© Moving Postcard / Luci Westphal
© Moving Postcard / Luci Westphal

di Luigi Huober

Nel febbraio prossimo gli italiani verranno nuovamente richiamati alle urne, per eleggere i propri rappresentanti, in vista delle Elezioni Politiche. Oltre ai residenti in Italia, beneficeranno del diritto di voto anche gli Italiani che hanno ufficialmente residenza all’estero.

Dal 2001, in seguito all’approvazione della legge 459/2001 (Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero), meglio conosciuta come “Legge Tremaglia“ , gli “Italiani all’estero” hanno diritto di eleggere i loro rappresentanti al Parlamento e di votare per i referendum. L’istituzione della Circoscrizione Estero, ha originato, nell’ultimo decennio, una serie di effetti giuridici e mediatici che forse lo stesso promotore della legge, un tempo Ministro degli Italiani all’estero non immaginava.

Il mondo degli italiani all’estero si è dimostrato piú grande e variegato di quanto ci potesse immaginare: una stima del Ministero degli Interni, riguardante gli iscritti all’AIRE, il Registro degli Italiani nel Mondo, comunica che nei 5 continenti vivano circa 4 milioni di Italiani. Naturalmente, le cifre valgono solo se ci soffermiamo a parlare di italiani che sono nati in Italia, e che per motivi di lavoro o per semplice scelta di vita hanno deciso di emigrare in un altro paese. E dei loro figli.

Ma l’ampliamento della definizione di cittadino Italiano data dalla Legge 459, applicata in modifica dell’art. 48 della Costituzione, seppur applicabile quasi esclusivamente ai quattro milioni di italiani nel mondo, ha aperto una finestra su un mondo quasi dimenticato, quello degli italiani nel mondo, o meglio, sui suoi discendenti, che a conti fatti, rappresentano un’altra Italia, soprattutto dal punto di vista numerico.

Le cifre sono impressionanti: in alcune zone geografiche la concentrazione di oriundi italiani è estremamente rilevante: Buenos Aires con i suoi tre milioni di oriundi e New York con quasi quattro milioni sono in pratica più italiane di Roma. Nello stato di Sao Paulo in Brasile, vivono 15 milioni di oriundi (5 milioni nella sola megalopoli). Alcune città sono praticamente „italiane“. Lì si parla una lingua autoctona utilizzata da circa cinque milioni di persone e capita da almeno 10 milioni: il Taliàn.



In pratica, sparsi nel mondo vivono circa 60 milioni di discendenti oriundi: un’altra Italia. A ogni tornata elettorale, però, si rinnovano le polemiche sulle inadeguatezze della legge che assegna diritti politici attivi e passivi ai cittadini residenti fuori d’Italia. Ma chi sono realmente gli “altri” italiani? Per chiarirci le idee sul concetto di Italiano nel Mondo, abbiamo fatto alcune ricerche, e soprattutto contattato il centro di ricerca AltreItalie, che fa dello studio degli Italiani nel mondo e dei loro discendenti il proprio lavoro principale.

Il Centro Altreitalie si propone come “luogo di ricerca, incontro, cooperazione culturale nel campo delle migrazioni italiane e delle comunità di origine italiana nel mondo“. Gli studi del Centro Altreitalie vengono pubblicati sull’omonima rivista scientifica. La pagina web del Centro Altreitalie, offre, oltre ad una serie di interessanti pubblicazioni, anche link utili per la ricerca delle comunità italiane esistenti nel mondo e la possibilità di accedere a testimonianze storiche, anche multimediali, di facile accesso, riguardanti l’emigrazione italiana moderna.

Alvise Del Pra’, redattore della rivista Altreitalie, nonché ricercatore presso l’omonimo centro, è un esperto conoscitore della realtà italotedesca, ed in particolare della realtà e della storia degli Italiani a Berlino.
In un suo interessantissimo studio del 2006, alle origini della „nuova migrazione“ verso la capitale tedesca, intitolato “Giovani italiani a Berlino: nuove forme di mobilità europea“, e pubblicato nel Numero 33 della rivista “Altreitalie“, Del Pra’ traccia una linea netta che crea una distinzione tra un vecchio tipo di emigrazione ed un tipo moderno. E sono proprio i protagonisti della moderna emigrazione italiana a crearla, con i loro stili di vita estremamente differenti. Restano comunque molte cose in comune tra il passato ed il presente.

Dott. Del Pra’, che cosa differenzia l’italiano che emigra all’estero oggi da quello di ieri e dai suoi figli e nipoti?

La prima differenza che salta all’occhio naturalmente è il livello d’istruzione. Gli italiani emigrati negli ultimi anni spesso sono diplomati, laureati e in alcuni casi hanno un’istruzione anche superiore. Cambiano anche le mete, o meglio, a quelle classiche si aggiungono nuove destinazioni come la Spagna o l’Irlanda, in particolare prima dell’inizio della crisi economica. Nel caso della Germania gli italiani negli anni sessanta e settanta erano diretti verso i bacini industriali della Ruhr, verso la Baviera, il Baden-Würtenberg e così via. Si trattava per lo più di operai non specializzati che venivano impiegati nell’industria manifatturiera o edile. Berlino ad esempio a quell’epoca aveva ormai perso la sua capacità industriale a causa soprattutto di questioni infrastrutturali.

Non bisogna dimenticare che Berlino ovest era una specie di isola, raggiungibile solo tramite i corridoi autostradali oppure per vie aeree. In mancanza di posti di lavoro nel settore industriale, l’odierna capitale non rappresentava un polo d’attrazione per la tipologia d’emigrazione italiana di allora. Negli ultimi anni del ‘900 cambiò tutto. Cambia il livello di istruzione, cambiano le regioni di origine di chi lascia la penisola. I migranti del secondo dopoguerra provenivano quasi esclusivamente dalle regioni meridionali. E sono diverse anche le cifre, ben inferiori a quelle degli anni sessanta e settanta. Le nuove mete ora sono soprattutto legate al terziario. I nuovi migranti italiani lavorano nel settore dei servizi e per questo Berlino, dagli anni novanta ad oggi, si è riproposta come città meta di immigrazione europea, in quanto centro di servizi, insieme ad altre città tedesche come Amburgo, Monaco e altre. In effetti, se andiamo ad osservare gli italiani che vivono a Berlino, scopriamo che la maggior parte sono “nuovi arrivati“.

Che cosa intende come “nuovi arrivati”?

In realtà c’era già una piccola comunità di italiani a Berlino, fin dall’ inizio del ‘900. Poi partire dagli anni settanta Berlino ovest inizia ad attrarre una cosiddetta „drop migration“ dall’Italia, composta da giovani incuriositi dalla vivace offerta culturale e politica di quegli anni. È il periodo delle WG di Bowie, Iggy Pop, Lou Reed e così via. In alcuni casi, tra gli italiani troviamo anche dei personaggi attivi nella politica italiana negli anni di piombo che decidevano di cambiare aria.
Negli anni ‘90 arriva un contingente di operai edili italiani che lavorano nei grandi cantieri della riunificazione. Peró si trattengono per poco tempo. Arriviamo poi alla fine degli anni novanta, quando il numero dei giovani italiani inizia a crescere nell’ordine di un migliaio ogni anno. Si tratta di giovani provenienti da tutta Italia attratti dalla qualità della vita, dagli affitti bassi e dall’offerta culturale della capitale tedesca.

Nel suo lavoro ha dato, in tempi non sospetti, una descrizione di varie categorie di Italiani: le potrebbe riassumere in breve?

Sì, nel mio lavoro mi sono ispirato ai testi di Edith Pichler, che definiva i nuovi immigrati come „Neue Mobile“, per differenziarli dalle migrazioni del dopoguerra; in italiano „nuovi mobili“, un termine che puó sembrare rubato
all’IKEA. In ogni caso, ho cercato di analizzare i diversi gradi di integrazione e le diverse tipologie: ci sono italiani che vanno completamente allo sbaraglio, giovani che dopo il diploma o dopo gli studi senza conoscere una parola di tedesco partono all’avventura attirati dalla vita culturale e musicale; creativi, artisti; fino ad arrivare a quelli più integrati che conoscono la lingua e lavorano in studi d’architettura, grandi aziende e via dicendo. Il tutto è caratterizzato da molte fasi intermedie. È chiaro che categorizzare in questo campo è sempre un po’ complicato. Quello che accomuna le nuove migrazioni, quelle che sono cominciate dall’inizio della crisi, è che esse sono molto legate ad un’idea di „fuga“ non più dettata essenzialmente dalla fame, come nel secondo dopoguerra, ma da motivazioni comunque attinenti al lavoro. Si tratta di una fuga strettamente correlata al desiderio di realizzarsi professionalmente.

Il Centro Altreitalie compie un lavoro di ricerca molto importante: ci sono delle attività in corso?

Il Centro Altreitalie/Globus et Locus svolge studi e ricerche nel campo delle migrazioni italiane nel mondo. Al momento stiamo portando avanti un progetto di ricerca sulla migrazione contemporanea italiana. Si tratta di un’indagine internazionale che si prefigge di monitorare e “fotografare” gli italiani che a partire dal 2000 hanno deciso di trasferirsi all’estero. In pratica è composta da una parte più qualitativa (un questionario al quale si accede online), che si basa sulle raccolta di storie di vita attraverso la registrazione di interviste in profondità con esponenti delle nuove mobilità, e poi una parte più statistica, che è la più complessa. Il problema maggiore nello studio delle nuove mobilità riguarda proprio riuscire a reperire dei dati attendibili.

Al momento non esiste un registro valido degli italiani all’estero. L’anagrafe degli italiani all’estero, l’AIRE, riesce a coglierne meno della metà, nel senso che un italiano su due non si iscrive. Inoltre la mancanza di frontiere in Unione Europea contribuisce a “nascondere” la popolazione che si muove da un paese UE all’altro. Si pensi che manca ancora un registro unificato europeo nonostante in passato sia stato fatto qualche tentativo in tale direzione. Per ovviare a questo problema stiamo raccogliendo i dati dagli uffici statistici nazionali dei vari paesi nel mondo spaziando dalla Cina agli Stati Uniti. Per fare un esempio, si pensi che le stime italiane parlano di un flusso in uscita dall’Italia intorno alle 50.000 unità all’anno. Ma nella sola Germania, secondo il Statistisches Bundesamt nel 2011 sono arrivati 28.070 italiani.

La differenza nasce dal fatto che per lavorare nei paesi di destinazione bisogna registrarsi presso le autorità competenti, mentre spesso si continua a mantenere parallelamente la residenza in Italia. I paesi scandinavi per esempio registrano tre volte il numero degli italiani rispetto a quanto fa l’AIRE. Se mi permette una battuta, nei paesi scandinavi non puoi neanche andare al bagno se non sei registrato. Di conseguenza le cifre fornite dagli istituti statistici di quei paesi possone essere ritenute piú attendibili.

Il problema dell’integrazione sembra attualmente colpire le comunità italiane in Germania e, marginalmente, anche a Berlino: inoltre da alcune stime pubblicate dalla Zeit nel 2010 e riprese da altre testate, la comunità italiana nel resto Germania, per altro socialmente ben integrata, sembra soffrire di un grande problema relativo all’istruzione. A Berlino, invece, la situazione pare essere diversa…

È importante differenziare tra il contesto tedesco in generale ed il contesto berlinese in particolare. In Germania c’è un grave problema di integrazione delle seconde e terze generazioni italiane. A giudicare dai risultati scolastici i figli degli italiani degli anni ’60 e ’70 sono messi molto male. Le motivazioni sono però varie: una tra le tante ipotesi sostiene che gli italiani si siano letteralmente infilati in una serie di nicchie economiche „etniche“ che spaziano dall’enogastronomia ad una serie di piccole imprese di stampo familiare e non sembrino interessati ad ottenere un’effettiva mobilità sociale.

Lavorano e non stanno affatto male dal punto di vista economico, certo. Ma fa comunque impressione vedere come il figlio di un immigrato italiano a Colonia o nella Ruhr abbia delle enormi difficoltà nell’accedere agli studi universitari. Un’altra motivazione sembrerebbe dipendere dal sistema scolastico estremamente selettivo che si riscontra in molti Bundesländer e che tende a discriminare i figli di genitori non madrelingua tedesca. Anche se non spiega come mai gli italiani di seconda o terza generazione siano messi peggio dei figli di cittadini turchi, arabi o dell’ex Jugoslavia.

A Berlino è diverso: dipende dal fatto che è meta di un altro tipo di immigrazione, con un livello d’istruzione maggiore… è chiaramente più facile avere un’istruzione superiore se sei figlio di genitori laureati. Vorrei però aggiungere che sarebbe riduttivo parlare dell’emigrazione di questi anni solamente in termini di individui altamente qualificati. Perché se è vero da un lato che cresce il numero dei laureati che lasciano l’Italia, è anche vero che, dall’altro, c’è un flusso costante di lavoratori non qualificati che lasciano l’Italia utilizzando o riattivando le cosiddette catene migratorie del dopoguerra, che collegavano paesi del meridione d’Italia con diverse località in Germania.

La strage di di Duisburg ha mostrato l’esistenza di legami ancora molto stretti tra località in Italia e in Germania, anche se in chiave negativa. In quell’occasione purtroppo molti media tedeschi sono incappati nell’errore della facile equazione “immigrazione uguale mafia”. Numerosi studiosi del fenomeno mafioso invece hanno da tempo dimostrato l’inconsistenza di tale correlazione. Basti pensare alla Costa Brava dove le cosche mafiose da tempo penetrano il tessuto imprenditoriale nonostante la quasi assenza di migrazione italiana.

Lei ha vissuto a Berlino per molti anni: ritornerebbe a vivere nella capitale tedesca?

Berlino ce l’ho nel cuore: ci ho vissuto per sei anni e ho studiato un periodo alla Humboldt, sono cresciuto in un contesto bilingue trascorrendo la mia infanzia tra Austria e a Francoforte sul Meno. Ogni volta che ci rimetto piede, nonostante gli enormi cambiamenti che la stanno caratterizzando gli ultimi anni, penso sempre che sia uno dei luoghi più interessanti al mondo, una città dove vivrei volentieri.