“Crucchi” contro “Itaka”, storia di un duello verbale senza confini

14 February 2013

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Due vecchie copertine del Der Spiegel

Due vecchie copertine del Der Spiegel

di Miriam Franchina

Per mia nonna, classe 1911, tutto ciò che era “cruco” aveva un quid di oscuro e maligno. Del resto, era sopravvissuta a due guerre mondiali, anche se non se ne rendeva ben conto, perché per lei erano solo e soltanto “la guera”, e i “cruchi” i cattivi. A merenda, una volta, cercai di mostrarle che il Sole se ne sta fermo e noi giriamo, così come la maestra ci aveva convinti, ma mi zittì ammonendomi di non parlare “tudesc”, che per lei queste spiegazioni tortuose erano incomprensibili.

In “tudesc” erano anche le carte che riceveva puntualmente ogni mese, cinquanta euro di pensione di reversibilità per gli anni che il nonno (per me solo una foto sbiadita alle pareti) aveva passato in qualche fabbrica per poter tirar su sette figli, perché in provincia di Bergamo allora a parte qualche filanda e fonderia non c’era poi molto.

Insomma, niente da fare: ogni volta che captava una lingua che non fosse bergamasco o italiano, mia nonna la bollava come “cruco”, lei che in viaggio di nozze era stata a Monza (anzi, “Monsa”) col tramvai. Inutile che la badante polacca le ricordasse che lei di tedesco non aveva proprio nulla, anzi che i “Niemcy” (i “muti”, come li designano gli slavi) le stavano proprio poco simpatici, per lei era un “hic sunt leones”, la constatazione di un’alterità talvolta invalicabile, quasi un sinonimo di “terú”.

Pare che “crucco” sia un’italianizzazione del croato “kruh”, ovvero pane. Gratta, gratta, sotto gli epiteti spesso si trova una guerra, e nella Prima Mondiale i nemici erano gli “austriaci”, per estensione “tedeschi”. A ben guardare, però, nelle fila “austriache” militavano quelli che oggi sono ungheresi, sloveni, cechi, polacchi (nel plurinazionale impero ognuno rivendicava la paternità della Wiener Schnitzel, o cotoletta milanese, o Zagrebalska).

E capitava che sul fronte italiano a combattere fossero i croati, già in passato prodi militari al servizio dell’imperatore. La vulgata dice che, fatti prigionieri, reclamassero “pane”, e da allora, chi è tedesco è crucco. È comodo per chi viene dalle mie parti perché fa rima con “gnucco”, cioè testardo e poco flessibile. Simpatico constatare che i croati si riferiscono ai tedeschi con “Swabski”, in realtà i soli svevi, che da sempre praticano incursioni più pacifiche lunghe le loro coste a colpi di case-vacanza.

Stando in tema bellico, si trova ancora qualche tedesco che si lamenta dei “treulose Tomaten”, i pomodori sleali, ovvero gli alleati italiani che nella seconda guerra mondiale cambiarono fronte. Prima erano gli Itaker o Itaka (italienische Kamaraden), termine che torna utile specie in tempi di guerre calcistiche, quando basta un pallone per risvegliare i rancori sopiti nel tempo. Più comune è “Spaghettifresser”, a cui noi non rispondiamo con “Mangiawurstel”, forse perché ci han giá pensato gli inglesi coniando “Kraut”, o forse perché degli spaghetti, in fondo, ci facciam vanto, e culinariamente ci insidiano più da vicino i rinomati “mangiarane”. Con loro ci disputiamo anche la palma di ambasciatori di moda, insomma a “voltagabbana” a “Dolce & Gabbana”.

Spulciando la rete, pare che un altro termine per italiani sia “Welsche”, passe-partout con cui i germani designavano i popoli di lingua romanza e che farebbe il paio con il “Wlochy”, termine ufficiale per “italiani” in polacco (e quasi omofono di Wlochaty, pelosi, ma forse è solo un caso). I tedeschi di giù, gli svizzeri, fra i pascoli alpini giocavano a morra e cosí preferiscono riferirsi a noi come i “tschingg”, che strano a dirsi, ma suona “cing”, come le forme dialettali per “cinque”.

Del resto, ci sarebbe da chiedersi perché “tedesco” e non “germano”, e andando a ritroso l’etimologia riconduce a “theudo”, “popolo”, contrapposto alle élites che blateravano in un incomprensibile latino. Parola che ben presto si confuse con teutone, che originariamente indicava solo danesi e altre genti molto settentrionali, ma guerrieri talmente abili, da generare furor teutonicus negli scrittori romani.

Nemmeno sull’origine della nostra “Italia” c’è unanimità, e viene solo da pensare che, in fondo, aveva ragione mia nonna, è tutto una tudescata e a furia di voler cercare le radici delle parole, ci si perde in una foresta talmente fitta, che si può solo provare a convincerci che siam tutti figli di Adamo. Beandoci della diaspora babeliana, e magari tacendo a mia nonna buonanima, che forse Bergamo deriva da Berg Heim.

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