Ritratto di Anne Frank con la kefiah: polemiche per la mostra a Potsdam
Una mostra nel museo FLUXUS+ di Potsdam sta suscitando un acceso dibattito a causa di una particolare opera dell’artista italiano Costantino Ciervo. Il quadro in questoine raffigura Anne Frank con una kefiah sulle spalle e fa parte di una più ampia narrazione sul dramma dello sterminio della popolazione civile di Gaza. Due associazioni hanno già espresso critiche formali e tacciato l’opera di antisemitismo.
Critiche delle associazioni tedesche e israeliane
Il Circolo degli amici di Yad Vashem si è espresso in merito venerdì scorso. Prima ancora, la Società tedesco-israeliana aveva manifestato contrarietà. Entrambe le organizzazioni contestano l’immagine presente nella rassegna intitolata “Comune”.
Kai Diekmann, alla guida del Circolo degli amici di Yad Vashem, sostiene che l’opera manipoli la storia di una vittima ebrea del nazismo e afferma che presentare Anne Frank come palestinese equivarrebbe a identificare gli israeliani con i nazisti. Una trasposizione che, a suo avviso, supera i confini dell’antisemitismo. Volker Beck, presidente della Società tedesco-israeliana, ha presentato denuncia formale agli organizzatori della mostra con l’accusa di svilire il dramma dell’Olocausto.
La posizione del museo e dell’artista italiano
FLUXUS+ non ha rimosso l’opera di Ciervo, parte del progetto multimediale “Comune – Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”. La mostra è iniziata a novembre e continuerà fino all’inizio del 2026. L’ispirazione per questo progetto sarebbe la teoria della moltitudine elaborata da Antonio Negri.
Per Ciervo, l’arte rappresenta una forza produttiva, che oltrepassa i confini nazionali, le logiche di mercato, le rappresentazioni tradizionali. Il progetto sviluppa quello che lui definisce “un pensiero visivo della resistenza”.
Tecnologia e pittura nella costruzione dei “gemelli”
Il processo artistico di Ciervo prevede l’uso dell’intelligenza artificiale. L’artista parte da ritratti di persone palestinesi, che l’IA trasforma in figure che risultano simultaneamente palestinesi e israeliane. Questi “gemelli visivi” diventano poi dipinti realizzati a mano con acrilico su tela.
La serie comprende nove tele di grande formato. Ogni opera è esposta insieme ai prompt che hanno guidato la trasformazione algoritmica, ricercando un dialogo tra strumento digitale e gesto manuale.
Mappe storiche e lettura del conflitto mediorientale
Ciervo ricostruisce quella che definisce la topografia dell’espropriazione, partendo dalle mappe storiche della Palestina, sulle quali si sovrappongono allegoricamente strati che corrispondono ai rivolgimenti storici, ai cambiamenti violenti che hanno piagato questo territorio. L’artista inserisce la sua pratica nella tradizione dell’arte politica Fluxus e dell’estetica materialista. L’arte diventa spazio costitutivo del comune. Lavoro, migrazione e memoria generano forme di solidarietà. “Credo in un mondo senza confini, ma non sono un utopista”, dichiara Ciervo.
Il progetto sostiene che il conflitto mediorientale non abbia radici religiose, ma sia un prodotto dell’ordine mondiale capitalista.
Guerra, economia e l’immagine di Anne Frank con la kefiah
In realtà, solo due delle nove opere affrontano il tema della guerra in modo diretto. Nel primo dipinto, due galli si fronteggiano in un duello sullo sfondo, mentre in primo piano domina un carro armato costruito con banconote da un dollaro.
Il secondo quadro mostra un soldato statunitense che sta per lanciare un drone. La sua postura ricorda l’iconografia del Cristo crocifisso. Attorno alla figura centrale si dispongono scene simboliche: Gaza in fiamme, una madre con mini-hijab che stringe il corpo senza vita del figlio avvolto nel telo funebre islamico. Un’altra donna in abiti tradizionali palestinesi cerca di confortarla.
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Completano la composizione un grafico azionario in ascesa con monete d’oro alla base, soldati che coordinano attacchi al computer, la ricorrente presenza del drone. Simbolo della distanza emotiva e dell’automatizzazione della violenza contemporanea. È però l’opera conclusiva a creare il maggiore impatto simbolico. Anne Frank viene ritratta mentre scrive il suo celebre diario su un iPad, con indosso una kefiah palestinese. È evidente la sovrapposizione tra Shoah e Nakba, tra l’Olocausto degli ebrei in Europa e la prima, grande tragedia che diede inizio al massacro della popolazione palestinese e a una delle diaspore più durature e dolorose dell’ultimo secolo.
Nel sito del museo, la mostra viene descritta come tentativo di far emergere connessioni invisibili tra culture e identità.
Le immagini di tutte le opere della mostra sono visibili qui.



