AperturaAttualitàInterviste

Donne trans, le più discriminate: “La bambina invisibile” arriva a Berlino. Intervista con Alessia Nobile

Alessia Nobile è una donna transgender, che ha raccontato la sua storia nel libro “La bambina invisibile“, pubblicato da Castelvecchi e disponibile anche a Berlino presso la libreria Mondolibro. Da Mondolibro, inoltre, si terrà presto anche la presentazione, sulla quale vi terremo informati. Intanto, abbiamo incontrato e intervistato Alessia e quello che segue è il risultato della lunga conversazione che ha avuto con Lucia Conti.

“La bambina invisibile”, autobiografia di Alessia Nobile, pubblicata da Castelvecchi.

Ciao Alessia, partiamo dal titolo del libro: quando ti sei accorta della bambina invisibile?

Subito, a tre anni, ai primi approcci con l’asilo, quando rincorrevo bamboline e Barbie e volevo il grembiulino rosa, invece di quello a quadratini bianchi e celesti. Anche se i giochi e i colori sono universali, nel nostro caso, a volte, sono spie delle nostre inclinazioni. Per quanto mi riguarda, tendevo a desiderare tutte quelle cose che venivano associate alle bambine.

I simboli convenzionali del genere a cui sentivi di appartenere, insomma…

Attualmente il rosa non mi piace, pensa. Però all’epoca ero indirizzata su qualunque cosa fosse considerata femminile, cartoni animati inclusi. Mio fratello maggiore vedeva “L’uomo tigre”, “Lupin”, io volevo vedere “Candy Candy”…

Che era una successione di disgrazie, tra l’altro. Mantenere l’ottimismo dopo ogni puntata di “Candy Candy” doveva essere dura…

Forse mi rivedevo in quella bambina che ne passava tante. Ad ogni modo mi sentivo sempre diversa, non ero felice come gli altri. Mi hanno strappato la serenità, la spensieratezza di quegli anni. Io non ho mai goduto di quella libertà che avevano i miei coetanei, né all’asilo, né alle elementari. Anche le maestre ci mettevano del loro, non mi lasciano libera.

Nel libro parli di quando all’asilo vi dividevano, dopo pranzo, lasciando i bambini a giocare con i Lego e le bambine con le bambole

Anche quando facevamo la passeggiata, si usciva mano nella mano sempre maschietti con maschietti e femminucce con femminucce. Costrizioni, divieti. Per non parlare del bagno. Mai fatta la pipì in piedi, mai usati gli urinatoi, piuttosto me la tenevo fino alla quinta ora. Senza parlare di quando, alle medie, nei bagni subentra anche la curiosità e ci si guarda, ci si confronta. Per me sarebbe stato un dramma. Non mi sarei mai fatta guardare. Insomma, diciamo che ho capito subito di essere una bambina, anche se all’inizio non avevo gli strumenti per spiegarlo.

E gli altri lo capivano?

Io ho cercato di farmi capire, ma non sono stata percepita. Casa mia era invasa di macchinine, distributori di benzina e giocattoli di mio fratello, con cui non volevo avere niente a che fare. Io facevo richieste diverse e ogni mia richiesta era un problema.

Alla fine ho avuto le bambole, dopo tante insistenze, ma i miei genitori mi dicevano: “Se ti chiedono cosa ti hanno regalato a Natale, rispondi che hai ricevuto dei soldi”. Quando facevamo le festicciole di compleanno, poi, mi facevano nascondere le bambole nell’armadio. “Altrimenti gli altri bambini te le rovinano” mi spiegavano, ma oggi penso che mia madre volesse proteggermi dal bullismo. E se voleva proteggermi, doveva aver capito qualcosa.

Alessia Nobile

Quindi vivevi il tuo modo di essere come un problema e un imbarazzo per gli altri

Ancora oggi mi chiedo perché sia così difficile rendere la vita facile. Bastava farmi giocare, divertire, farmi fare quello che volevo. E invece dovevo fare quello che facevano gli altri. Crescevo e non mi ritrovavo in quel corpo, non riuscivo a vestirmi, non riuscivo a vivere. Per degli aspetti, gli omosessuali oggi vivono meglio delle persone transgender. Sono superintegrati a livello lavorativo, i genitori sono molto più accoglienti che in passato, mentre la società ha ancora un grosso problema con noi.

Cosa rende la vita delle persone transgender, e di Alessia Nobile in particolare, più difficile?

La società vive di facciata e di pregiudizio, tu puoi fare tutto nella vita privata, ma di nascosto. L’importante è che tu non stravolga il tuo aspetto. Da questo punto di vista l’omosessuale non è scomodo, perché tendenzialmente non mette in discussione né se stesso, né la società.

Pensa che mia madre e mio padre mi dissero “non condividiamo questa storia della transizione, potevi semplicemente essere come Nicky Vendola”. Perché comunque Vendola si è realizzato, ha anche adottato, non ha fatto la “pagliacciata” che ho fatto io. Solo che noi nasciamo transessuali, cioè donne o uomini con un corpo diverso. Riappropriarci di noi stessi non è una pagliacciata, è un’esigenza. È la nostra vita.

Hai spesso ribadito che in quanto donna trans sei stata boicottata come operatrice sociale, la tua qualifica, e non sei riuscita neanche a lavorare come cameriera. Hai avuto grosse difficoltà anche nell’affittare casa

Questa cosa conferma la mia tesi dell’aspetto. Oltretutto, fino al 2016 io ho avuto il documento al maschile. Questo perché in Italia, fino a qualche anno fa, si otteneva il cambio anagrafico solo con l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso. Insomma, se non ti operavi, nel mio caso te ne andavi in giro con l’aspetto di una donna, ma con i vecchi documenti. È stato un inferno. Niente lavoro e niente opportunità, ma in compenso risate, battutine e gomitate, in aeroporto, all’ufficio postale, ovunque.

Alessia Nobile

Pesante…

In pratica ho vissuto fino al 2016 nuda, perché se hai un documento al maschile dai a tutti la possibilità di sapere come sei fatta. Violentata da tutti, così mi sono sentita. Al di là del mio aspetto, chiunque conosceva la mia intimità. Se fossi andata in ospedale, sarei finita nell’ala degli uomini. Se fossi morta, avrei avuto il nome al maschile sui manifesti. Era uno dei miei terrori.

Alla fine sei riuscita a ottenere la rettifica del documento senza riassegnazione chirurgica del sesso. Com’è andata?

Mi sono rivolta a un avvocato e abbiamo presentato un’istanza per avere comunque il cambio anagrafico, indipendentemente dall’intervento. “Non c’è una legge, ma tentiamo” mi ha detto. A distanza di un anno mi ha comunicato che avevo vinto la causa, ero diventata definitivamente Alessia Nobile. Sono stata la prima in Puglia e la seconda in Italia. Dopo di me lo hanno fatto in tante, ho aperto la strada. Anche se la mia regione, la Puglia, ci rende ancora le cose difficili.

Alessia Nobile

In che senso?

 Non c’è stata un’evoluzione del sistema, dopo questa apertura?

L’argomento transessualità non esiste. Ci vogliono politiche di inserimento sociale, lavorativo, invece restiamo soggetti di serie C, siamo invisibili. Alle amministrazioni locali io ho proposto sportelli, progetti, niente, mi vedono solo come un’utente. Al comune di Bari mi dicono “ma non vuoi prendere il reddito di cittadinanza?”. Non attribuiscono competenza o capacità di realizzazione a una transgender e quindi pensano che il reddito sia la nostra unica opzione.

Io il reddito non lo prendo, potrei, ma non lo voglio per principio, preferisco fare altro. In assoluto non c’è niente di male nel percepirlo, ma non esiste che sia l’unica cosa a cui posso aspirare, perché transgender. Idem quando chiedo lavoro e mi dicono: “hai provato a trasferirti all’estero?”. Io non devo espatriare perché sono trans, questo si chiama esilio. Te lo giustificano con il Vaticano, ma è una scusa. La Chiesa non viene a controllare se assumi una trans. Tanta gente che parla di Vaticano, magari è pure atea.

Torna un tema che nel libro affronti spesso: l’ipocrisia della società. È ancora molto ipocrita, la società italiana?

Sì, totalmente. Anche dopo il cambio anagrafico ho cominciato a spedire curricula e andavo ai colloqui, stavolta con un documento femminile, ma vinceva comunque l’aspetto, l’aspetto di una donna trans. Quello che nel libro cerco di far capire è che il “viaggio” del nostro corpo, in realtà, attraversa l’anima. E quello che per voi è ricostruzione e chirurgia, per noi significa nascere davvero.

Cosa ti fa soffrire di più

, oggi?

Ancora l’invisibilità. E gli stereotipi. Frasi come “ma non la fai la trans?” quando rifiuti un approccio sessuale, perché si pensa che una trans vada con tutti, non le vengono riconosciuti dei gusti. O il fatto di supporre che fumi, beva o sia tossicodipendente. Quando dico che non fumo e non mi drogo spesso mi rispondono “Eh, sì, non ci credo proprio!”. Soffro quando di una donna rifatta sento dire “sembra una trans”, in tono dispregiativo. Sono cose che feriscono. Come quelle che chiamo le “raccomandazioni”.

Che intendi, esattamente?

Ad esempio quando lamento di non trovare lavoro, a volte mi dicono “ma tu come eri vestita, al colloquio?” e quando mi invitano a un matrimonio c’è sempre chi mi dice “mi raccomando a come ti vesti!”. Io vorrei ricordare a tutti che compro i miei vestiti negli stessi negozi in cui li comprano le altre, non al sexy shop. Per non parlare delle domande totalmente fuori luogo, tra tutte “ma tu come ti chiamavi, PRIMA?”. I miei mi hanno insegnato a non fare domande indiscrete, mi chiedo perché altre persone non l’abbiano imparato.

Alessia Nobile
Alessia Nobile

Il problema è che si fanno alle persone trans domande che non si farebbero mai a persone cis

Se almeno questa curiosità facesse sfondare il muro del pregiudizio! Invece non è così. Addirittura le donne trans si sentono fare domande su come raggiungano il piacere sessuale e ricevono continuamente richieste di dettagli sulla loro anatomia. E la stessa cosa capita anche agli uomini trans. Una volta un mio amico ftm si sentì fare, da una donna, una domanda improponibile sulla sua sfera intima. Lì sono esplosa, ho fatto una piazzata. Lui era tranquillo, io non ci ho visto più.

Siccome viviamo in un mondo che ancora fatica a capire, continuerei con l’elenco delle domande che ti sei stancata di sentire

Non si chiede il vecchio nome, non si fanno domande sulla peluria o sulla barba, perché il dolore fisico e mentale della sua rimozione è davvero pesantissimo, non si fanno domande relative al presunto ruolo sessuale, ai genitali e, in generale, sull’anatomia. Non si fanno domande sui figli e cioè se possiamo averne o se possiamo adottare. E non si etichettano gli uomini che vengono con noi come gay o depravati. Non sono gay, perché noi non siamo uomini, e non sono depravati, perché non siamo neanche una perversione.

Nel tuo libro c’è un bel capitolo su Berlino. Ci arrivi per caso e di fatto ti innamori all’istante della città…

Adoro Berlino da allora! Anche adesso che parlo con te, vedo la tua stanza e noto i tipici infissi di Berlino e mi si riaccende l’amore. Ci sono arrivata per caso, per incontrare un chirurgo, e ho scoperto un mondo privo di pregiudizi, da tutti i punti di vista. In Italia bere un caffè con un ragazzo etero non è facile, perché gli altri presuppongano che tu ci vada a letto e questo pregiudizio fa fare un passo indietro a chi vuole invitarti. A Berlino sono stata invitata in discoteca da ragazzi che neanche conoscevo, mi sono baciata davanti a tutti, non ho visto sguardi strani.

È un effetto che Berlino fa spesso

A Berlino ho spostato lo sguardo e ho cominciato a capire che l’orgoglio è la fine del viaggio, che non devo ringraziare chi mi saluta per strada “perché quello ci mette la faccia, il coraggio!”, non devo elemosinare lavori, non devo essere grata per un caffè. Ora mi guardo come mi guardano a Berlino, non come mi hanno guardata per anni in Italia. Alla fine sono stata vittima anche io del pregiudizio verso me stessa e a Berlino ho capito che non l’avrei più accettato. La vedo come il mio futuro, il mio sogno.

Non hai mai pensato di venirci a vivere?

Sono un po’ restia, perché i miei hanno quasi 80 anni e lasciarli adesso potrebbe essere complicato. Ma il problema del mio futuro in Italia è sempre presente, nella mia mente. Molte di noi non hanno diritti, non hanno lavori decenti, non avranno pensione… anche quando ci si prostituisce, non lo si fa per sempre. Ti ritrovi, ad una certa età, a non far nulla e a non poter far nulla. Ho amiche che a Napoli lavano i vetri ai semafori, perché non hanno trovato altro.

A proposito di amiche, il capitolo su Ambra è una vera mazzata. Ambra è stata uccisa nel 2018, con una coltellata alla gola, e ancora non si sa chi sia stato. E dopo la morte è stata vestita da uomo, nella bara

Arrivare all’obitorio e vedere Ambra vestita da uomo mi ha fatto impressione! Ho immaginato me stessa in quella cassa. Anche sul manifesto c’era il nome al maschile. Allora mi sono detta, organizzo qualcosa. C’è una parrocchia, qui a Bari, dove c’è un sacerdote molto sensibile al tema dei diritti delle donne transgender e delle prostitute. Insieme abbiamo organizzato una celebrazione, ovviamente senza salma, ma con delle foto e fiori che componevano le lettere del nome “Ambra”. Abbiamo anche lanciato una mongolfiera. In quell’occasione ho fatto scrivere articoli, ho invitato tutte le autorità… che ovviamente non si sono presentate.

Oltre che restituire dignità ad Ambra, volevo smuovere le acque e che si facesse luce sulla questione, perché l’assassino di Ambra è ancora in giro. Come risultato di tutto questo, sono stata convocata dalla sezione omicidi, come persona informata dei fatti.

Terribile questo omicidio ancora senza responsabile, come se non fosse morto nessuno

Ma sai perché? Te la sei cercata! Donne come noi se la cercano e tutto quello che ci capita va messo in conto. Questo dice la gente. Se non avessi fatto quello che hai fatto, se non vivessi come vivi, non ti accadrebbe niente. Noi non veniamo violentate, se capita, “ci sta”. Noi non possiamo essere ricordate il 25 novembre o l’8 marzo. Noi non possiamo essere mamme. Le donne trans sono sempre all’ultimo posto, sono considerate lo scarto della società. E invece io lotto perché ci vengano riconosciuti i diritti che ci spettano.

Alessia Nobile si definisce una free activist, distante anche dall’associazionismo lgtbqi+. Perché?

Quel “mondo rainbow” che pensavo ci sia, non c’è. Ci sono pregiudizi verso di noi anche nel mondo lgbtqi+, per questo mi definisco una free activist. Anche all’interno delle associazioni, ho visto spesso persone che avevano delle attività e avrebbero potuto assumermi, per diretene una, ma non lo hanno mai fatto. Piuttosto assumevano altri, altri gay o altre lesbiche, ma mai me. Non stupisce che a volte si finisca per fare altro, per poi venire, ancora, giudicate.

È corretto dire che la società spinge le donne trans a diventare sex worker e le stigmatizza una volta che lo diventano?

Sì, assolutamente! Perché tu non puoi lavorare, perché non ti vogliono, però non ti devi neanche prostituire. Piuttosto, ti dicono, vai a lavare i portoni e le scale. Io non ho nessun pregiudizio verso quel lavoro, ma non intendo lavare i portoni e le scale “perché sono trans”. Ci andrei tranquillamente, se avessi gli stessi diritti di tutti. Se però l’unica opzione per me è quella, allora faccio la prostituta e guadagno di più. E lì si arrabbiano e ti attaccano.

È capitato anche a te?

Qualche anno fa ho fatto una videointervista, in cui dicevo di essere distrutta e di pensare addirittura al suicidio assistito. Nei commenti al video, in cui si parlava di quello che faccio, c’era il vomito della società. Tutti mi invitavano a lavare bagni e portoni e mi attaccavano perché “ti piacciono i soldi”. Nessuno si è mai interrogato sulla violenza psicologica che alcune di noi soffrono, facendo quello che fanno.

Alessia Nobile

In pandemia, quando non potevamo lavorare, non ci veniva riconosciuto neanche il diritto a lamentarci. “Stai parlando tu? Devono parlare quelli che hanno i figli! Prendi i soldi da dove li hai accumulati, tanto ce li hai!”, ci dicevano. Ma che discorsi sono? Anche noi abbiamo spese continue e non avremo nessuna pensione, come non abbiamo una busta paga e non possiamo rateizzare i pagamenti, per esempio. Per non parlare delle straniere che lavorano in strada, senza famiglia, rimaste a fare la fame a Bari, a cui io facevo la spesa.

Vorrei concludere l’intervista nel modo in cui normalmente si apre: come stai? Sei contenta della tua vita, adesso? E cosa ti aspetti dai giorni che verranno?

Contenta… diciamo che sono serena, di sicuro sono felice di aver dato alla bambina invisibile il corpo che meritava. Purtroppo non ho potuto darle un lavoro, una famiglia e dei figli. Diciamo che in futuro spero di trovare un lavoro. Vorrei dare tanto, ho risorse che potrei mettere a disposizione della società, è un peccato sprecarle, mi sento sprecata. E poi, forse, vorrei trovare anche un fidanzato…

Un amore…

Oddio, sull’amore sono disincantata, quando lavori nel mio settore conosci l’uomo per quello che è, perdi la fiducia, vedi gente sposata o fidanzata, che mente. Diciamo che spero soprattutto nel lavoro.

Ma guarda che Candy alla fine ce la fa! Perché non dovrebbe farcela Alessia Nobile?

Sì, il cartone finisce con Candy senza amore, ma in effetti, nel manga, lei e Terence si ritrovano. Magari succederà questo. Magari finisco senza niente, per poi scoprire che invece esiste una nuova pagina, in cui si realizzerà tutto quello che spero.

Te lo auguro davvero Alessia. Buona fortuna!

Edit: alla fine pare che ci siano quattro finali diversi di “Candy Candy”. In una versione Candy sposa Albert, in un’altra si avvicina al fratello di Anthony, nella terza torna con Terence e nell’ultima, pubblicata nel 2010, si ritira in Inghilterra con un uomo chiamato Anhoito, di cui non viene svelata l’identità. In ogni caso, trionfa l’amore.


uomo trans

Leggi anche:
Un uomo trans che studia per diventare imam: intervista a Marco Linguri

P.S. Se questo articolo ti è piaciuto, segui Il Mitte su Facebook!

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio