Ein Arschloch – Chocked

Yes, I am on Instagram.
Probabilmente fu un tentativo di “fit in” inconsapevole, ma è risultato impossibile per il tipo di persona che sono. Non ho un problema con la mia faccia, ma non sono il tipo che si fa un selfie dopo l‘altro. A dire il vero la mia faccia non si vede quasi da nessuna parte, non sono un tipo fotogenico. E appena dico questo, tutti pronti a dirmi che “no, dai, stai bene, invece”. Non ho bisogno di essere rassicurato, per Dio! Fatevi le foto voi. Che poi, non è diventata pura follia? Tutti si riempiono di autoscatti e li “pubblicano” di continuo. A me tutto ciò esprime un malessere folle, se non del singolo, della comunità.

Le foto che ho di me, riguardano il mio lavoro da musicista, sono circoscritte all‘attività promozionale. Anche in quel senso è cambiato tutto. In passato era importante avere lo scatto della band, avere lo scatto live, adesso un selfie di me musicista in cui faccio la “duck face” è sufficiente. Non è tanto il valore del musicista che è cambiato, sono le modalità della comunicazione. Se il singolo utente si fa i selfie, e mette i cuoricini ai selfie degli amici, apprezzerà i selfie del suo musicista preferito, sia che stia pubblicando un album, sia che non suoni da dieci anni.

Il mio instagram era orientato sempre in senso promozionale, perché “io sono sempre io”, ma trovando troppo superficiale spiattellare la mia faccia su ogni singolo schermo, ho cominciato a fotografare il candelabro. Bellissimo il candelabro, per carità, ma totalmente fuori mirino. Allora, da circa un anno, ho smesso di pubblicare alcunché. Anche perché, tutto ciò mi aveva condotto ad un‘altra riflessione. Perché lo faccio davvero? Cerco attenzioni? Se così fosse, perché cerco attenzioni? Oppure lo faccio perché semplicemente “si fa in questo momento storico”? A volte penso che questo blog sia il corrispettivo in forma scritta, ma mi giustifico dicendo che ho sempre scritto dei diari, e da quando non lo faccio più, scrivo un blog.

Yes, I am on Instagram.
It was probably one attempt “to fit in”, but it didn‘t work out for the type of person I am. I don‘t have any issue with my face, but I am not the kind of person who will take a selfie after the other. To tell the truth, my face can‘t be seen almost anywhere. I am not the photogenic one. If I ever say this loud, everybody will be like, “oh come on! You look great!”. I do not need to be reassured, take your selfies yourselves. Hasn‘t this become pure craziness? Everybody taking loads of pictures of themselves and “publishing” them online. To me all of this is a form of illness, if not concerning “the single one”, it concerns the whole community. I have used pictures of myself as a musician for promotional purposes. Everything has changed. It was important to have good band shots, cool to have live shots, now a “duck face” shot is enough. It is not the value of the musician that has changed, rather communication. If any single user takes selfies and “likes” its friends’ selfies, he will surely enjoy its favourite musician selfies as well, either this is releasing any new material or hasn’t played in years. My instagram page was also meant to promote myself as a “creative mind”, but finding it superficial to have my face all over the shop, I started taking pictures of my candle holder instead. Undoubtedly a beautiful subject, but that wasn’t the purpose of my page. About a year ago I gave up. This brought up a new consideration. “Why am I really doing it? Am I trying to get attention? If so, why then?” And so on. At times I think this blog is just the equivalent. I justify this choice reminding myself I used to write journals.

 

Ein Arschloch – Fire in Versailles

Faccio colazione con una fetta di torta al cioccolato e caffè. Sto diventando come mia nonna, la quale preparava torte per pranzo, senza cucinare altro. Non pranzo quasi più, da quando faccio queste torte. Ho cambiato diverse ricette. Ho dovuto sostituire i latticini, a causa del lattosio, un nemico.
C‘avete fatto caso che un sacco di amici vostri sono “intolleranti al lattosio”? Non lo erano quando io ero più giovane. Permettetemi di dire che o la produzione ha creato il problema, o in fondo latte e derivati hanno sempre mandato tutti al cesso.

Adesso siamo tutti più sensibili e avendo dei prodotti alternativi a disposizione, senza lattosio o vegani, non ci imbarazziamo nel dire quanto ci faccia (letteralmente) cacare. Il formaggio delle produzioni locali a me non fa male, quando lo compro al supermercato in città, sì. Non sono teorie da cospiratore, sono riflessioni sul mio intestino.
Quando impasto le torte guardo sempre quanto zucchero contengono. Alla nonna è venuto il diabete, ma le è venuto in vecchiaia, ed è pure un po’ genetico, per cui forse le sarebbe venuto comunque. Oramai si vive nella paura, tutto ci fa male, tutto è autodistruzione. Il suicidio in un bicchiere di latte caldo.

I am having a slice of cake and double espresso for breakfast everyday. I am becoming like my grandmother, who baked cakes for lunch, avoiding cooking anything else. Since I bake cakes, I skip lunchtime. I have modified many recipes, lactose is an enemy and needs to be replaced. Haven’t you noticed a good number of friends you have are lactose intolerant? They were not when I was younger. Let me say it, either production has generated the problem, or milk products have always sent you straight to the loo. Now that we are all more sensitive to the matter, and we also have alternative products, see lactose-free or vegan, we don’t feel ashamed anymore to confess milk makes us sick. Locally produced milk doesn’t affect my stomach, otherwise we have our moments. They are not conspiracy theories, simply thoughts about my guts. When I bake, I always check how much sugar it contains. My grandma got diabetes, but she got it in her old age. It is also partially genetic, she would have probably got it anyway eventually. We live in fear, everything can hurt us, everything is self-destruction. Suicide is a warm glass of milk.

Dopo una vita trascorsa ad utilizzare la moka per il caffè, ho deciso di provare le capsule. I media lavorano da dio e il senso di colpa ha preso possesso delle chiavi di casa. Come cazzo si riciclano queste capsule? Proprio un momento fa stavo facendo delle ricerche. Gli anglofoni scrivono tanto, ma i tedeschi mi servono, in quanto è la mia terra di riciclo. Non ho nemmeno finito le capsule “di prova” che sto considerando di prendere quelle in metallo da riutilizzare. Certo, mi pare di essere tornato alla moka. Che poi, io sono italiano, per cui io ho diritto di parlare di caffè espresso. La moka ce la beviamo tutti a casa, ma il caffè del bar è più buono, per questo molti di noi sono passati ad un‘altra soluzione. Dove ti muovi pesti una merda. Attenti alle suole!

After having used the moka pot for a lifetime, I have decided to try the capsules. All that I have read about it has started to make me feel guilty as shit. How the heck do you recycle these guys? I was just making some research. I find tons of material in English, but I need it in German, since it‘s my recycling land. I haven‘t finished my “trail” capsules yet, that I am considering using some reusable metal ones already. I am Italian, I do have the right to talk about espresso. We all drink coffee from our moka pots at home, but espresso at the cafeteria tastes better, that‘s why many of us have decided to change. Whatever choice you take, wherever you move, you‘ll step in shit. Watch out your soles!

Sono sempre stato contro tutti i “discorsi sullo stare bene”, i cazzo di good vibes dettati dalle stelle, le persone “tossiche” che ti fanno stare male etc…. Ho sempre ritenuto che alla fine si è quello che si è e non sono gli altri a cambiare le carte in tavola, magari le girano soltanto.
Sono sull‘orlo dello straight edge, ho una visione lucida. Alcuni cambiamenti sono stati necessari, non vado tanto in giro, mi annoio. Sembra come se gran parte dei miei “turbamenti” siano cessati. Le depressioni facili, le ansie, le incazzature, tutto svanito. Ne rido con imbarazzo. Sono indubbiamente orgoglioso di me stesso, ma la mia nuova “visione” dei fatti e delle persone è diventata inevitabilmente radicale.

Vedo come le persone si siano create da sole gran parte dei problemi che hanno e allora non riesco a compatirle. Vedo gente esausta che non dorme per giorni ma non rinuncia all‘ennesimo party. Sono tutti “restless” per nessun valido motivo. Si può andare avanti senza fare nulla di concreto. Io sono molto capace nella procrastinazione. Sistemo, pulisco, impasto il pane, dei biscotti, forse una pizza, sposto i mobili, travaso le piante, etc etc tutto un “getting shit done”, che in realtà non lo è.
Queste sono piccolezze della vita quotidiana, piccoli ingranaggi che vanno oleati senza accorgersene, ma i veri risultati da raggiungere, per noi stessi (chi se ne fotte degli altri!), devono essere altri. Sono perfino arrivato a pensare che i miei malesseri siano stati solo le specchio dei malesseri altrui. Comincia a darmi fastidio quando mi viene chiesto come stia. Capisco che il branco ha bisogno della sua compattezza per sopravvivere, ma io sono un lupo solitario.

I have never agreed with all that talk about “how to feel good”, the stars guiding you, toxic people who are responsible for you being a piece of shit. We are the way we are, it‘s not the people surrounding us who can truly change that. I am almost “straight edge”, I have a clear vision. Some changes were necessary, I don‘t go out much, I get bored. It looks like most of my “troubles” are gone. All the easy depression, anxiety, rage, it‘s all gone. I laugh at it, embarrassed. I am undoubtedly proud of myself, even though the way I see facts and people now, it has become inevitably radical. I see how most of people‘s problems are self-generated, I can‘t pity them. I see exhausted people, sleepless for days, who won‘t turn the umpteenth party down. Everybody is restless for no real reason. You can keep going in life, without actually doing anything “valuable”. I am great at procrastination. I can tidy up, clean, bake bread or biscuits, pizza maybe, I rearrange the furniture, I repot the plants, and so on, it‘s all getting shit done, right? It is not, though. These small life facts in everyday life are as basic as eating and shitting. What you have to achieve for yourself, must be something else.
I reached the point I started thinking my discomfort was just mirrored discomfort I absorbed from others. It starts bothering me when I am being asked how am I doing. I understand the pack needs to be one to survive, but I am a solitary wolf.

Quando Georgia dice che non devo essere troppo severo con me stesso, è sicuramente gentile. Mi rendo conto di avere tanta forza a disposizione, ed essere pigro e non utilizzarla è un peccato. Non devi essere una rockstar, per essere un musicista. La società distorce la nostra visione della vita, e come cadiamo nella trappola, perdiamo. Il riconoscimento formale e diffuso non indica necessariamente che Dio approvi. Dov‘è Dio adesso?

Tornando al nostro discorso. Mia madre diceva che ero fortunato, avevo una memoria di ferro, ero pigro a scuola. Studiavo il meno possibile, il giorno prima, riuscivo a schematizzare le nozioni, riuscivo a visualizzarle mentre andavo a ricordarle. Se non fossi stato così pigro, avrei potuto ottenere di più e non provare dispiacere per il fatto di non sapere tanto. I rimpianti mi divorano. Il rimpianto si ciba di se stesso, è un verme, è sotto la tua pelle, ti divorerà.

When Georgia says that I shouldn‘t be too hard on myself, she is being kind. I can use a shitload of strength, if I want to. I am hard on myself because to be lazy is a pity, when you know you can do more. You don‘t need to be a rockstar, to be a musician. Society distorts views on life and as we fall in the trap, we all lose. Formal and widespread recognition is not necessarily God‘s approval. Where is God now?
Back to our topic. My mother used to say I was lucky, I had a great memory but I was lazy in school. I studied the minimum possible, a day before, my head would create schemes of notions, I could visualize them while remembering. If I hadn‘t been so lazy, I could have achieved more, I wouldn‘t feel regret for all the things I don‘t know. Regret divours me. Regret feeds itself in regret, it‘s a worm, it‘s under your skin, it will eat you all out.

A volte ho pensato “Se volessi mozzarmi il dito, potrei farlo in questo momento”. Pur essendo consapevole del dolore e delle conseguenze funeste di questo atto, riesco ancora a separare l‘intenzione da questi pensieri e dalle emozioni. So che soffrirò, ma posso impormi di portare a termine l’esecuzione.
È facile non muoversi d‘un passo e affogare nella propria paura. A volte faccio cose, che per quanto mi facciano stare temporaneamente male, nel lungo tempo mi faranno bene. Capisco che il malessere sia temporaneo, e se non lo fosse, mi rema soltanto contro, è un nemico. Come cantava John Cale, “Fear‘s a man‘s best friend”.
Se decidessi di trasferirmi a Parigi domani, lo farei. Scriverei un‘e-mail a lavoro per lasciarlo, la fisserei pensando quanto sia sbagliato farlo, perderei “tutto” quello che ho, lasciando questa città. Mi darei “l‘ordine” di cliccare “invia”. Adesso. È finita.

È dunque questo su cui sto lavorando al momento. Sto imponendomi di lottare con la paura e il rimpianto. Tuttavia, non mi sto trasferendo a Parigi.

At times I‘ve thought “if I wanted to chop this finger off my hand, I could do it right now”. I am conscious of the pain and I am aware of the woeful consequences, still I can separate my intention from these thoughts and emotions. I know I will suffer, but I can command my mind to drive the knife down and execute. It is so easy to not move on, stay still, to drown in one‘s own fear. I can be terribly rational. I do things that I know are good for me also if they make me feel bad. I know that bad feeling is temporary or if it‘s not, it just rows against me, it‘s my enemy. As John Cale sang, “Fear‘s a man‘s best friend”.
If I decided to move to Paris tomorrow, I would do it. I would write an e-mail to quit my job, I would stare at it thinking how wrong that would be, how I would lose “everything”, if I would leave the city. I will command myself to click “send”. Right now. Over.So yeah, this is what I am up to right now, I am commanding my mind to fight fear and regret. I am not moving to Paris, though.

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