c’è un’unità che coordina i vari istituti, che sono più di 80 nel mondo, ma in realtà, concettualmente, l’Istituto è uno e ha una serie di interpreti internazionali. In questo momento io sono l’interprete di Berlino, coadiuvato da 10 eccezionali collaboratori.
Quella legata al teatro di D’Ambrosi, quindi, è stata un’iniziativa cooptata da Roma, che noi abbiamo accolto e sviluppato non solo nell’organizzazione attenta e capillare dell’evento, ma anche facendo in modo che il progetto non finisse, una volta finita la serata.
In generale noi restiamo spesso in contatto con gli artisti, vogliamo che tornino, magari per fare altre cose. Per esempio, a gennaio abbiamo celebrato Luigi Nono con il maestro Nicola Sani, che avremo il piacere di ospitare di nuovo anche per celebrare Luciano Berio e la sua elettronica sperimentale. Insomma, tutto questo per dire che ci piace costruire qualcosa che resti. Siamo contrari al “cotto e mangiato”, perché il “cotto e mangiato” non serve a nessuno.

Molto spesso lei è parte degli eventi anche dal punto di vista operativo, come nel caso dell’evento di maggio su Ravensbrück, di cui ha curato la regia.
Quello è l’esempio di come ci piace lavorare. All’inizio volevamo organizzare una conferenza su Ravensbrück, ma quando abbiamo ricevuto l’antologia “Boschi cantate per me”, piena di bellissime poesie originali, la nostra prospettiva è cambiata. Abbiamo capito che dovevamo trasformare l’evento in qualcosa di più coinvolgente, perché a Ravensbrück, a parte l’orrore, c’era anche una commovente pluralità di voci e noi, questa pluralità di voci, l’abbiamo fatta risuonare.
Non è stato facile riuscire a trovare tutte queste risorse, ma in sala abbiamo visto tutta la forza delle donne, oltre a una sincronia clamorosa, che ha richiesto prove accuratissime. Considera che c’erano sette persone a leggere, tre sul palco, due musicisti e una proiezione di immagini e tutto è stato sincronizzato.
Grazie all’intelligenza e all’intensità di queste donne, l’effetto è stato magnifico e corale ed è così che, a mio avviso, si dovrebbe lavorare, perché è così che si coinvolge davvero il pubblico. Un evento è riuscito non quando, da spettatori, ci chiediamo “quanto durerà ancora?”, ma quando diciamo, con una sfumatura di rimpianto, “è già finito?”. Ecco, mi piacerebbe che chi viene a un evento dell’IIC pensasse proprio questo: “ma è già finito?”.

Abbiamo parlato di Ravensbrück, del Teatro Patologico e di una serie di progetti in via di realizzazione. A questo punto non posso non menzionare anche il grande successo della presentazione della serie Netflix “Il Gattopardo”. Ce la vuole raccontare?
Volentieri! È stata una serata davvero storica, direi. Intanto perché l’interlocuzione con una piattaforma di caratura internazionale come Netflix non poteva essere data per scontata e poi per la presenza dell’Ambasciata.
In quei giorni era arrivato il nuovo ambasciatore, che ha una visione molto aperta, è un protettore delle arti e capisce l’enorme potenziale della cultura e quindi ha immediatamente colto l’importanza di questo evento, che è stato un “win-win” per tutti. Netflix è stato entusiasta, l’Istituto è stato entusiasta, l’Ambasciata è stata entusiasta e abbiamo anche avuto l’occasione di promuovere due ballerini che fanno parte di quel mondo underground di cui parlavamo prima, che hanno dato vita a una piccola performance ispirata al “Gattopardo”.
Il suo ultimo documentario è stato su Strehler. Qual è l’importanza di Strehler oggi?
Quando ti chiedono di fare un documentario su Strehler, in realtà ti fanno un regalo, perché è un privilegio poter affrontare quella materia, quella ricchezza straordinaria che è stata la vicenda del Piccolo Teatro, che coincide con il dopoguerra e con il momento più alto del teatro di prosa italiano.
E poi è indubbio che Strehler sia il più grande regista di prosa di tutti i tempi, oltre ad essere il più grande conoscitore di Brecht.
Il documentario è anche un grande affresco di Milano e dell’Italia in snodi particolarissimi, cioè il primo dopoguerra, ma anche il ’68 e il ’70. Poi mio padre era di Milano, io ho studiato a Milano e quindi parliamo di una città alla quale sono molto legato, se vogliamo. A volte anche con sentimenti contrastanti.
Infine, c’è la magia del teatro e la bellezza di un autore che resterà sempre con me e con noi e di cui potrei parlare ininterrottamente. Il film dura un’ora e 45 minuti, ma avrebbe potuto durarne quattro.
Immagino che in questo caso il problema sia stato proprio scegliere cosa escludere…
Infatti l’ho scritto anche in un articolo, precisando anche che Strehler è moderno perché ci dice non solo quello che siamo, ma anche tutto quello che rischiamo di diventare, che possiamo diventare.
Purtroppo questo grande autore si è anche portato via un pezzo di Italia che probabilmente non tornerà più. Strehler aveva questa capacità, che poi dovrebbe essere anche la capacità dell’Istituto Italiano di Cultura, e in generale di ogni manager culturale, di riuscire a piacere agli intellettuali più sofisticati, ma anche al pubblico. Quando finiva uno spettacolo di Strehler, che fosse Čechov o che fosse Ibsen, anche persone di istruzione medio-bassa dicevano: “ho capito tutto quello che è andato in scena”.
Con Strehler non andava in scena l’ego sterminato di un regista comprensibile solo a se stesso, come accadeva in altri casi, ma la grandezza del classico, che riesce al tempo stesso ad essere semplice, ma profondissimo. Questo era Strehler.

Questo è molto importante, anche perché un discorso sui rischi di una cultura arroccata sull’elitarismo resta ineludibile. Dopotutto, ai tempi di Mozart, a teatro si andava a mangiare e a divertirsi, mentre il primissimo jazz fioriva in contesti ultra-popolari mentre in seguito è diventato, non si sa perché, una proposta per iniziati.
In questa direzione colgo l’occasione per chiederle quali saranno le sue priorità, durante il suo mandato, e cosa ha offerto e cosa offrirà agli italiani a Berlino nei prossimi mesi.
Sono molto felice di aver ospitato la prima mostra fotografica dedicata al progetto Brutalist Italy, magnificamente presentata da Roberto Conte. C’è stata anche una sessione di Q&A, nell’ambito della quale una delle domande è stata posta dall’Ambasciatore, che ha una profonda conoscenza delle arti visive e che in seguito si è intrattenuto molto a parlare e non era affatto scontato.
Abbiamo voluto anche un finissage, animato da Carlos Andrés Segovia, filosofo spagnolo indipendente di origine britannica che vive a Berlino e che, tra le altre cose, è figlio del celebre musicista. Il discorso poetico presentato da Segovia per l’occasione è stato interpretato dalla moglie, Sofia Shakut Segovia, attraverso il Butō, una danza tradizionale giapponese.
Questi siamo noi, cerchiamo sempre di esplorare, di spostare in avanti l’asticella, assumendoci persino qualche rischio anche perché, se non lo fai, dove pensi di andare?

Che team c’è, dietro i progetti a cui decide di dare impulso?
Il team è composto da persone di altissimo livello culturale, tutte bilingui. Abbiamo medievisti, filosofi, esperti di letteratura, arte, musica e danza e lavoriamo in maniera collegiale. L’idea, cioè, non è che il direttore si imponga dall’alto, in modo verticale. Si ragiona insieme, sviluppando i progetti in un ambiente intellettualmente dialettico, che favorisce il brainstorming, come ad esempio è accaduto in occasione della presentazione, durante la Berlinale 2025, del film Köln75, che ripercorre la storia dello strepitoso concerto di Keith Jarrett al Teatro dell’Opera di Colonia.

In quella circostanza abbiamo organizzato una serata di pura improvvisazione al piano per omaggiare questo grandissimo artista, grazie alle performance di sette musicisti incredibili che mi hanno detto che non avevano mai preso parte a un evento simile. Quando suonano più persone, infatti, c’è sempre un po’ di rivalità, di ambizione e di tensione competitiva, anche in relazione a quello che potrà essere il giudizio del pubblico. In questa circostanza, invece, questi grandi musicisti mi hanno confidato di aver suonato felici di farlo, senza pensare ai colleghi e godendosi un’esperienza che hanno definito straordinaria.
Questa serata è una delle più belle che abbiamo organizzato ed è nata in tre settimane. Questo vuol dire che quando ci sono le idee, e quando la città offre le possibilità che offre Berlino, si può sempre dare vita a qualcosa di speciale. Naturalmente bisogna saper intercettare gli stimoli giusti, metterli alla prova, capire se funzionano e avere anche il coraggio di buttarsi. E noi lo facciamo.




