Centinaia di persone hanno manifestato lunedì a Berlino, per esprimere solidarietà con l’equipaggio dell’imbarcazione Madleen, bloccata dall’esercito israeliano mentre tentava di raggiungere la Striscia di Gaza con un carico di aiuti umanitari.
I manifestanti, che si sono raccolti ad Alexanderplatz, hanno espresso la propria contrarietà al fermo della nave e chiesto ai rappresentanti delle istituzioni tedesche di fare pressione sul governo israeliano per richiedere il rilascio dei dodici volontari che sono salpati pochi giorni fa da Catania, trasportando acqua, medicinali, dispositivi sanitari e cibo per la popolazione di Gaza, che versa in condizioni disperate a causa del blocco totale degli aiuti deciso dal governo di Benjamin Netanyahu. La manifestazione, organizzata sotto lo slogan “Fermate l’attacco alla Madleen“, è stata annunciata con pochissimo anticipo, poche ore dopo che si era diffusa la notizia dell’interruzione di tutte le comunicazioni da parte dell’equipaggio della nave.
Nonostante il pochissimo preavviso, secondo i dati forniti dalle autorità locali, il numero dei partecipanti si è attestato “nell’ordine delle centinaia”.
Manifestazione pacifica per chiedere il rilascio dell’equipaggio della Madleen
Le autorità di polizia berlinesi hanno confermato che la manifestazione per il rilascio dell’equipaggio della Madleen si è svolta in modo sostanzialmente pacifico.
Parallelamente alla manifestazione principale, si è tenuta anche una contro-manifestazione, di dimensioni minori.
Il fermo dell’imbarcazione della Freedom Flotilla
La barca Madleen fa parte della Freedom Flotilla e trasportava un gruppo di attivisti, fra i quali la nota ambientalista svedese Greta Thunberg. È stata intercettata dalle forze navali israeliane nella notte fra lunedì e martedì, dopo diversi giorni di navigazione nel Mediterraneo orientale. L’imbarcazione si trovava nelle immediate vicinanze di Gaza quando è avvenuto il fermo da parte dell’esercito israeliano.

Poco prima del sequestro della barca a vela, i volontari hanno diffuso video nei quali si vedeva una sostanza biancastra, rovesciata sull’imbarcazione dai droni israeliani. Poco dopo, la barca è stata raggiunta e agganciata dalle forze militari israeliane. Gli ultimi video in tempo reale mostravano gli attivisti annunciare l’imminenza di un attacco esterno, poi gli stessi attivisti seduti fermi e con le mani alzate e infine la voce di un militare dall’esterno che intimava di lanciare in acqua i telefoni. Dopo di che, dai profili di tutti gli attivisti sono stati diffusi, evidentemente da persone a terra, video preregistrati nei quali ogni attivista dichiara il proprio nome, la propria nazionalità e dice “se state vedendo questo video, vuol dire che siamo stati rapiti dall’esercito israeliano in acque internazionali”, per poi procedere a chiedere alla popolazione in generale e al proprio governo di chiedere lo sblocco dell’assedio di Gaza.
Il ministero degli Esteri israeliano, intanto ha commentato il fermo della Madleen, definendola “lo yacht dei selfie”, facendo riferimento al blocco navale in vigore dal 2007 nelle acque antistanti la Striscia di Gaza. Secondo questa normativa, tutte le imbarcazioni non autorizzate sono soggette a controllo e potenziale fermo da parte delle forze navali israeliane.
Il blocco navale rappresenta una misura implementata dalle autorità israeliane per controllare il flusso di merci e persone verso il territorio palestinese. Questa politica, pur essendo contestata da numerose organizzazioni internazionali, rimane operativa e costituisce il quadro normativo entro il quale si è verificato l’episodio della Madleen.
Le persone a bordo della Madleen sono:
Yasemin Acar (Germania)
Thiago Ávila (Brasile)
Baptist Andre (Francia)
Omar Faiad (Francia)
Rima Hassan (Francia, europarlamentare europea)
Yanis Mahmdi (Francia)
Pascal Maurieras (Francia)
Şuayb Ordu (Turchia)
Marco Pepijn (Paesi Bassi)
Greta Thunberg (Svezia)
Sergio Toribio (Spagna)
Reva Visard (Francia)
Al momento quattro di loro (Thunberg, Toribio, Faiad e Pepijn) sono stati deportati nei Paesi d’origine, mentre gli atri, che si sono rifiutati di firmare il consenso alla deportazione, sono attualmente detenuti nella prigione israeliana di Givon, nell’attesa di essere condotti davanti a un giudice e poi comunque rimpatriati. La scelta dei quattro, per quanto si deduce dalle dichiarazioni degli attivisti stessi e della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, che sta assistendo l’equipaggio a distanza, è stata concordata con gli altri. L’intenzione è quella di continuare a informare sulla situazione a Gaza e a fare appelli per la fine dell’assedio.




