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Il mito dell’efficienza tedesca: leggenda o realtà?

di Arianna Tomaelo

Il tema dell’efficienza tedesca è un argomento che sorge molto spesso nelle conversazioni tra chi, per svago, piacere, lavoro o altre ragioni, si ritrova a dover viaggiare in Germania. Venire a contatto con la cultura tedesca è qualcosa che il turista molto spesso apprezza, perché fornisce un senso di ordine ed equilibrio che in generale non appartiene ai Paesi del sud Europa: treni in orario, parchi curatissimi e pedoni che rispettano l’arrivo del verde per attraversare la strada.
Questa è la cartolina che il turista porta in Italia al ritorno dalla Germania, ma chi ci vive sa bene che in realtà le cose non sono proprio così: la burocrazia lenta si ritrova anche qui, così come un certo disagio legato al funzionamento degli aeroporti. Ma allora, da dove viene il mito dell’efficienza tedesca e quanto c’è di vero oggi in quel che si dice dell’argomento?

L’efficienza tedesca è un mito, che si radica nella religione, nel nazionalismo, nel pensiero illuministico e in alcune grandi guerre. In particolare, stando alla storia, l’apice dello splendore tedesco si ritrova nel 1870, agli arbori della Germania unificata sotto un unico grande territorio: fino a questo momento, si trattava di un mucchio di regni separati che si univano in alleanze per combattere in guerre territoriali ora i francesi ora gli slavi. Secondo James Hawes, autore de “The Shortest History of Germany” (“La più breve storia della Germania”, 2017) fu proprio la vittoria contro Napoleone III° dell’ultima guerra franco-prussiana che dette quella carica in più alla Germania. Non si può certo dire che fino a questo momento fosse rimasta al margine: mentre già nel 1700 si ritrova lo Sturm und Drang, importante corrente che estende la sua influenza a livello internazionale, è l’800 il periodo di massimo splendore letterario e culturale in Germania, dove si ritrovano nomi come Marx, Goethe e tutti gli esponenti del Romanticismo tedesco.
Oltre all’aspetto culturale, la civiltà germanica si è distinta per la sua “impostazione” anche rispetto all’apertura alla filosofia luterana, che, oltre ad ad abbracciare una religione che rompeva gli schemi con il dogmatismo di Roma, introduceva una visione dell’uomo più veritiera, legata all’immagine dei tedeschi come lavoratori duri, rispettosi del diritto e a sostegno dell’autorità.


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A partire dal ‘900, quindi, l’efficienza tedesca era sulla bocca di tutti in Europa, tanto che si sapeva chi si “doveva temere” agli albori della Prima Guerra Mondiale. L’immagine del tedesco-tipo lo ritraeva sapiente, saggio e combattivo. Nonostante i fatti della Seconda Guerra, quest’immagine si è perpetuata nel corso degli anni, ed è arrivata ad oggi. Ma come? Alcuni storici affermano che questo sia l’esito di una politica di “propaganda” promossa da Inghilterra, e in qualche modo anche Stati Uniti: osannare il come la Germania si sia rimessa in piedi dopo il secondo conflitto – senza menzionare gli aiuti economici del piano Marshall – rende le antiche potenze in qualche modo “orgogliose” di poter dimostrare ai posteri come il duro lavoro e l’impegno dei cittadini tedeschi del dopoguerra abbia ricostruito un Paese distrutto. La nuova Germania è, secondo le parole di Hawes, qualcosa che non ha nulla a che vedere con un innato senso del dovere, ma piuttosto l’esito della collaborazione esterna che ha trovato terreno fertile su cui metter radici. Insomma, più una leggenda che altro.

Nonostante il trascorrere del tempo, il mito dell’efficienza tedesca resta vivo, anche se le nuove generazioni sanno ormai che pure la Germania ha le sue pecche. Bisogna tuttavia ammettere che una certa persistenza dei tratti di ordine e compostezza perdura comunque nella cultura tedesca ancora oggi, e questo, in fondo, ci piace.

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