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Zossen, una finestra sulla memoria: dalle origini agli orrori del nazismo, fino a oggi

Testo e foto di Marco Fracassa

Anche se una cittadina con meno di 20 mila abitanti, Zossen (Brandeburgo) porta con sé una lunga e interessante storia. Come dimostrano i ritrovamenti di tombe a urna nel 2007, la zona era già abitata nell’età del bronzo. Il nome Zossen deriva presumibilmente dal termine sorabo antico del pino (sosny), come del resto è rappresentato nello stemma della città. Essa fu menzionata per la prima volta su alcuni documenti del 1320 come Sossen, Suzozne, Zozne.

Foto di Marco Fracassa

Tralasciando la storia medievale, si può dire che Zossen fosse una cittadina alquanto attiva agli inizi del secolo scorso. Nel 1900 Zossen contava 330 case. Furono costruite fabbriche, tra cui una fabbrica di pietra artificiale e cemento, nonché un forno da calce e una fabbrica di macchine. Era il capolinea di una delle tre ferrovie suburbane a sud di Berlino che terminavano a Potsdamer Bahnhof, più precisamente alla stazione ferroviaria di Wannsee o alla tangenziale e alla stazione dei treni suburbani, a ovest e ad est della stazione ferroviaria di Potsdam.

La linea non faceva parte della “Grande Elettrificazione” delle ferrovie urbane e suburbane di Berlino nella seconda metà degli anni venti. Tuttavia, dopo che fu unita alla linea suburbana nord-occidentale per Velten via Berlino-Tegel e Hennigsdorf dalla costruzione della Nord-Süd-S-Bahn, per formare una linea trasversale attraverso il Nord-Süd-Tunnel (che entrò in funzione in modo continuo nel novembre 1939), anche questa linea doveva essere elettrificata. Prima, però, la linea fu interrotta alla stazione di Papestraße (oggi Berlin-Südkreuz), dove i passeggeri dovevano cambiare tra un treno trainato da locomotive a vapore e un treno elettrico. Nel 1940, il servizio elettrico della S-Bahn iniziò fino a Rangsdorf. La linea elettrificata, interrotta nel 1961 dalla costruzione del Muro, fu ricostruita nel 1992 solo fino a Blankenfelde.

Foto di Marco Fracassa

Un’interessante storia legata a Zossen: l’Half Moon Camp

Ma forse, la storia più interessante della cittadina, è quella avuta durante le due guerre mondiali. Dal 1910, una grande area militare era stata sviluppata tra Zossen e Wünsdorf. Durante la prima guerra mondiale, i prigionieri di guerra musulmani che avevano combattuto negli eserciti russo, britannico e francese furono alloggiati qui nel cosiddetto “Half Moon Camp”. Questi prigionieri provenivano dall’Asia interna, dall’Africa settentrionale e occidentale e dall’India. Una moschea di legno fu addirittura costruita per loro.

L’intenzione era di far passare i prigionieri dalla parte tedesca attraverso un buon trattamento e la propaganda. L’obbiettivo a lungo termine era anche quello di scatenare rivolte nel mondo musulmano contro gli avversari di guerra della Germania. Tuttavia, questi piani sono stati poi abbandonati. Altri prigionieri di guerra francesi e russi furono alloggiati nel campo di Weinberge dell’ex area di alloggio di Weinberge. Nel 1931 c’erano 480 abitazioni.

Foto di Marco Fracassa

L’avvento del nazionalsocialismo e il campo di concentramento

Dopo la “presa del potere” del NSDAP (il partito nazionalsocialista), nel 1933, 60 socialdemocratici e comunisti furono imprigionati a Zossen e maltrattati nel cortile della scuola di Kirchplatz da squadre delle SA (Sturmabteilung – organizzazioni paramilitari di combattimento del partito nazista) che vi avevano allestito un primo campo di concentramento. Ben 32 degli arrestati furono trasferiti al campo di concentramento di Oranienburg poco tempo dopo, compresi Alfred Heintz (KPD) e Wilhelm Witt (SPD). Anche il diacono della congregazione protestante, Emil Phillip, fu arrestato e trasferito dopo il suo rilascio.

Foto di Marco Fracassa

A Wünsdorf, (oggi un quartiere di Zossen), la Wehrmacht ospitò la maggior parte dell’Alto Comando dell’Esercito (OKH – Oberkommandos des Heeres) nel complesso bunker “Maybach I” dall’agosto 1939 al 1945, proprio accanto al bunker “Maybach II” e al bunker “Zeppelin”, il centro di intelligence militare con il nome di codice postale “Amt 500”.

Subentra l’Armata Rossa e Zossen ospita la più grande guarnigione al di fuori dell’Unione Sovietica

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le strutture furono prese in consegna dall’Armata Rossa dell’Esercito Sovietico, che vi stazionò l’Alto Comando del Gruppo delle Forze Armate Sovietiche in Germania (GSSD – Oberkommando der Gruppe der Sowjetischen Streitkräfe in Deutschland) nel 1954. Circa 60.000 soldati e civili vivevano qui; era la più grande guarnigione dell’Armata Rossa al di fuori dell’Unione Sovietica. Dopo il ritiro del gruppo sovietico/russo delle truppe occidentali nel 1994, il sito è stato dato ad uso civile.

Foto di Marco Fracassa

Zossen, la storia recente. L’attacco dei negazionisti e dei neonazisti

Ma anche la storia recente è degna di qualche nota. Nel novembre 2008, davanti alla casa di Berliner Straße 11, nel centro della città, sono state poste delle Stolpersteine per commemorare i residenti assassinati durante l’era nazionalsocialista.


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Durante l’installazione, un impiegato comunale è stato aggredito fisicamente da un negazionista dell’Olocausto. Questo negazionista ha però successivamente addirittura gestito un’attività in questa casa. Nel gennaio 2010, la Casa della Democrazia, utilizzata dall’associazione “Zossen zeigt Gesicht” (Zossen mostra il suo volto), impegnata contro le attività dell’estremismo di destra in città, è stata incendiata da un giovane estremista di destra, e i resti sono stati demoliti poche settimane dopo. L’autore è stato però assolto per mancanza di maturità.

Foto di Marco Fracassa

Daniel T., che aveva istigato i giovani, è stato condannato il 1º dicembre 2011 a tre anni e otto mesi di carcere per incitamento all’incendio doloso e “incitamento del popolo”, tra le altre accuse. In questo contesto, Zossen ha nuovamente ricevuto l’attenzione nazionale nel febbraio 2013 quando la ZDF ha riferito sul lavoro di un’iniziativa popolare locale contro l’estremismo di destra nella serie di programmi “37 Grad”. Nel 2013 infatti, l’iniziativa dei cittadini “Zossen zeigt Gesicht” ha ricevuto il premio Dachau-Preis für Zivilcourage (premio per il coraggio civile) per il suo impegno contro i neonazisti.

Passeggiando in luoghi carichi di storia, per nutrire la speranza

Passeggiando per questi luoghi prevalentemente abbandonati, oggigiorno, si respira un’aria carica di energia e di storia. In realtà è difficile descrivere la sensazione che essi trasmettono, ma sicuramente sono la rappresentazione impietosa della nostra storia recente. Ci costringono a porci davanti a uno specchio, davanti a ciò che siamo stati.

Foto di Marco Fracassa

Questi edifici sono passati in pochi anni a essere occupati prima dall’OKH e poi dal GSSD, ovvero forze armate e ideologie diametralmente opposte. Queste enormi costruzioni si sono prestate, loro malgrado, a fungere da catalizzatori di propaganda di guerra e prevaricazione, lasciando uno strascico ideologico che si protrae ancora oggi con violenze, scontri e incendi perpetrati da parte dei nuovi nazisti e negazionisti dell’olocausto.

Il coraggio civile della popolazione e la lotta perché l’orrore non si ripeta mai più

Tutto ciò però si contrappone fortunatamente alla forza del coraggio civile della popolazione autoctona che non si arrende alla violenza e la rifiuta. Ciò che si recepisce in questi spazi è l’intensità dei contrasti, una potente forza conflittuale degli opposti che ancora oggi pervade le macerie fatiscenti e abbandonate.

Foto di Marco Fracassa

L’inquietante sensazione che in questi ambienti sia accaduto qualcosa di terribile è tangibile, che questo spreco infinito di vite, energie e di risorse debba ancora essere metabolizzato dalla maggior parte delle persone. Si spera però che la potenza iconica di questi luoghi disastrati, in senso puramente semiologico del messaggio affidato all’immagine, possa essere di monito alle nuove generazioni affinché tutto ciò non si ripeta mai più.

(Su questi spazi potrete seguire il lavoro di Marco: Facebook, Instagram)

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