Gengis Khan e il mondo dei Mongoli – una mostra per cambiare prospettiva
Poche figure riescono a rendere palpabile il concetto di “eurocentrismo” come quella di Gengis Khan. Per noi, è sinonimo di distruzione, conquista brutale, violenza e barbarie. Certamente non ci viene in mente di celebrarlo nell’anno domini 2026, che è invece l’anniversario della morte di San Francesco d’Assisi. Per il popolo mongolo, invece, è sinonimo di grandezza, di crescita, di evoluzione nella storia. In occasione della conferenza stampa di presentazione della mostra “Gengis Khan e il mondo dei Mongoli” alla James-Simon Galerie, Chuluun Sampildondev, direttore generale del Museo Nazionale di Gengis Khan a Ulan Bator, l’ha definito il più grande “amico del popolo Mongolo”, arrivando a dire che, per alcuni, è addirittura il Buddha. E, incidentalmente, nel 2026 ricorrono gli 800 anni dalla sua morte.
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“Gengis Khan e il mondo dei Mongoli”
A partire dal 21 di ottobre, all’isola dei musei, sarà possibile visitare una mostra archeologica che offre a noi occidentali un’opportunità rara: quella di esplorare il punto di vista di una cultura completamente diversa dalla nostra, che sovverte i ruoli di conquistatore e conquistato e che ci permette di guardare all’enorme complessità di quello che è stato il più grande impero della storia, più vasto dell’Impero Romano, più multiculturale dell’Unione Sovietica, con conseguenze che possiamo leggere ancora oggi nelle tracce della storia, anche molto lontano dal Paese che oggi identifichiamo come Mongolia.

Statua di un principe o dignitario, con stendardi di crine di cavallo noti come “tugs”. XIII secolo. Ritrovato a Tavan Tolgoi, Ongon soum, provincia di Süchbaatar, Mongolia.
L’incredibile storia di Temüjin
Pochi sanno che “Gengis Khan” non è un nome, ma un attributo collegato a un titolo.“Khan” è infatti la parola che indica il regnante e, accanto a “Gengis” significa “sovrano vasto come l’oceano”. Questo fu il titolo onorifico attribuito a Temüjin nel dicembre del 1206, dopo che il figlio di una famiglia povera e per nulla potente era riuscito a salire al potere, a unificare le tribù mongole e ad affermarsi come leader supremo. E “vasto come l’oceano” lo divenne davvero, perché il suo impero si affermò attraverso la sottomissione militare dei popoli vicini, un’espansione continua e inarrestabile, che lo portò a coprire la distanza inconcepibilmente vasta che va dalla foce del Danubio all’attuale Corea e alla Cina.

Abbigliamento cerimoniale di una Khatun (nobildonna o imperatrice), XIII-XIV secolo.
Ritrovato a Tavan Tolgoi, Ongon soum, provincia di Süchbaatar, Mongolia.
Non per niente, il libro che il direttore del Museo di Preistoria e Protostoria dei Musei Statali di Berlino Matthias Wemhoff ha scritto insieme alla sceneggiatrice televisiva Gisela Graichen, si chiama “Gengis Khan – Il principe dell’infinito”.
La mostra: dalle guerre in Europa alla vita nella steppa
La mostra è articolata in più spazi, che permettono di immergersi in aspetti diversi della ricchissima cultura che fu parte dell’impero mongolo, una cultura che si arricchiva dei saperi e delle caratteristiche dei popoli conquistati. Si parte dalle cose che ci sono più vicine: dalle battaglie in Europa, che videro l’esercito mongolo vittorioso in quelle che oggi sono la Germania, la Polonia e l’Ucraina. Fra i reperti originali non mancano le armature, le lance, le frecce con gli archi e, naturalmente, le selle per i cavalli. Il cavallo, infatti, è l’animale simbolo della cultura mongola: forte, autonomo, affidabile, inarrestabile in guerra, facile alla convivenza in tempo di pace, è ancora oggi un compagno inseparabile per una buona parte della società mongola.

Ricostruzione dell’interno di una yurta mongola.
Ci si sposta poi all’interno di una tomba, che ospita pregevolissimi esempi di artigianato. Ci sono i guardiani, figure votive che proteggono il riposo del defunto, ma ci sono anche i simboli più importanti della sua vita nella società d’origine: cavalli e cammelli, donne e guerrieri.
Emergendo dalla semioscurità della sepoltura, ci si ritrova nella steppa, dove si impara a conoscere la vera complessità dell’impero mongolo e del cuore di questa civiltà. C’è una yurta perfettamente ricostruita, certo: la casa mobile che esiste ancora oggi e che permette a una popolazione nomade di garantirsi una certa stabilità, pur spostandosi da un luogo all’altro, ma c’è anche la storia di una grandissima città, Karakorum, sede del palazzo del Gran Khan. È qui che impariamo a conoscere quello che, da una prospettiva europea, solitamente ignoriamo, per esempio il fatto che, in questa fase della storia, si avviarono comunicazioni importantissime fra le culture. Le iscrizioni ritrovate sulle numerose stele dell’epoca, infatti, riportano alfabeti diversi, spesso recando lo stesso messaggio in più lingue: c’è il mongolo così come ci sono i caratteri cinesi e quelli arabi, ci sono tracce della cultura persiana e dei popoli turchi e uiguri.

Selle mongole – IV/VI secolo. Ritrovamenti di Urd Ulaan Üneet, Mjangad soum, provincia di Chowd, Mongolia.
E i reperti non sono certo solo militari, ma anche artistici, religiosi, culturali e legati alla vita di ogni giorno. Accanto agli archi e alle frecce ci sono gioielli e statue votive, accanto ai coltelli e agli elmi ci sono giocattoli, maioliche e stoviglie.

Oracolo di ossa di pecora. Reperto moderno che testimonia una pratica tradizionale.
La leggenda di Temüjin
Fra i reperti troviamo anche una manciata di ossicini di pecora, che avevano una funzione divinatoria, simile a quella degli oracoli che, in Europa, si leggevano nelle interiora degli uccelli. Una leggenda narra che, quando nacque, Temüjin venne alla luce con il pugno stretto. Nell’aprirlo, i genitori videro che il neonato stringeva nella manina un grumo di sangue. Stupiti e atterriti da questo dettaglio, mandarono a chiamare uno sciamano, per sapere se si trattasse di un presagio di fortuna o di sventura. Lo sciamano consultò l’oracolo delle ossa di pecora e concluse, senza alcun dubbio, che quel grumo di sangue chiuso nel piccolo pugno annunciasse per il bambino un futuro glorioso, che lo vedeva destinato a diventare il più grande Khan di tutti i Mongoli.



