A cosa serve il dolore? “Pianto lucido” è l’ultima opera di Fausto Cubello

A cosa serve il dolore? Nel lunghissimo inverno berlinese del 2025, a cui sono emotivamente sopravvissuti in pochi, ha preso vita “Pianto lucido”, nuova opera di Fausto Cubello, artista italiano residente nella capitale tedesca.
Perfettamente in sintonia con mesi durissimi, fatti di gelo, silenzio e buio, l’opera esprime infatti anche il profondo dolore individuale dell’artista.
“Pianto lucido”, di Fausto Cubello: quando tutto si disgrega
Al centro della scena, ritroviamo le figure abbozzate che fanno parte della sua cifra stilistica e che vanno interpretate come echi di umanità. Ciclicamente spazzati via da catastrofi naturali, olocausti nucleari ed epidemie che riportano costantemente a zero il conteggio delle vite, gli esseri umani, per Cubello, sono infatti solo residui del passato. “Ombre atomiche”, per usare le sue stesse parole.
Su questa tela in particolare, questi esseri antropomorfi esprimono una vana tensione verso l’alto perché in realtà il tempo è fermo, come nella pittura metafisica, e nulla si muove, perché il movimento presuppone un’ipotesi di futuro, mentre qui tutto è già finito. Non a caso l’artista parla di “archeologia del contemporaneo” e di “reperti anticipati”. Siamo già morti e non lo sappiamo. E nell’inverno del 2025, a Berlino, siamo stati anche più morti del solito.
La tavola, costruita con colla di coniglio e gesso di Bologna, attraverso successive stratificazioni e abrasioni fa emergere le forme in modo indiretto, a tratti “per pareidolia”, e per questo le figure appaiono sempre incomplete, o sul punto di disgregarsi.
Eppure non sarebbe corretto dire che in quest’opera la vita è assente. Semplicemente si nasconde dove meno ce la aspettiamo e cioè nelle crepe dello sfondo, rese attraverso un magnifico craquelé inciso e poi costruito pittoricamente.

La sofferenza come atto di controllo
Le crepe sono il modo in cui Cubello fotografa la sua stessa vita che va in pezzi. Esaminando minuziosamente ogni frattura, però, ristabilisce il controllo sulla sofferenza invece di limitarsi a subirla e in questo senso va interpretato il titolo dell’opera: “Pianto lucido”.
Mentre l’area buia, in basso a destra, trascina tutti i residui di umanità verso il nulla definitivo, la disperazione dell’artista diventa struttura e si contrappone all’eterna dissoluzione del resto. Tutto è distrutto, amore, fiducia, e forse anche la vita, ma l’atto del soffrire lucidamente ci restituisce un senso e una direzione.
L’unica strada è quindi prendere coscienza delle lesioni della realtà, costringersi ad osservarle ed entrare in armonia con la materia, anche se la materia è quella di una mente o un cuore che si frantumano. “È un atto di controllo. È come dire: sì, mi sto rompendo, ma lo sto facendo con una consapevolezza assoluta. È un’architettura del dolore, che però splende” chiarisce Cubello.
Una concezione, questa, estremamente coraggiosa, perché postula un attraversamento della sofferenza che arriva quasi al martirio.
La seduzione del nulla e l’eroismo antiretorico
Molto più facile sarebbe infatti farsi sedurre dalle forme abbozzate che restano immobili sulla tela e quindi si sottraggono ai pericoli, che perdono il loro aspetto umano e quindi non vivono, o si fanno attirare dalla spaventosa gravità dei buchi neri che fanno collassare la coscienza e quindi annullano il dolore. Una prospettiva decisamente più allettante, quando si è stanchi di soffrire.
A questo si aggiunge il fatto che la pittura di Cubello rappresenti spesso l’essere umano come completamente solo, a contemplare il suo mistero e a trascinare il suo fardello senza il conforto di quella rete di relazioni in cui l’umanità, da sempre, trova rifugio. Ma per questo artista tanto pessimista quanto tenace, che si è definito il “trasformatore del caos” e riesce a riconnettersi a se stesso anche nel totale sfaldamento semantico, le prove della vita si affrontano in evitabile isolamento. Restando in piedi di fronte all’abisso del tempo e al silenzioso frantumarsi di tutte le cose.
Il suo è uno slancio eroico, ma senza clamore, come nel “Deserto dei tartari” di Dino Buzzati. In questo capolavoro, che in molti non hanno capito fino in fondo e che consiglio a tutti di leggere, il protagonista aspetta per una vita di provare il suo valore in modo pubblico e scopre, solo alla fine, che il suo più grande atto di coraggio è stato affrontare se stesso lontano da ogni lusinga o speranza.
Ecco, io spero che l’eroismo poetico e antiretorico di Fausto Cubello venga invece compreso e che il suo grande talento incontri la sensibilità di chi ancora si interroga sul senso ultimo dell’arte e dell’umanità.
(di Lucia Conti)




