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“Eldorado”, il documentario Netflix sul nightclub queer odiato dai nazisti

Il documentario “Eldorado: tutto quello che i nazisti odiavano” (2023), diretto da Benjamin Cantu e al momento su Netflix, è un’immersione nella comunità queer che prosperava nella Berlino degli anni ’20 e che animava l’iconico nightclub Eldorado. Simbolo di un’umanità fluida e profondamente libera, l’Eldorado fu chiuso dopo l’ascesa del partito nazista, negli anni ’30, lasciando “orfana” una comunità che piombò nel buio delle persecuzioni di regime.

L’Eldorado, la casa della comunità queer di Berlino negli ultimi anni di Weimar

L’Eldorado era molto più di un semplice locale: era un rifugio per chi desiderava abbracciare la propria “diversità” in un’epoca fortemente ancorata all’etero- e cisnormatività. Varcando la soglia di quel mondo magico, la cui insegna recitava “Hier ist richtig” (qui è giusto), con il sottofondo del charleston e nell’alternanza tra ombre complici e luci sfavillanti che illuminavano i performer, si poteva ribadire la propria identità, il proprio orientamento, la propria autenticità.

Ai quei tempi, negli anni venti e fino agli ultimi anni di Weimar, Berlino era tutt’altro che bigotta. Al contrario, ospitava oltre cento luoghi di ritrovo per la comunità queer e in città si vendevano una serie di giornali destinati a omosessuali, lesbiche e persino crossdresser. La città, considerata dai benpensanti una “capitale del peccato,” era in realtà un faro progressista, dove la comunità lgbt trovava ampia rappresentazione e le persone transgender iniziavano a sperimentare percorsi di autoaffermazione anche medica.

Foto tratta da uno dei testi di sessuologia di Magnus Hirschfeld. See page for author, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons

L’Istituto per la Ricerca Sessuale di Magnus Hirschfeld, che rilasciava persino i “trans pass”

La liberazione di Berlino non si fermava all’Eldorado e agli altri locali simili, ma includeva anche l’importantissimo Istituto per la Ricerca Sessuale fondato dallo scrittore e sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld.

Questo istituto forniva informazioni, assistenza medica e sostegno alla comunità queer e in particolare alle persone transgender, che addirittura ricevevano dei “pass” che in qualche modo “giustificavano” la loro scelta di abbigliarsi in modo difforme, rispetto a quanto formalmente dichiarato dai documenti. Questi pass, che non potendo utilizzare altre formule facevano formalmente riferimento al travestitismo (Transvestitenschein), servivano in realtà per evitare alle persone transgender l’arresto. Sostanzialmente, certificavano la necessità di adottare quello specifico codice di abbigliamento, allo scopo di evitare conseguenze fortemente negative sul piano psichico.

Durante l’ascesa di Hitler al potere, l’Istituto fu saccheggiato e circa 20.000 libri furono distrutti. Nell’incendio che devastò parte dell’edificio, probabilmente morì anche una donna transgender. Magnus Hirschfeld, omosessuale, per quanto non dichiarato, supporter della scena queer e per giunta ebreo, era considerato un nemico d’elezione, dai nazisti.

Negli anni immediatamente precedenti all’ascesa di Hitler, inoltre, erano già state raccolte in segreto numerose informazioni su chi potesse essere una persona queer. Circolavano infatti delle “liste rosa“, riempite anche grazie alla delazione di persone comuni, mentre la comunità lgbt veniva sempre più stigmatizzata. Con l’avvento del regime nazista, l’Eldorado fu infine chiuso, insieme agli altri locali queer, e la persecuzione degli omosessuali si intensificò.

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Gottfried von Cramm. See page for author, Public domain, via Wikimedia Commons

La storia di Gottfried von Cramm, di Manasse e di Lisa von Dobeneck

Il documentario racconta diverse storie di persone queer che attraversarono il tumulto di quegli anni, come ad esempio Gottfried von Cramm, la cui relazione omosessuale con Manasse Herbst, un ragazzo che per giunta era di origine ebraica, lo fece entrare molto presto nel mirino dei nazisti. Protetto in quanto barone, tedesco e campione sportivo, von Cramm cercò di navigare a vista, rappresentando la Germania nelle competizioni internazionali, ma senza mai farsi coinvolgere attivamente. Al contrario, si rifiutò di diventare membro del partito nazista e addirittura si schierò contro l’olocausto, quando fu interrogato a riguardo, durante uno dei suoi soggiorni all’estero.

La sua omosessualità e il suo non allineamento furono tollerati dal regime fino a quando von Cramm fu utile come “poster boy” del regime, in quanto atleta dalle supposte “fattezze ariane”, ma alla fine venne condannato a un anno di prigione per violazione del famigerato paragrafo 175 del codice penale tedesco, che qualificava come reato i rapporti sessuali tra uomini. Herbst, per fortuna, riuscì a emigrare in Palestina e quindi a evitare il campo di sterminio e la morte.

Insieme alla storia di von Cramm si parla tangenzialmente anche di quella della moglie, Lisa von Dobeneck. I due vivevano un matrimonio aperto, in cui Lisa aveva relazioni con altre donne ed entrambi animavano le notti dell’Eldorado, sperimentando una vita e un sesso liberi da condizionamenti o costrizioni. Finché durò.

Walter Arlen e il rimpianto di una vita

Un altro protagonista del documentario è il sopravvissuto Walter Arlen, 102 anni, ebreo austriaco scampato al nazismo e divenuto compositore in America, dove divide la sua vita con un compagno che è al suo fianco dal 1959. Quest’uomo è tanto tenero, nella sua garbata pacatezza, quanto amara è la sua storia di amicizia e d’amore con Lumpi, un coetaneo di Budapest, ebreo come lui, conosciuto durante una vacanza estiva.

Lumpi, il cui vero nome era Fülöp Loránt, morì a 25 anni in un campo di lavoro, a causa della follia nazista, non prima di aver scritto a Walter un’ultima disperata lettera, in cui gli chiedeva aiuto. Arlen non riuscì a rispondere, anche perché la notte stessa suo padre fu deportato in un campo di sterminio. Il composto dolore di Arlen, che parla di Lumpi come del più grande rimpianto della sua vita, è destinato a restare impresso. Per descrivere quello che prova usa un termine che si usa a Vienna, verkiefeln, e che significa, grosso modo, “elaborare”, “superare”. Lo usa per dire che lui, la storia di Lumpi, non la supererà mai.


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La storia d’amore tra due donne trans, Toni Ebel e Charlotte Charlaque

Il documentario parla anche della storia d’amore tra due donne trans, la pittrice tedesca Toni Ebel e l’intellettuale ebreo-tedesca-americana Charlotte Charlaque, tra le prime sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione del genere. Le due donne ebbero un profondo legame durato dieci anni e dopo aver percorso insieme tanta strada e affrontato tante prove, inclusa la conquista della loro identità, furono separate dal nazismo nel modo più traumatico.

Charlotte, in quanto ebrea, fu infatti arrestata, ma riuscì a evitare il campo di sterminio perché Toni si attivò immediatamente con il console americano e riuscì a farla riparare negli Stati Uniti, dove si ricostruì una vita a Brooklyn. Toni restò invece in Germania, dove continuò a fare la pittrice. Le due non si rividero più.

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Ernst Röhm e Heinrich Himmler. Bundesarchiv, Bild 102-14886 / CC-BY-SA, CC BY-SA 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons

Ernst Röhm, il nazista omosessuale

Una storia singolare è quella di Ernst Röhm, leader nazista e capo del gruppo paramilitare delle SA (reparti d’assalto). Omosessuale, Röhm frequentava apertamente l’Eldorado e sperava di essere immune all’ostilità anti-queer intrinseca all’ideologia nazista solo perché amico di Hitler. Attratto dalla guerra e dai massacri e fedelissimo al nuovo regime che si stava prospettando, scrisse una serie di lettere in cui esprimeva apertamente il suo disgusto per le donne e la sua attrazione per gli uomini.

Tra le SA, in cui reclutò anche altri omosessuali, incoraggiava un cameratismo misogino che era l’altra faccia di un’omosessualità in realtà incompatibile con un movimento ferocemente patriarcale come quello di Hitler. Il suo mondo contraddittorio collassò con la “Notte dei lunghi coltelli“, che eliminò le SA, sancì definitivamente il trionfo delle SS e del loro leader Himmler e divenne anche una presa di posizione definitiva del nazismo contro l’omosessualità, definita depravazione e “pustola infetta” nel corpo sano dello Stato.

Giornata della Memoria 2023 (1)
Il memoriale degli omosessuali perseguitati sotto il nazismo a Tiergarten, Berlino.
Gerd Eichmann, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Il triangolo rosa e i campi di sterminio

Quello che ci fu dopo gli anni ’30 lo sappiamo. Gli omosessuali, tristemente identificati con il triangolo rosa, furono confinati nei campi di sterminio, adibiti a mansioni disumanizzanti e oggetto, spesso, persino dell’ostilità degli altri internati. Questi uomini morirono di stenti, furono sottoposti a esperimenti medici e castrazioni forzate e in loro il regime non cercò di eliminare gli omosessuali, ma l’omosessualità stessa. Le lesbiche erano altrettanto perseguitate e internate, ma sotto la denominazione di “asociali”.

Tra le 5000 e le 15.000 persone morirono nei campi di sterminio in quanto queer. Alla luce di queste cifre, il progresso degli ultimi anni della Repubblica di Weimer sembra lontanissimo e l’Eldorado irraggiungibile, come il suo nome suggerisce. In questo senso il documentario sottolinea come nessuna libertà sia acquisita per sempre e su come si debba sempre vigilare sui propri diritti.

Dopo il nazismo, la persecuzione degli omosessuali continua

Durante il terzo Reich, complessivamente 100.000 uomini furono accusati di omosessualità e 50.000 processati. La cosa più surreale è che l’ostilità per la comunità lgbt non finì con il nazismo, ma la Germania ovest mantenne ancora per moltissimo tempo il famigerato paragrafo § 175, con cui i nazisti stigmatizzavano gli omosessuali.

La persecuzione continuò, praticamente registrando gli stessi numeri di Hitler (50.000 persone processate), mantre il paragrafo che rendeva reato i rapporti tra uomini venne riformato solo nel 1969 e abolito solo nel 1994, con la riunificazione. Un dato impressionante, che non può non far riflettere.

Il supermercato biologico che oggi occupa lo spazio in cui un tempo c’era l’Eldorado, l’iconico queer club della Berlino degli anni venti. Babewyn, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Oltre l’Eldorado

Oggi, dove un tempo sorgeva l’Eldorado, c’è un supermercato biologico, che si chiama nello stesso modo. Il documentario sottolinea che nel luogo che simboleggiava la libertà della comunità lgbt e poi, una volta chiuso, la soppressione di quella stessa libertà, ora si vendono “avocado molto costosi”.

Qual è il destino della comunità lgbtqia+ oggi, a Berlino e in Germania? Quanto è solida la libertà delle persone omosessuali, che hanno avuto il matrimonio ugualitario nel 2017, di quelle transgender, per cui si profila una nuova legge sulla rettifica anagrafica, e in generale di chiunque appartenga a una comunità che non è mai stata considerata prioritaria e che spesso è stata oggetto di ostilità trasversale da parte di diversi schieramenti politici, in diverse epoche storiche? Su questo il documentario è decisamente trasparente: i diritti non sono mai scritti nella roccia e tutto può cambiare, appena si abbassa la guardia. Anche in una capitale queer com’è, ed è sempre stata, Berlino.

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