
L’Italia ha un problema di retorica: retorica del cinema, retorica del territorio, retorica dell’identità, retorica del cinema che si accartoccia sul territorio e sproloquia sull’identità. L’Italia ha un problema di retorica pomposa, di oratori che non si spostano mai dai temi che dominano meglio, perché sono terrorizzati dal ridicolo e che quindi offrono narrazioni omogenee, di quelle che, anche quando parlano di tragedie, ci ricordano sempre che siamo un grande Paese. È un capriccio, poi vedremo perché. E poi ci sono pochi, sparsi, meravigliosi momenti di antiretorica, che rifuggono dalle glorie, che si costruiscono monumenti di lamiera e non di marmo, che non hanno paura di traballare, che nel ridicolo ci saltano dentro a pie’ pari e che, proprio per questo, diventano ballate generazionali. Nel cinema c’era riuscito, negli anni ’90, un film come “Ovosodo” di Paolo Virzì, che raccontava la Toscana senza Firenze e ci riesce, oggi, “Le Città di Pianura”, di Francesco Sossai, che racconta il Veneto senza Venezia. Il film, distribuito in Germania da MissingFILMS, sarà proiettato al Festival del Cinema Italiano di Berlino il 10 novembre.
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Il capriccio e Le Città di Pianura
O, meglio, Venezia c’è, ma non è la città ambita dei monumenti e dei turisti, dei piccioni e dei musei, della bellezza che toglie il fiato e dei prezzi inarrivabili. Venezia è secondaria, rispetto a quello che c’è nel mezzo, proprio perché non siamo in un “capriccio”. Vale la pena di specificare, a questo punto, che qui parliamo di “capriccio” come ne parla Giulio (Filippo Scotti) quando, nella casa del conte, contempla un dipinto del Veronese, un “capriccio” appunto, ovvero un paesaggio impossibile, nel quale il pittore ha raffigurato le montagne come se fossero collegate direttamente alla laguna di Venezia, cancellando completamente “le città di pianura”. Perché la montagna e la città lagunare contano, mentre le città di pianura sono quelle parti del territorio che, per le grandi narrazioni italiane, non sono importanti. Sono il corollario nel quale si mettono le cose “brutte” a vedersi, come l’industria e le periferie, mentre si lasciano intatte le città d’arte come giri di giostra per i turisti.

Questo è un film che non va a tempo, come i suoi protagonisti. Mentre spulciavo le recensioni di altri, per capire se il mio entusiasmo fosse condiviso, mi è capitata davanti una pubblicità che proponeva l’uso dell’intelligenza artificiale per la sceneggiatura. E mi è venuta in mente la quarta stagione di “Boris”, quella in cui lo sgangherato team di produzione vuole vendere una serie a Netflix e si ritrova a fare i conti con regole ferree su come una storia deve e non deve essere scritta e come i protagonisti devono essere presentati. Ecco, a Sossai queste regole interessano assai poco ed è per questo che “Le Città di Pianura” è una storia e non un prodotto (nonostante sia “prodotto” benissimo).
La storia
Difficile fare spoiler di un film nel quale non succede quasi nulla. O, meglio, tutto quello che deve succedere succede subito e il resto sono variazioni sul tema. Doriano (Pierpaolo Capovilla) e Carlobianchi (Sergio Romani) sono due cinquantenni veneti che passano la notte e la mattina girando da un bar all’altro della provincia, a caccia dell’ultimo bicchiere, dell’ultima bevuta – un concetto filosofico paradossale degno di Zenone, perché ogni ultimo bicchiere diventa penultimo, nel momento in cui se ne beve un’altro. Se pensate che Doriano e Carlobianchi siano figure tristi, che hanno il minimo senso di colpa rispetto al fatto di utilizzare in questo modo le ore e i giorni della loro vita, vi sbagliate di grosso. Questo non è un film sul rimorso del vizio, sul pentimento, sull’importanza di mettere la testa a posto e tenere i piedi per terra. Questo è un film su tre persone che girano per la provincia veneta, parlano e bevono. Tre, perché a Doriano e Carlobianchi si aggiunge il già citato Giulio, studente di architettura che i due recuperano dopo una festa di laurea e che, dei tre, è l’unico con il senso del dovere. C’è però da dire che il senso del dovere, nella macchina di Carlobianchi, nei bar di periferia, nelle stazioni di servizio, non serve. Serve, invece, conoscere la teoria dell’utilità marginale decrescente, secondo la quale la soddisfazione tratta dall’utilizzo di ogni quantità di un certo bene è inversamente proporzionale al consumo già fatto di quel bene. La prima fetta di salame, quando si ha fame, è il massimo piacere della vita. La seconda è buona, ma mai quanto la prima. Dopo le prime cinque o sei, ogni fetta è indifferente. Ancora un po’ e non se ne vorrà più. Vale per tutto, meno che per l’ultima bevuta, che ha la capacità di restare una chimera, fino a quando non si crolla.
Intorno alla storia presente di questo road-trip alcolico si attorcigliano, come tralci d’edera, le storie passate della gente di provincia, degli operai e delle fabbriche chiuse, degli stratagemmi per sopravvivere e della crisi economica, della grande industria che divora e distrugge la provincia e anche di Genio, l’amico che Doriano e Carlobianchi dovrebbero andare a prendere all’aeroporto, che ritorna in Italia dopo una vita passata in un altro continente.
E, in tutto questo, l’unica cosa che il giovane Giulio abbia voglia di fare è andare a vedere la tomba Brion, magistrale opera dell’architetto Carlo Scarpa al cimitero di San Vito d’Altivole, perché per la bellezza e per l’amore, per l’armonia e l’unione c’è spazio e tempo solo fra i morti. E piano piano, senza rendersene conto, Giulio, lo studente modello, guidato da questa creatura bifronte, un po’ Lucignolo e un po’ Virgilio, imparerà che a volte vale la pena di non fare proprio tutte le cose per bene.

Ah, e poi c’è quel piccolo discorso sul senso della vita, compreso, poi dimenticato, inseguito per tutto il film come un pensiero figlio dell’alcol, poi, finalmente, riacchiappato. Ma svelarlo sarebbe uno spoiler imperdonabile.
Alla proiezione berlinese saranno presenti la produttrice Cecilia Trautvetter e Sergio Romano, che per questo ruolo si è aggiudicato il David di Donatello come miglior attore.




