Julia Deck: ‘Non ho scritto per guarire dal dolore, ma per capire’
(Adnkronos) – «Abbiamo meno paura della morte perché non ne parliamo? Non ne sono sicura». La domanda di Julia Deck, scrittrice francese vincitrice della XVI edizione del Premio Lattes Grinzane 2026, racchiude uno dei significati più profondi di “Ann d’Inghilterra” (Adelphi, traduzione di Yasmina Melaouah): la necessità di guardare in faccia ciò che ci spaventa, senza nasconderlo dietro il silenzio, le convenzioni o le parole rassicuranti. La malattia, la perdita, la fragilità del corpo e l’impossibilità di conoscere fino in fondo persino le persone che amiamo diventano, nel suo romanzo, il punto di partenza per interrogare non soltanto la propria storia familiare, ma anche la società e le istituzioni chiamate a prendersi cura dei più vulnerabili.
«Sono onorata di aver vinto il prestigioso Premio Lattes Grinzane e sono molto felice che a decretare la mia vittoria siano stati degli studenti, dei giovani lettori», ha dichiarato all’Adnkronos Deck dopo la proclamazione avvenuta nella serata di sabato 17 ottobre al Teatro Sociale ‘Giorgio Busca’ di Alba, in provincia di Cuneo. A decretare il libro vincitore sono stati 400 studenti e studentesse delle giurie scolastiche, provenienti da 25 istituti.
Il suo romanzo “Ann d’Inghilterra” nasce da una vicenda personale: la grave emorragia cerebrale che colpisce la madre Ann e costringe la figlia a confrontarsi con decisioni difficili, con la sofferenza e con le carenze dell’assistenza sanitaria. Ma il racconto si allarga progressivamente, intrecciando autobiografia e finzione, memoria individuale e riflessione collettiva. Perché Ann, donna inglese nata negli anni Trenta, cresciuta in un contesto sociale modesto e trasferitasi poi in Francia, è stata per la figlia una presenza amata e, allo stesso tempo, misteriosa. «Ann, mia madre, è sempre stata “étrangère”», ha raccontato la scrittrice. «Uso la parola in francese perché significa sia “straniera” sia “sconosciuta”. Ed è così che l’ho sempre percepita: una donna che ho amato, ma che non ho mai davvero conosciuto». È da questo enigma familiare che prende forma un libro capace di affrontare senza reticenze alcune delle questioni più difficili dell’esistenza. E di trasformare un’esperienza privata in una domanda che riguarda tutti: come si racconta il dolore senza addolcirlo, e come si può trovare un significato a ciò che, nella vita reale, sembra sottrarsi a ogni comprensione?
In “Ann d’Inghilterra” la malattia viene descritta con grande crudezza, senza attenuare gli aspetti più dolorosi. Una scelta che può aiutare chi ha vissuto esperienze simili a riconoscersi nella storia, ma che potrebbe anche respingere il lettore. Ha mai avuto questo timore? «Se scelgo di affrontare un tema, scelgo di parlarne davvero. Mi pongo la questione di che cosa significhi raccontarlo: significa mostrare qualcosa che colpisce – ha spiegato Deck – Mia madre ha avuto un problema neurologico cerebrale molto importante e, per me, era necessario affrontare la situazione nella sua totalità, senza mascherare nulla. Volevo mostrare un momento della vita estremamente intenso, nella sua interezza e nella sua durezza. È paradossale, perché si tratta di un’esperienza molto dolorosa, ma anche di un momento di intensità elevatissima. Si è consapevoli che, dopo un evento simile, non si sarà più gli stessi. È qualcosa di straordinario, nel senso letterale del termine: un avvenimento che esce dall’ordinario e modifica profondamente la nostra esistenza. Mi rendo conto che questo tema possa respingere qualcuno. Io stessa non amo particolarmente gli argomenti drammatici. Ma a volte sono proprio i temi a imporsi spontaneamente nella nostra vita. Non siamo noi a sceglierli: sono le circostanze a costringerci ad affrontarli. Spero che chi ha vissuto esperienze simili, in momenti diversi della propria vita, possa riconoscersi nel libro e trovare le parole per raccontare ciò che gli è accaduto. Ho cercato di esprimere attraverso la scrittura quelle cose che sono così difficili da vivere nella realtà».
La malattia e la morte sono esperienze universali, eppure spesso restano ai margini del dibattito pubblico, se non quando diventano oggetto di questioni specifiche, come le cure oncologiche, l’eutanasia o il fine vita. Perché facciamo così fatica a parlarne come di eventi naturali della nostra esistenza? «Ho l’impressione che abbiamo perso una parte importante dei rituali collettivi. Si sono progressivamente indeboliti i rituali religiosi e quelli sociali legati alla morte, cioè quelle forme di condivisione che permettevano alle persone di affrontare insieme un’esperienza inevitabile – sostiene Deck – Questo rende la morte ancora più difficile da accettare, perché tendiamo a viverla come un evento individuale, quasi fosse qualcosa che riguarda soltanto noi. Eppure è l’esperienza più naturale che esista. Penso che nelle società in cui questi temi sono maggiormente integrati nella vita collettiva, grazie a rituali condivisi, il rapporto con la morte possa essere diverso. Mi viene in mente il Messico, con il Día de los Muertos, il Giorno dei Morti, una ricorrenza che permette di mantenere il ricordo dei defunti all’interno della vita della comunità. Naturalmente la morte continua a fare paura. Ma mi chiedo se il silenzio con cui la circondiamo ci aiuti davvero a superare questa paura. Non sono sicura che sia così. Forse abbiamo bisogno di parlarne di più, di trovare occasioni per condividere queste esperienze e riconoscerle come parte della nostra esistenza».
Nel suo romanzo la vicenda della madre si intreccia con una rappresentazione molto critica della sanità pubblica francese. Ha avuto modo di capire perché il sistema non riesca sempre a rispondere ai bisogni dei cittadini? E ha potuto confrontare questa esperienza con quella di altri Paesi europei, compresa l’Italia? «Da quello che ho sentito e dalle esperienze che ho conosciuto in altri Paesi europei, mi sembra che le situazioni siano spesso molto simili. Ci sono strutture nelle quali tutto funziona bene, con personale sufficiente e risorse adeguate. In altre, invece, la situazione è catastrofica, come nell’istituto in cui mia madre è rimasta per sei mesi – ha sottolineato Julia Deck – Credo che il problema riguardi un po’ tutta l’Europa. Prendersi cura di persone non autosufficienti richiede molte risorse, ma queste risorse spesso mancano. Di conseguenza, si finisce per operare una sorta di selezione dei pazienti. Durante la pandemia di Covid-19 si è parlato molto di queste situazioni, come se fossero una conseguenza eccezionale dell’emergenza. In realtà, almeno in Francia, dinamiche simili esistono da molto tempo, soprattutto nei reparti di geriatria e di psichiatria. In alcuni casi, i servizi sanitari vengono gestiti come vere e proprie aziende. I responsabili diventano figure assimilabili a manager e le persone rischiano di essere trattate come oggetti, anziché come individui con bisogni specifici, una storia personale e una dignità da rispettare. Mi è sembrato importante fare di questo anche un tema letterario. È un argomento che il giornalismo affronta già, ma la letteratura dispone di tempi più lunghi e permette di esplorare le diverse sfaccettature di una questione, di mostrare come un problema istituzionale si rifletta nella vita quotidiana delle persone. È un tema che trovo interessante da approfondire attraverso la scrittura».
Nel libro lei racconta anche un confronto tra l’assistenza ricevuta da sua madre e quella riservata a sua nonna circa dieci anni prima. È stato questo a farle percepire con maggiore chiarezza il peggioramento della sanità pubblica? «Mia nonna era stata ricoverata circa dieci anni prima per lo stesso problema di mia madre e aveva ricevuto cure completamente diverse. In un decennio ho avuto l’impressione di assistere a un crollo del sistema. Non si tratta soltanto di una questione medica. Il problema è diventato anche amministrativo e organizzativo, come se la sanità fosse stata trasformata in un’impresa – dichiara Deck – Io sono favorevole al servizio pubblico e credo profondamente nel suo valore. Nel caso della mia famiglia, penso per esempio a mia madre: è stato grazie alla scuola pubblica che ha potuto studiare, avvicinarsi alla letteratura e costruirsi una vita diversa da quella che il suo contesto sociale sembrava destinare a lei. Il servizio pubblico può offrire opportunità e consentire alle persone di superare i limiti imposti dalle proprie origini. Per questo trovo particolarmente preoccupante vedere che le istituzioni si indeboliscono e che i servizi fondamentali non riescono più a rispondere adeguatamente ai bisogni dei cittadini. E non credo che sia soltanto un problema francese. È una questione che riguarda tutta l’Europa».
Il libro nasce da una vicenda familiare, ma finisce per interrogare il funzionamento delle istituzioni e le responsabilità della società. Quando ha capito che la sua esperienza poteva parlare anche agli altri? «Molti dei miei romanzi nascono da una sensazione di ribellione. In questo caso, il punto di partenza è stata la delusione nei confronti delle istituzioni e la difficoltà di accettare ciò che stavo vivendo. Ho cercato di raccontare la mia esperienza, ma, mentre lavoravo al libro, ho scoperto che molte altre persone si trovavano in situazioni simili. Questo mi ha fatto capire che forse ciò che avevo vissuto non era soltanto un’esperienza soggettiva – ha detto Julia Deck – La vicenda di mia madre mi ha costretta a confrontarmi con due enigmi: quello della mia famiglia e quello della sanità pubblica. Scrivere mi ha dato energia per affrontarli entrambi. Non ho scritto per metabolizzare il dolore e non credo che la letteratura debba necessariamente avere una funzione terapeutica. Ma la scrittura ha avuto un effetto importante: mi ha permesso di capire meglio quello che stava succedendo. È anche per questo che ritengo importante affrontare questi argomenti attraverso la letteratura. Il giornalismo può descrivere una situazione, denunciare una carenza o ricostruire una vicenda. Il romanzo, invece, può soffermarsi più a lungo sulle contraddizioni, sulle emozioni e sulle conseguenze che gli eventi producono nella vita delle persone».
Il titolo stesso, “Ann d’Inghilterra”, rimanda alle origini della madre. Lei, però, l’ha descritta soprattutto come una donna rimasta misteriosa, quasi una sconosciuta. Perché ha scelto di raccontarla attraverso la scrittura autobiografica dopo cinque romanzi di finzione? «Ann è sempre stata una figura difficile da comprendere. È nata negli anni Trenta, ha attraversato quasi tutto il Novecento, ha vissuto in Paesi diversi, ha cambiato identità sociali e conosciuto molte vite. Eppure è rimasta per me, e per molti dei nostri familiari, una presenza sfuggente – racconta l’autrice – L’ho amata profondamente, ma non sono mai riuscita ad afferrarne completamente l’essenza. Era come un personaggio da romanzo, una persona della quale conoscevo molti aspetti, ma che conservava sempre qualcosa di misterioso. Per questo ho scelto di raccontarla come avrei raccontato un personaggio letterario. Dopo cinque romanzi di finzione, questo è il mio primo libro autobiografico. È stata una scelta quasi trasgressiva, perché fino a quel momento avevo sempre trovato nella finzione una forma di protezione. Inventare una trama, costruire dei personaggi, creare una distanza tra sé e la materia del racconto permette di mantenere una certa sicurezza. Scrivere di sé, invece, significa esporsi. È stato un passaggio rischioso, ma necessario. Non volevo semplicemente ricostruire la vita di mia madre. Volevo provare a capire chi fosse, pur sapendo che la scrittura non avrebbe potuto eliminare ogni mistero». (di Paolo Martini)
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