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Photo by Christian R. Hamacher (Je suis Charlie)

di Valerio Polani

Smanetto frenetico il mio smartphone. Scorro il dito su e giù, imbambolato da uno schermo luminoso che ha il potere di distaccarmi dalla vita che mi scorre a pochi passi, e avvicinarmi a qualche altra vita lontana, in qualche altro posto chissà dove.

Zurück bleiben, bitte!

La U-Bahn è appena arrivata, e sta già per ripartire. Assisto allo scambio dei passeggeri, che come pedine degli scacchi invertono le loro posizioni vertiginosamente. C’è chi entra, c’è chi esce, chi rapido va a sedersi sul primo posto che si è liberato, chi immobile e imbambolato proprio come me, resta fisso nel suo mondo racchiuso in un quadratino luminoso extra-leggero.

L’odore del kebap e dei condimenti asiatici mi raggiunge anche qui, seduto sull’ultima sedia dell’ultima panchina della banchina della U8 di Alexanderplatz, dove mi hai detto di aspettarti.

Es liegt nicht an dir, es liegt an Berlin.

Questa, è l’unica frase scritta nel mega-cartellone che c’è al di là della banchina e che senza rendermene conto mi ritrovo ad osservare.

-Vero-, penso. Sorrido un po’, giusto appena.

Gli occhi di nuovo bassi e fissi immersi nel mio mondo, voci che scorrono e mi distraggono, sternburg vuote che rotolano fra piedi veloci ma attenti, che si intrecciano senza sfiorarsi mai.

8 minuti alla prossima U-Bahn.

Arriverai?

Il ticchettìo che scandisce i secondi dell’orologio sembra abbia la capacità di punzecchiarmi nella testa, è furbo, è come se gestisse il ritmo dei battiti del cuore che mi rimbombano nel petto. Sono al centro di un gioco che mi rende curioso e impaziente, tra razionalità e sentimento.

E mi piace.

La banchina tende pian piano a riempirsi di nuovo. Ancora una volta, vite di sconosciuti si accostano tra loro, aspettano respirando e sospirando nei momenti di attesa. C’è chi va a lavoro, chi invece ha appena fatto feierabend ed è sulla via del ritorno verso casa prima di uscire di nuovo per andare a bere qualcosa. C’è chi si è svegliato dieci minuti fa e ha appena iniziato a vivere la giornata, chi sta andando a dormire. Vite che sebbene così diverse, sembrano essere parte integrante della stessa in questo momento.

Più in là c’è Mika, il barbone che vende i giornali sulla metro per guadagnarsi un posto letto la sera al dormitorio, o almeno così dicono. È anonimo e sporco, sulle spalle ha uno zaino rosso e nero che pieno com’è non è stato possibile chiudere, che lo rende gobbo e sofferente ad ogni passo.

Si intravede una grande bottiglia di acqua all’interno, poi una scarpa forse.

Una volta gli diedi cinque euro, e gli dissi sbiascicando un tedesco di livello elementare “mangia qualcosa”. Lui mi disse ” Mika si ricorderà sempre di te”, scandendo parole pregne di pazzia e sorpresa. Da quel giorno mi sorride ogni qualvolta ci incontriamo in uno di quei vagoni gialli che sempre di più assomigliano alle nostre case, con un sorriso che nonostante tutto sa di vita e non di pena.

1 minuto.

U-Bahn in arrivo.

Mi alzo e mi aggiusto un po’ i capelli. L’attimo dopo, l’aria che contraddistingue l’arrivo della metro mi spettina ancor più di prima. Stavolta non me ne curo. -Pazienza-.

Le persone che mi ronzano intorno cominciano pian piano il magico gioco che si verifica ogni volta che la metro si appresta a fermarsi. Rapidi e furtivi passi verso la fine della banchina, sempre più vicino alle rotaie, cercando di guadagnare il posto migliore per entrare il prima possibile. Dopotutto, è un po come giocare al buio, da bendati per giunta.

Nessuno può mai saperlo davvero, ma è come se tutti quanti credessero di essere stati più scaltri degli altri, di aver guadagnato la miglior posizione, e dentro di sè se ne compiacciono.

Il serpentone giallo si ferma.

Uomini in giacca e cravatta con 24 ore nere e lucide nelle mani, hipster bassi e tarchiati dalle barbe lunghissime “appesi” in vestiti di seconda mano, mamme alla guida di passeggini enormi, e una montagna di uomo alto e rasato seguito da un cane microscopico che veloce sparisce via.

Io resto lì, aspettando di vederti scendere.

Controllo il mio handy, così lo chiamano qui il cellulare, ma nessuno mi ha cercato. Tantomeno tu.

Zurück bleiben, bitte!

Il fischio dell’aria a pressione e le porte che si chiudono di nuovo.

Arriverai?