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La mente è un luogo da abitare: il mondo di LUDO

Oggi vi presentiamo un talento emergente che non potevamo lasciarci sfuggire: LUDO, giovane musicista italiana trasferitasi a Berlino, ci ha conquistato con il suo stile unico, capace di fondere electronic indie pop, influenze jazz e una scrittura musicale dal sapore inconfondibilmente cinematografico. Violoncellista e compositrice per formazione, LUDO si prepara a presentare al pubblico berlinese il suo album d’esordio, “Sleep Inside My Head“, frutto di due anni di lavoro e registrato a Parigi, un disco che esplora temi come la memoria e lo spazio emotivo, quello che ci diamo il permesso di conoscere e quello che rimane fuori dal nostro campo visivo, raccontando la mente come un luogo da abitare, in cui rifugiarsi o perdersi. 

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Il 25 giugno, presso lo Studio db di Berlino (Uferstraße 8-11, 13357), l’artista trasformerà il lancio del disco in un’esperienza immersiva e multidisciplinare dal titolo “Where Do You Want To Sleep?“, realizzata in collaborazione con la fotografa e artista visiva Matildemaat. Attenzione, non dovete immaginarvi un semplice concerto, ma un’installazione che unisce performance live, fotografia, video e un lavoro raffinato su atmosfere e ambientazioni, il tutto pensato per permettere al pubblico di entrare fisicamente nel mondo emozionale dell’album, vivendolo come spazio collettivo da attraversare più che come musica da semplicemente ascoltare. Abbiamo incontrato LUDO per farci raccontare il suo percorso, la genesi di questo progetto e cosa significhi, per lei, trasformare un disco in un’esperienza da vivere insieme.

Qui potete ascoltare una delle tracce dell’album di LUDO “Sleep Inside My Head“.

Cominciamo dalla tua storia: come sei arrivata a Berlino e come ti sei inserita nella scena musicale Berlinese? Che cosa ti ha dato e che cosa ti ha tolto questa città?

Sono arrivata a Berlino dopo averla sognata molto, come succede a tante persone che scelgono di trasferirsi qui. Prima ho vissuto sei anni della mia vita a Parigi, che ancora oggi considero casa, ma sentivo il bisogno di un cambiamento: cercavo forse un contesto più internazionale, un posto in cui fosse normale incontrare persone che, come me, avevano cambiato città, paese e vita più volte.

Avevo voglia di concedermi una nuova esperienza senza troppe aspettative, di rimettermi in gioco e costruire qualcosa partendo da zero. Per me ricominciare in un luogo nuovo è sempre stato un modo per conoscermi meglio.

Credo che Berlino mi stia dando soprattutto la possibilità di esplorare, creare e fare tante cose che amo senza paura del giudizio. Mi ha dato spazio, sia personale che artistico.

Allo stesso tempo, forse mi ha tolto alcune certezze. È una città molto libera, ma proprio per questo a volte può essere dispersiva: ti obbliga a trovare da solo la tua direzione e il tuo equilibrio.

Tu nasci come violoncellista e nelle tue sonorità si sentono tantissimo le influenze del jazz, ma anche tante suggestioni elettroniche e fortemente cinematiche. Gli strumenti nelle tue composizioni arrivano a strati, ognuno aggiunge un velo di atmosfera. Ci racconti come nasce una composizione? Da quali elementi ti piace partire?

Mi piace sempre partire dall’idea narrativa: cosa voglio raccontare e come voglio farlo. Gli strumenti diventano po’ dei “tools”, nel senso più ampio del termine.

Quasi mai parto dal violoncello, anche se ovviamente è lo strumento che mi accompagna da più tempo e che ha decisamente formato molto il mio modo di ascoltare e scrivere. Spesso mi interessa più creare un mondo sonoro e poi capire quali elementi possono abitarlo.

Ho una piccola tastiera a due ottave che porto spesso con me e, in realtà, tantissimi brani nascono proprio lì!

Per la presentazione del tuo disco, il suono sarà tradotto in spazio, un “paesaggio emotivo” diventerà un ambiente fisico. In concreto, come avviene questa traduzione? Ci sono state specifiche scelte sonore che si sono tradotte in scelte decorative o di costruzione dell’installazione?

Direi che è stata soprattutto una ricerca del punto di incontro tra il mio universo musicale e uno spazio fisico e visivo. Non volevo necessariamente fare una traduzione letterale del tipo “questo suono diventa questo oggetto”, ma piuttosto capire come le stesse sensazioni potessero esistere in un’altra forma.

L’universo sonoro dell’album è stato il primo tassello da cui siamo partiti: le atmosfere, le dinamiche, i contrasti tra elementi più organici e altri più elettronici. Abbiamo cercato di ricreare la stessa dimensione emotiva attraverso materiali, luci e dettagli decorativi, come se la persona che entra nell’installazione potesse trovarsi fisicamente dentro il paesaggio che normalmente esiste solo nell’ascolto.

Per questa presentazione collaborerai con la fotografa Matildemaat, che lavora sugli spazi come “archivi viventi” e viene da un background legato alla storia e all’archeologia. Il tuo album, invece, considera la mente come un luogo in cui viviamo e in cui ci perdiamo. C’è una relazione fra questi due approcci all’esplorazione e allo “scavare” nel passato e nella memoria? C’è stato un momento in cui il suo modo di guardare ha cambiato il modo in cui ascoltavi le tue canzoni?

Questa domanda è interessante perché io e Mati veniamo da universi artistici molto diversi e abbiamo due identità artistiche molto diverse, però credo che il punto d’incontro di questo progetto sia proprio il rapporto con lo spazio, con la memoria e con i luoghi.

Mati fotografa spesso spazi abbandonati e io trovo molto forte l’idea che una casa o un edificio possano in qualche modo assomigliare alla nostra mente. Sono luoghi che cambiano, che conservano tracce di quello che è successo, che possono essere pieni di stanze dimenticate o parti in cui non entriamo più da tempo. Entrambe lavoriamo su luoghi che hanno una storia. Lei esplora spazi fisici, io forse cerco di esplorare spazi più interiori. 

L’album è stato registrato a Parigi, mentre l’installazione viene allestita a Berlino. Il fatto che la città in cui un’opera viene realizzata sia diversa da quella in cui viene vissuta ha influito in qualche modo sulla trama emotiva del lavoro?

È una cosa a cui ho pensato molto solo dopo. Quando ho registrato l’album a Parigi non immaginavo necessariamente che avrebbe poi preso questa forma a Berlino, quindi credo che il rapporto tra queste due città sia nato in maniera abbastanza naturale. 

Parigi è stato il luogo in cui questo disco è nato, una città che per me rappresenta una parte importante della mia storia e della mia identità.

Berlino invece è arrivata in un altro momento, e penso che in qualche modo vada bene così. Mi piace l’idea che un progetto possa nascere in un luogo e poi trasformarsi altrove, seguendo anche i cambiamenti della persona che lo ha creato.

Un album è un’opera d’arte che resta nel tempo e che può essere fruita in qualsiasi momento, mentre l’installazione che verrà creata per la presentazione esisterà per una sola sera e in un solo luogo. È una scelta specifica quella di creare un’opera effimera per accompagnarne una permanente? Che cosa ti auguri che il pubblico porti con sé, da questa esperienza?

Mi piace molto questo contrasto tra qualcosa che rimane nel tempo e qualcosa che invece esiste solo per una sera. Penso ci sia qualcosa di prezioso nelle esperienze che richiedono la nostra presenza in un momento preciso. Viviamo in un periodo in cui abbiamo sempre meno tempo, siamo sempre di corsa e pieni di stimoli, quindi scegliere di fermarsi per guardare un concerto, visitare un’installazione o semplicemente vivere qualcosa con attenzione diventa quasi un gesto importante.

Il fatto che questa installazione esista solo per una sera, in qualche modo, ti invita a ritagliarti del tempo per esserci. Spero che le persone si portino dietro soprattutto questo:

l’idea di essersi prese un po’ di tempo per qualcosa che gli è piaciuto, che hanno trovato bello vedere e ascoltare.

Potete seguire LUDO anche su Instagram!

L’appuntamento è per il 25 giugno alle 19.00, allo Studio db di Berlino (Uferstraße 8-11, 13357)

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