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Benvenuti in Germania: controversie dell’emergenza migratoria

Refugees stand behind a fence at the Hungarian border with Serbia near the town of Horgos on September 16, 2015. Europe's 20-year passport-free Schengen zone appeared to be a risk of crumbling with Germany boosting border controls on parts of its frontier with France as migrants desperate to find a way around Hungary's border fence began crossing into Croatia. With a string of EU countries tightened frontier controls in the face of the unprecedented human influx, the cherished principle of free movement across borders -- a pillar of the European project -- seemed in grave jeopardy. AFP PHOTO / ARMEND NIMANI (Photo credit should read ARMEND NIMANI/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read ARMEND NIMANI/AFP/Getty Images)

questo articolo è apparso in precedenza su inliberta.it

di Pasquale Episcopo

Monaco, un giorno di settembre 2015, stazione centrale. Il treno Budapest-Monaco delle 20.27 ha qualche minuto di ritardo. Scendono solo poche decine di profughi, soprattutto siriani, ieri erano stati centinaia. Arrivano, ringraziano, sorridono e salutano chi li accoglie. E dicono che la Germania è grande, che nessun altro paese è così.

La Germania di profughi quest’anno ne aspetta ottocentomila. Molti saranno espulsi, ma i siriani, loro, no. Parola di Angela Merkel. Che ha ribadito il principio che chi ha diritto deve essere accolto e che non c’è tolleranza per l’intolleranza, per i rigurgiti nazifascisti. Bene, Angela. Altri capi di stato, al contrario, non vogliono neanche gli stessi cittadini europei se sono sprovvisti di lavoro. Quando l’ondata diventerà tsunami la generosità della cancelliera sarà criticata dagli stessi tedeschi. Soprattutto se nel frattempo non si sarà raggiunto un accordo per una equa distribuzione dei profughi tra i paesi dell’Ue. Le critiche per ora arrivano dall’Ungheria. È colpa sua, della Merkel, se c’è quest’invasione. Oggi li hanno bloccati alla stazione di Budapest. Ed è stato il caos, secondo quanto riportato dalla Süddeutsche Zeitung. Ma prima o poi se ne libereranno, li lasceranno passare.

Perché costruiscano dei muri se poi loro, i migranti, in Ungheria non vogliono restare è cosa apparentemente incomprensibile, oltre che costosa. I muri al confine dell’Ungheria con la Serbia sono due, inutili, prima il filo spinato, poi il reticolato alto 4 metri. Costruirli serve ad attirare l’attenzione, a farsi centro del problema, a cavalcarlo per raggiungere altri scopi. Fino a quando non saranno abbattuti, quei muri resteranno un monumento fine a se stesso, un oltraggio al principio della libera circolazione, un’offesa all’idea stessa di Europa unita. Nei trattati europei dovrebbe esserci un articolo che dice che se uno stato costruisce un muro, anche di pochi metri di lunghezza, anche un muretto, non può far parte dell’Unione e dev’essere scacciato.

L’emergenza migratoria sfascerà l’Europa o sarà l’opportunità per riformarla drasticamente? Lo vedremo presto, forse già nel corso del mese di settembre. Vedremo se si metteranno d’accordo, se finalmente attueranno misure drastiche e coraggiose, mettendo mano ai regolamenti che non vanno, a cominciare da Dublino, e poi al cosiddetto codice comunitario dei visti. Un visto nessuno dei migranti che arrivano in Europa ce l’ha. Non ce l’hanno i siriani, ad esempio, il cui paese è sottoposto ormai da quattro anni ad una lotta di potere che ha reso impossibile viverci.

Migranti mangiano nella stazione di Monaco in attesa di registrarsi, Germania, 1 settembre 2015. (AP Photo/Matthias Schrader)
(AP Photo/Matthias Schrader)

La Siria non esiste più. È terreno di scontro tra ribelli e forze governative, tra curdi e IS. Con Iran, Hezbollah, Turchia e Israele che apparentemente stanno a guardare e invece muovono redini e spingono bottoni. In mezzo a questo scenario indecifrabile la popolazione sta progressivamente abbandonando il paese. Chi non muore se ne va.

Se avessero un visto concesso da un consolato, anche da un consolato di un paese limitrofo, Libano, Giordania, o Turchia, i profughi siriani potrebbero comprarsi un biglietto d’aereo. L’aereo potrebbero prenderlo a Beirut, o in un aeroporto turco, o greco. Ma ottenere un visto a Beirut è praticamente impossibile. Ad Ankara vuol dire aspettare otto mesi. Si fa prima ad attraversarla a piedi la Turchia.

Ecco perché intere famiglie sono costrette a percorrere a piedi migliaia di chilometri se vogliono raggiungere la terra promessa, il continente vecchio. Oppure, in alternativa, devono pagare. Pagare migliaia di euro a persona e rischiare la morte per asfissia in un camion senza aria. Quei 71 morti senza nome trovati sull’autostrada hanno sconvolto l’Austria e la Germania. Non solo nel mare che ne è diventato la frontiera, ma anche nel cuore d’Europa si muore di migrazione.

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© Alexandra Beier/Getty Images

Torniamo in stazione. Addetti al ricevimento: poliziotti, giornalisti, medici, cittadini comuni. La gara di solidarietà di questi ultimi è sincera e ammirevole. Qualcuno regala giocattoli. Altri biscotti e cioccolata, panini, Brezel e pezzi di torta. Tutto molto pacifico. I profughi li metteranno in un centro di prima accoglienza, forse in una palestra di scuola. Poi li sposteranno in una sistemazione più decorosa. E in Germania in fatto di accoglienza ai migranti la parola decorosa corrisponde al significato riportato nei dizionari. E poi qui siamo in Baviera. Con le folle ed i grandi numeri ci sanno fare. In nessun altro posto riuscirebbero ad organizzare la festa che attira milioni di turisti e ha reso la città famosa nel mondo.

Negli anni cinquanta, alla stazione di Monaco, di immigrati ne arrivavano a migliaia ogni giorno. Tutti uomini. Tutti con tanto di contratto di lavoro. Alcuni restavano in Baviera, molti ripartivano per gli altri Länder della Germania. Le quote erano già stabilite in base alle esigenze. All’inizio erano prevalentemente italiani, per vantaggio geografico. Poi si aggiunsero greci, turchi, spagnoli e portoghesi. La manodopera maschile tedesca mancava, decimata dalla guerra. A tutti venne dato un posto letto, inizialmente in baracche. Ma erano altri tempi.

Quei lavoratori, provenienti dalle regioni più povere del meridione d’Europa,li chiamarono Gastarbeiter, lavoratori ospiti. Dovevano rimanere solo per un tempo limitato, al più qualche anno. Con il tempo e con il benessere portato dal boom economico furono raggiunti dalle famiglie e si stabilirono definitivamente. I Gastarbeiter hanno contribuito a ricostruire la Germania e a trasformarla nella società multiculturale e nella locomotiva d’Europa che è.

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