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Il Parlamento europeo approva il regolamento sui rimpatri: hub all’estero e detenzione fino a due anni anche per i minori

Con 389 voti favorevoli, 206 contrari e 32 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato giovedì il cosiddetto “regolamento sul rimpatrio“, un testo destinato ad accelerare l’allontanamento dei cittadini di paesi terzi privi di titolo legale di soggiorno in Europa. Dopo la votazione, buona parte dell’emiciclo ha risposto con applausi e manifestazioni di esultanza. La legge introduce la possibilità, per gli Stati membri, di costruire strutture di detenzione pre-espulsione al di fuori del territorio comunitario, i cosiddetti hub di rimpatrio, purché siano in vigore accordi bilaterali con il Paese ospitante.

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I Paesi nei quali sorgeranno gli hub di rimpatrio non hanno nulla a che fare con i Paesi di origine dei migranti. La detenzione in attesa di rimpatrio potrà durare fino a 24 mesi, in calo rispetto ai 30 proposti dal Consiglio. I divieti di ingresso nell’Unione per i migranti rimpatriati diventano potenzialmente illimitati: per chi rappresenti un rischio per la sicurezza è previsto un divieto permanente, mentre per la durata massima generica è stato individuato un limite, nonostante gli Stati membri ne avessero fissato uno a 20 anni.

Il testo è considerato dalla maggioranza dei sostenitori la pietra angolare di una nuova strategia europea contro l’immigrazione irregolare e da chi vi si oppone, nonché dalle ONG che si occupano di diritti umani, l’inizio di un ciclo di violazioni sistematiche degli stessi. La versione definitiva entrerà ora in negoziato con il Consiglio. I tempi potrebbero essere brevi: non vi sono divergenze sostanziali tra le due posizioni, e il viceministro cipriota per la migrazione Nicholas Ioannides ha indicato giugno come orizzonte per un accordo. “I cittadini dell’UE si aspettano che manteniamo la nostra promessa di un sistema di rimpatrio funzionante”, ha dichiarato a margine della prima riunione negoziale.

Cosa prevede il testo sulle nuove norme di rimpatrio per chi non può restare in Europa: le misure principali

Gli hub di rimpatrio e le “entità non riconosciute” dagli Stati Membri dell’Unione Europea

La norma approvata dal Parlamento Europeo consente l’apertura di centri di rimpatrio in paesi terzi senza che questi siano necessariamente legati al paese d’origine del migrante. È quindi possibile e anzi probabile la deportazione in Paesi con i quali il migrante non ha alcun legame e nel quale potenzialmente non ha mai messo piede. Una disposizione introdotta dalla plenaria apre inoltre alla negoziazione con “entità di paesi terzi non riconosciuti” ai fini della riammissione. Secondo l’eurodeputata dei Verdi Mélissa Camara, questo significa, nella pratica, intessere rapporti con regimi totalitari e, nello specifico, autorizzare accordi con i talebani per il rimpatrio forzato di cittadini afghani: “Una rinuncia totale ai valori dell’UE”, ha dichiarato a Euronews.

Detenzione, ricorsi, deportazione di minori e perquisizioni in stile “ICE”

Il testo modifica anche il meccanismo di sospensione automatica dei ricorsi: la normativa vigente blocca qualsiasi espulsione fino alla sentenza definitiva; la nuova disposizione affida questa valutazione all’autorità giudiziaria caso per caso. Rispetto alla versione del Consiglio, il Parlamento ha eliminato la clausola che permetteva alle autorità di perquisire il domicilio o “altri luoghi rilevanti”, come i luoghi di lavoro, di studio e di culto, per rintracciare stranieri soggetti a provvedimento di espulsione. Questa, in particolare, è una misura che le organizzazioni della società civile hanno paragonato alle operazioni dell’Ice negli Stati Uniti.

Sia il Parlamento che il Consiglio intendono includere nei rimpatri verso paesi terzi e nella possibilità di detenzione fino a due anni anche i nuclei familiari con figli a carico. I minori non accompagnati restano esclusi dalla disposizione.

Le fratture politiche e l’asse fra il Partito Popolare Europeo e l’estrema destra

Il testo ha ottenuto il consenso del Partito Popolare Europeo, dell’ECR (il gruppo dei Conservatori e Riformisti) e dei gruppi di estrema destra, ovvero quello ei Patrioti ed Europa delle Nazioni Sovrane. I gruppi di sinistra si sono opposti, mentre la maggioranza del gruppo liberale Renew ha votato contro o si è astenuta. Alcune eccezioni significative: parlamentari danesi, maltesi e lettoni dei Socialisti e Democratici hanno votato a favore, in linea con le posizioni dei rispettivi governi, così come una parte dei componenti nordici e tedeschi di Renew.

All’interno del PPE, solo pochi deputati provenienti da Lussemburgo, Belgio, Irlanda e Finlandia hanno scelto il voto contrario o l’astensione.

La chat di WhatsApp e le polemiche sull’accordo

L’intesa tra il PPE e i gruppi di destra è stata raggiunta dopo il fallimento dei colloqui con i partner centristi. In parte, il coordinamento si è svolto tramite una chat di WhatsApp, circostanza che ha alimentato le critiche sull’allontanamento del PPE dalle tradizionali alleanze e che, in Germania, ha portato a polemiche sul fatto che alcuni parlamentari europei dell’Unione avessero, di fatto, rotto in questo modo il divieto di collaborare a qualsiasi titolo con quelli dell’ultradestra di AfD. “La storia ricorderà che il cosiddetto gruppo di destra moderata ha suonato la campana a morto per ciò che restava del cordone sanitario”, ha commentato Mélissa Camara.

L’eurodeputato francese del PPE François-Xavier Bellamy, che ha avuto un ruolo chiave nella stesura del testo, ha sintetizzato il principio alla base della legge: “Chi arriva in Europa illegalmente non può restare”. Sulla stessa linea il negoziatore svedese dell’ECR Charlie Weimers: “L’era delle deportazioni è iniziata”.

La risposta delle organizzazioni umanitarie

Prima del voto, l’International Rescue Committee ha definito i previsti hub di rimpatrio “essenzialmente buchi neri giuridici”, sottolineando che si troverebbero al di fuori del territorio comunitario, dove le istituzioni europee non possono garantire il rispetto dei diritti delle persone detenute. L’organizzazione ha avvertito che la combinazione del nuovo regolamento con le norme sui paesi di origine sicuri potrebbe dare origine a un regime punitivo che punta a scoraggiare, trattenere ed espellere chi cerca protezione in Europa da regimi oppressivi o situazioni di pericolo, con il rischio concreto di violare il principio di non respingimento sancito dalla Convenzione sui rifugiati del 1951.

Tra i punti lasciati irrisolti, l’IRC segnala l’assenza di indicazioni su dove sorgeranno le strutture, per quanto tempo le persone vi resteranno realmente, come saranno monitorate e chi risponderà delle eventuali violazioni al loro interno. Le nuove norme si applicano anche alle famiglie con minori, esponendo soggetti vulnerabili a rischi di abusi e sfruttamento, secondo l’organizzazione.

“Non si tratta più di rimpatriare le persone, ma di inviarle praticamente in qualsiasi paese del mondo, magari in uno che non hanno mai visto prima”, ha dichiarato Cecilia Strada del gruppo Socialisti e Democratici, sintetizzando le obiezioni della sinistra al testo.

Hub di rimpatrio: fuori dall’Europa, ma in quali Paesi?

Sul piano operativo, Germania e Paesi Bassi si sono impegnati a definire entro la fine del 2026 i piani per i centri di rimpatrio in paesi terzi. Austria, Danimarca e Grecia partecipano alle discussioni. Il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt, incontrandosi giovedì con il ministro olandese per l’immigrazione Bart van den Brink, ha descritto il compito come “complesso e difficile, ma fattibile”, avendo ora a disposizione “il quadro giuridico necessario”. Dobrindt ha indicato la fine del 2026 come scadenza per raggiungere accordi con i paesi terzi.

Il modello non è del tutto inedito nell’Unione europea. La Danimarca ha approvato nel 2021 una legge analoga che consente il trasferimento dei richiedenti asilo in paesi terzi; l’Italia ha siglato un accordo con l’Albania per centri di smistamento e rimpatrio, rallentato però da ricorsi giudiziari e che di fatto non è mai decollato, nonostante i costi esorbitanti. I partiti dell’ultradestra belga Vlaams Belang e tedesco AfD hanno annunciato a gennaio l’intenzione di costituire una task force congiunta per l’individuazione e l’espulsione dei migranti, sull’esempio delle operazioni americane.

L’analisi del voto per paese mostra che la maggioranza degli eurodeputati in gran parte degli Stati membri si è espressa a favore, rafforzando le attese di negoziati rapidi con il Consiglio.

I testi proposti e il relativo report sono consultabili qui.

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