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Il “metodo Falcone” – come a trent’anni dalla strage di Capaci gli investigatori tedeschi possono imparare ancora tanto da Giovanni Falcone

di Alessandro Bellardita, giudice e docente universitario

Siamo a Wiesbaden, nel novembre del 1990. Nella centrale della polizia federale, il Bundeskartellamt, si tiene una conferenza sulla criminalità organizzata. Uno dei relatori è Giovanni Falcone. Tutti i presenti, forze dell’ordine, magistrati e giudici, lo ascoltano ammutoliti; sanno che Falcone è uno dei maggiori esponenti a livello internazionale della lotta alle mafie. E cosa racconta Falcone? Parla delle varie mafie, conosce nei minimi dettagli le strutture diverse che caratterizzano le cosche, da Cosa Nostra alla Sacra Corona Unita. Ma soprattutto: definisce il fenomeno mafioso come qualcosa di “unitario”. E, dunque, per combatterlo, bisogna considerarlo tale, un insieme, un tutto, non piccoli pezzi sparsi dappertutto, ma frammenti che si ricompongono continuamente per formare puntualmente un mosaico intero, un mosaico che lentamente fa marcire la società civile.

Gli esordi di Giovanni Falcone

La strada che porta Giovanni Falcone ad insegnare ai colleghi tedeschi, americani, francesi – e di quasi tutto il mondo – come si indaga contro le mafie, parte da Trapani. Lì, per la prima volta, Falcone capisce cos’è la mafia. Uno dei suoi indagati è il boss Mariano Licari: “Lo vidi in dibattimento, in Corte d’Assise, al processo contro le cosche del trapanese. Era sufficiente osservare come si muoveva per intravedere subito il suo spessore di patriarca: correttissimo, cortese, apparentemente dimesso”, racconta Falcone. Ma proprio in quel processo il giovane giudice Giovanni Falcone subisce la sua prima sconfitta: il processo salta perché prevale la tesi della legittima suspicione. Eppure quella sconfitta non è inutile: in quell’indagine Falcone si trova a verificare di persona quanto utili possano essere i riscontri provenienti dagli accertamenti patrimoniali sulla consistenza economica dei boss e sulla provenienza di tanto denaro. È l’anticamera di quello che diventerà il “metodo Falcone”.


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Nel luglio 1978 Falcone si trasferisce da Trapani a Palermo. Inizialmente viene assegnato alla sezione fallimentare del tribunale, dove impara velocemente a leggere i bilanci aziendali, a capire le perizie relative ai fallimenti e a intuire come funzionano i meccanismi di riciclaggio. Dopo l’assassinio del giudice Cesare Terranova, il 25 settembre 1979, chiede di passare all’ufficio istruzione, dove Rocco Chinnici lo accoglie a braccia aperte. E, malgrado fosse da poco tempo nel suo ufficio, Chinnici gli affida il “processo Spatola”.

Rosario Spatola, esponente di una delle più influenti cosche italo-americane e imparentato con la famiglia Gambino di New York, alla fine degli anni ’70, era uno dei maggiori contribuenti siciliani: nella sua impresa di costruzioni lavoravano oltre 400 operai. La sua carriera imprenditoriale, cominciata come venditore ambulante di latte, si trasformò in una scalata folgorante grazie al riciclaggio dei capitali provenienti dalla droga. Proprio durante l’istruzione del processo Spatola Falcone ha un’intuizione: non si può capire la mafia se non si indaga il fenomeno con una visione unitaria. Questo significa che il mafioso non agisce mai da solo e per sé stesso ma sempre all’interno di una struttura unitaria che, a sua volta, non conosce confini locali, regionali o nazionali.

Il “metodo Falcone”

Nasce così il “metodo Falcone”, che rivoluzionerà il modo di fronteggiare le mafie. E Giovanni lo spiega così: “Ma bastava indagare a Palermo, in Sicilia, in Italia? Se la polizia sequestra qui un carico di stupefacenti destinato agli Usa, perché non andare in Usa a studiare gli effetti collaterali di quella operazione riuscita?”. Dal momento che Palermo per la mafia è la base operativa di traffici internazionali, diventa necessario fare indagini che riguardano quei traffici. Falcone suole ripetere: “Se l’eroina finisce negli Usa, ed è ampiamente confermato che questo accade, e se l’eroina viene pagata in dollari, a noi non resta che cercare dove finiscano quei dollari”.

Ripercorrendo i canali finanziari del traffico, seguendo i flussi finanziari, controllando le banche, ispezionando conti correnti e, a colpi di rogatorie, anche quelli apparentemente inattaccabili all’estero, Falcone mette sotto accusa oltre 70 esponenti della cosca Spatola-Gambino-Inzerillo. Il processo si conclude con la condanna di Spatola a dieci anni di reclusione. È un successo enorme.

Quel metodo, che si avvale degli ordinari strumenti forniti dal codice di procedura penale, adattati però a una nuova visione del fenomeno mafioso, porterà dritto al maxiprocesso di Palermo, che – ad onor del vero – non sarebbe stato possibile senza la collaborazione dei pentiti e il 416bis. Inoltre, nasce anche nell’ufficio istruzione di Palermo, l’idea del pool antimafia, vale a dire di un gruppo di magistrati che si occupa esclusivamente di reati legati alla criminalità organizzata. Tutti i membri del pool sanno cosa fanno gli altri, le indagini vengono coordinate e nessuno rischia di fare un lavoro inutile o di interferire nel lavoro di un collega, che magari sta già indagando nella stessa direzione.

Ma il “metodo Falcone” è molto di più: vuol dire lavorare ininterrottamente, senza sosta, con “spirito di servizio”, come dice lui. Senza la sua caparbietà e il suo impegno fuori dal comune non sarebbe stato possibile gestire quella mole immensa di materiale investigativo.

La lotta alla mafia oggi: la lezione di Falcone e il sistema tedesco

Il “metodo Falcone” dovrebbe fare ancora oggi scuola anche per chi si occupa di criminalità organizzata in Germania. Senza dubbio qualcosa, dal 1990 ad oggi, è cambiato: anche in Germania esiste all’interno della polizia una struttura che si occupa esclusivamente di indagini finanziarie. E, inoltre, ogni procura ha un reparto speciale per affrontare la criminalità organizzata. Ma le lacune sono ancora enormi: la “visione unitaria” dei fenomeni mafiosi, purtroppo, non è ancora arrivata o, meglio, viene ignorata.

Probabilmente in quella conferenza di Wiesbaden, in quel maledetto anno 1990, che vide a settembre morire Rosario Livatino, il “giudice giovane”, ucciso da quattro killer sulla superstrada Caltanissetta-Agrigento, mentre stava andando in tribunale, il capo della polizia federale Hans-Ludwig Zachert capì che la mafia era ormai ben radicata anche in Germania. I sicari, infatti, venivano da Mannheim e Colonia, dove due di loro furono arrestati. Facevano parte della “Stidda”, una cosca di Palma di Montechiaro che sfidò Cosa Nostra. A rivelarlo a Paolo Borsellino fu Gioacchino Schembri, un pentito che si trovava in carcere a Mannheim. Il 7 e 8 luglio 1992 fu proprio Borsellino ad interrogarlo nella città a ridosso del Reno. Borsellino, infatti, stava indagando sulla morte di Livatino. E il 20 luglio 1992, se un giorno prima non fosse stato dilaniato dall’ordigno che fece saltare in aria buona parte di Via D’Amelio, Borsellino sarebbe dovuto andare nuovamente a Mannheim. Pare che l’ultima telefonata di Borsellino, difatti, sia stata quella con Hans-Ludwig Zachert nel pomeriggio del 19 luglio ‘92.

Il “metodo Falcone” dovrebbe fare scuola, tutt’oggi. Purtroppo nelle procure tedesche i pool vengono istituiti raramente e solo in casi eccezionali, come ad esempio accade per le indagini di terrorismo. L’approccio di Falcone già negli anni ‘90 ebbe un notevole riscontro internazionale. Negli Stati Uniti Falcone ha lasciato una vera e propria eredità investigativa, tanto che il Federal Bureau gli ha dedicato una delle sue sale e nella Giovanni Falcone Gallery c’è una targa che lo ricorda. Sempre in quella sede da anni campeggia in giardino un busto di Falcone.

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