di Fulvio Amelio

Sigur Ros a Berlino – 11 ottobre 2017

Quando i Sigur Rós salgono sul palco del Tempodrom sono le 20 e 25.
È la seconda data nella quale si esibiscono a Berlino, un concerto, quello del 10 ottobre, aggiunto dopo che i biglietti per la performance di domenica 9 erano andati Ausverkauft nel giro di pochi giorni.
D’altronde, la band islandese ha ormai superato da tempo la dimensione indie e di nicchia dalla quale era partita nel lontano 1994 e il tour mondiale di quest’anno ne è la rappresentazione definitiva.
Per molti, i Sigur Rós sono un vero culto, per altri, un gruppo divenuto talmente mainstream da scatenare il “desiderio di consumo dell’io c’ero”, con il biglietto d’entrata ad arricchire una collezione identica a quella dei visti d’entrata su un passaporto.
È soprattutto per questo che Jónsi e i suoi fratelli possono ormai permettersi di suonare in palazzetti da 4000 persone (è finito il tempo dei piccoli club…), a 40 euro a biglietto, e riempirli sistematicamente, nonostante l’ultimo album in studio, Kveikur, sia datato 2013: a conti fatti, un loro concerto muove praticamente 150.000 euro di incassi.
Niente male per dei ragazzi che da ormai più di vent’anni cantano in una lingua che quasi nessuno dei loro fan conosce, l’islandese, e a volte, addirittura, in un’idioma che proprio non esiste: il cosiddetto hopelandic inventato da Jónsi per scatenare la sua voce in numerosi dei vocalizzi divenuti marchio di fabbrica della band.

Sigur Rós

Il concerto di Berlino è diviso in due set. Non ci sono gruppi di supporto, né saluti simpatici all’arrivo sul palco. La prima parte comincia e finisce in maniera molto lenta. È evidentemente pensato, il primo blocco della performance, come un’introduzione intimista al ritmo sotterraneo che contraddistingue tutta l’idea di suono dei Sigur Rós.
La musica scorre dentro l’arena in maniera soffice e s’insinua, senza mai incastrarsi, nel sottofondo emotivo di un pubblico deciso ad accettare l’offerta sentimentale in arrivo dall’Islanda.
Ci si muove poco, noi che ascoltiamo e il batterista, praticamente appena scenografico. La voce di Jónsi è pulita, precisa, netta e porta via rapidamente i primi 45 minuti dell’esibizione.

Il tempo di sgranchirsi e si riparte, stavolta con maggiore intensità. La seconda parte del concerto, che alla fine andrà avanti sino alle 22 e 20, aumenta l’impatto sonoro, ed anche quello visivo.
Sullo sfondo esplodono immagini perfettamente combinate alla cadenza, alla progressione, di pezzi che adesso danno più spazio alla componente elettronica, alla batteria, all’anima post rock più classica del gruppo. C’è spazio anche per Untitled #1, dall’album Untitled, un tappeto di suoni che, di primo acchito, si definirebbe lento, mentre è invece, piuttosto, una camminata leggera, sfumata, paziente. È qui che si ferma l’istante, che si raccoglie tutta la musica dei Sigur Rós e ci si ricorda il motivo per cui, in un giorno lontano, questo gruppo ci aveva fatto pensare a qualcosa di bello e carezzevole, per un momento.