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Intervista con Vinicio Marchioni: “Pasolini, la mia lettura negli anni in cui si è contro tutto”

di Lucia Conti

Parte oggi, 4 luglio 2022, il progetto “PPP100. Pasolini e… poesia, cinema, televisione, stampa“, organizzato da Tuscia Film Fest e Italian Film Festival Berlin in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino. Nell’ambito di questo articolato progetto, domani, 5 luglio, Vinicio Marchioni racconterà Pasolini agli studenti dell’Albert Einstein Gymnasium, in una conversazione con il critico cinematografico Enrico Magrelli.

Dopo una lunga esperienza teatrale, Vinicio Marchioni è diventato notissimo presso il grande pubblico interpretando il Freddo nella famosissima serie “Romanzo Criminale” ed è quindi approdato sul grande schermo a fianco di registi italiani e internazionali, inclusi Paul Haggis e Woody Allen. Premiato al Festival di Venezia e in numerose altre occasioni, dal 2015 è anche regista, sceneggiatore e produttore. Lo abbiamo intervistato per voi.


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Domani parlerai di fronte ai ragazzi dell’Albert Einstein, esplorando Pasolini da un punto di vista cinematografico e personale. Come lo farai

Sarà una chiacchierata soprattutto con Enrico (Magrelli, ndr), che ha selezionato quattro spunti: un’intervista di Pasolini in Rai del 1974, un punto di vista su Pasolini di Bernardo Bertolucci, una poesia tratta dalla raccolta “Poesia in forma di rosa” e un’altra intervista. Partendo da questi riferimenti, parleremo di Pasolini.

Come hai conosciuto quello che è considerato uno degli intellettuali italiani più influenti del ‘900?

Prima ancora che attraverso i suoi film, ho conosciuto Pasolini attraverso le poesie. Avevo 17 anni, allora, e non avevo assolutamente idea di chi fosse. Solo in seguito ho conosciuto il Pasolini regista, all’università, studiando storia del cinema, e li mi si è aperto un mondo. Poi ho conosciuto il Pasolini letterato, drammaturgo, filosofo, esteta… è stato un continuo aprirsi di camere, di mondi, di meraviglia.

Vinicio Marchioni. Photo by Luca Carlino

Avevo quasi dato per scontato che, da attore, l’avessi scoperto in primis come regista, e invece…

E invece per me è venuto prima il Pasolini poeta e penso che abbia senso che questa scoperta sia avvenuta quando ero adolescente. Dico questo, perché penso che quell’essere “contro”, quella solitudine, quell’andare sempre a domandarsi il perché delle cose possa interessare molto, a una certa età. Sono anni in cui sei “contro” anche tu, in cui “ti rode”, vorresti sfasciare tutto, sei contro i tuoi genitori e quasi li ammazzeresti e credo che Pasolini sia un ottimo grimaldello, in quella fase.

Mi colpisce il fatto che tu abbia usato la parola solitudine, parlando di Pasolini, perché in effetti è un aspetto dominante della sua vita e forse anche il suo punto di forza

Sì, lo dichiarava proprio, e anch’io l’ho sempre percepito come molto solo, nonostante la sua tenerezza, la sua dolcezza, nonostante il suo essere un amico fidato e straordinario, per chi ha avuto la fortuna di poterlo chiamare amico. Però penso che alla fine la solitudine sia una caratteristica inevitabile degli artisti di quel livello, dei geni.

IL VANGELO SECONDO MATTEO [FR / IT 1964] aka THE GOSPEL ACCORDING TO ST. MATTHEW PIER PAOLO PASOLINI [seated centre] Date: 1963. Il 4 luglio Vinicio Marchioni racconterà Pasolini agli studenti dell’Albert Einstein Gymnasium di Berlino.

Quali sono i film pasoliniani della tua vita?

Il primo che mi viene in mente è “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. È un film che non vedo da tanti anni, ma che nelle situazioni più bislacche e disparate torna ciclicamente ad aggredirmi, con immagini che mi ritornano in mente e che parlano di violenza, di sottomissione, di abuso di potere, di lotta di classe, d’amore, di gioventù e vecchiaia e di tutti quei temi presenti in quel capolavoro… e chiamarlo capolavoro è forse dire poco. È un film che mi sconvolge ancora, ma positivamente, perché quelle immagini sono legate a spunti di riflessione che continuano a proporsi.

Il lavoro che più mi ha influenzato, però, è forse un cortometraggio, “La ricotta”, con quell’amore, quella fame di vita, quella semplicità apparente con cui il corto si presenta. Poi c’è quella scena, in cui Orson Wells dice (di Fellini, ndr) “egli danza”, che è la sintesi più straordinaria del cinema, perché hai un mostro sacro, che parla di un altro mostro sacro, filmato da un terzo mostro sacro, e che in due parole sintetizza tutta la magia di quel mondo. Quel cortometraggio è uno dei miei preferiti in assoluto.

Oltre che sintesi del cinema, forse “La Ricotta” è anche sintesi del Pasolini politico, con il “povero Cristo” che muore per i peccati del mondo e si sovrappone all’icona sacra, con un’operazione che continuerà ne “Il Vangelo secondo Matteo”…

Sì, ma vedi, la cosa davvero straordinaria è che tutti questi temi “alti”, perché filosofici, politici, economici, sono però portati per strada, da Pasolini. E in questo senso “La Ricotta” è un simbolo idale, perché è il cibo più umile e povero che si possa immaginare. È questo il genio: chi ha la capacità di comunicare cose altissime, ma a tutti. È una lezione che forse abbiamo un po’ messo da parte.

Non ritrovi questa attitudine in nessun regista attuale?

Con questa forza e con questa semplicità no. Esistono altre opere straordinarie, naturalmente, siamo pieni di registi e autori bravissimi, che ci aiutano a portare il nostro cinema nel mondo… ma con questa sintesi così alta, profonda, leggera ed eterna, no.

Pier Paolo Pasolini. Il 4 luglio Vinicio Marchioni racconterà Pasolini agli studenti dell’Albert Einstein Gymnasium di Berlino

Dal 2015 hai cominciato a lavorare anche come regista, oltre che come sceneggiatore e produttore. Potrebbe essere l’inizio di una carriera parallela?

Guarda, non lo so, perché è molto difficile e perché sono uno che non si accontenta mai, ma è una scelta che fa parte della curiosità con cui ho sempre affrontato il mio mestiere. Potrebbe essere l’inizio di una carriera parallela, ma non mi do neanche degli obiettivi, anzi… più passa il tempo e più la parola “obiettivo” non la sopporto!

Siamo circondati da un mondo che ti spinge a raggiungere dei traguardi a forza e se non lo fai sei un fallito. Io non ho questa visione.

Ma infatti, ostacoliamola! Come stai vivendo questa esplorazione della regia?

Sono sempre stato uno che non ha mai guardato il suo ombelico, non mi sono mai sentito confinato all’interno di un ruolo o delle mie battute. Sono sempre stato affascinato dalla “macchina” del cinema e sono uno che si occupa dell’essere umano e di raccontare delle storie. Tutto quello che aiuta queste due cose, mi piace sperimentarlo. Affrontare la regia di un film è molto difficile, però mi piacerebbe continuare, sicuramente. Ho iniziato, sto scrivendo… ho dei progetti, come dicono tutti (ride)!

Vinicio Marchioni e Lucia Conti, 4 luglio 2022

Forse hai ragione quando dici che è il caso di liberarsi dalla “compulsione degli obiettivi”

Ma sai cosa? È proprio quello che abbiamo dimenticato, soprattutto negli ultimi tempi, con i ritmi dei social e questo mondo così veloce, che ti spinge a fare le cose perché le fanno tutti, a programmare i post in determinati orari perché così raggiungi più persone e a dare agli altri quello che si aspettano “perché si fa così”. Invece penso che una visione artistica sia una cosa molto personale, che spesso entra anche in contrasto con quello che ci ruota intorno, e penso anche che sia giusto proteggersi e prendersi il proprio tempo. O almeno cercare di realizzare una cosa con i ritmi che dici tu, con le persone e con l’atmosfera che vuoi tu, insomma, come la senti tu. Anche se farlo è molto difficile

Uno dei libri più belli di Kafka, “Il Castello”, è incompiuto. Eppure ha molto senso, soprattutto nella sensibilità europea. In fondo sono stati gli americani, ad averci insegnato a correre verso una conclusione…

Di europeo abbiamo perso un po’ tutto, negli ultimi tempi. Speriamo di recuperarlo.

Con il personaggio del Freddo, in “Romanzo criminale”, sei diventato famosissimo. Che rapporto hai con questo spartiacque della tua carriera?

È stato il punto di svolta, che mi ha fatto conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, è stata una fortuna enorme. Ed è stato come fare un corso accelerato di specializzazione davanti alla macchina da presa, perché per molti di noi era la prima esperienza di questo tipo. Non sarò mai grato abbastanza a Paolo Carnera, il direttore della fotografia, perché mi ha insegnato veramente tutto quello che c’era da sapere. E poi c’è stato il successo, non so come dire… questa parola strana.

Strano però è stato anche l’effetto, perché questa cosa immensa, che è arrivata all’improvviso, ha anche automaticamente cancellato tutto quello che avevo fatto prima e questo non mi andava tanto bene, perché sembrava che mi avessero “raccolto per strada”. Era come se quel ruolo avesse divorato istantaneamente tutto quello che avevo fatto prima, semplicemente perché non era noto al grande pubblico e alla stampa. Da quel momento ho cercato di riaffermare la mia identità e il mio modo di fare questo mestiere e quindi mi sono rinchiuso in teatro, non ho accettato altre serie, ho detto molti no. Poi ho girato il film “20 sigarette”, che mi ha dato un’ulteriore “patente” per il cinema.

Sei stato anche premiato a Venezia, per quell’interpretazione…

Sì, è stata un’altra esperienza incredibile, anche umanamente.

Hai girato anche con Woody Allen, in “To Rome with Love”, anche se su Twitter lo hai definito il suo film più brutto…

Sì, ho recitato nel suo film più brutto (ride, ndr), però posso dire che per 44 secondi sono in un film di Woody Allen. È stato bellissimo stare due giorni sul set con un mostro sacro della storia del cinema, quindi sono contentissimo, chiaramente.

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