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Ha fatto a pezzi una donna e l’ha gettata in un lago, ora è una star di TikTok

di Angela Fiore

Quella di Alexander K. è una storia tedesca, che però replica fenomeni che si sono già verificati altrove, anche in Italia, a ridosso dei più brutali femminicidi. E che si tratti di un femminicidio ci sono pochi dubbi: K. è stato condannato e ha anche scontato 12 anni di reclusione, in parte in una struttura psichiatrica e in parte in carcere, per aver accoltellato a morte la 44enne Andrea B. Dopo averla uccisa, secondo quanto ricostruito a processo, l’uomo ha abusato sessualmente del suo corpo, poi l’ha fatto a pezzi con un machete e ne ha buttato i resti macellati nel lago Masch, in tedesco Maschsee, che si trova nella provincia di Hannover, in Bassa Sassonia. Per questo, in Germania, è diventato famoso come “l’assassino del Maschsee”. Che cos’ha di particolare la sua storia? Il fatto che K., uscito dal carcere a maggio di quest’anno, è diventato una star di TikTok e ha fatto del suo capo d’accusa un marchio di fabbrica, iniziando a vendere online t-shirt con la scritta “sono sopravvissuta a un appuntamento con l’assassino del Maschsee”. T-shirt da donna, che vengono acquistate dalle sue fan. Perché Alexander K. ha numerosi e numerose fan. 

E mentre noi saremo costrette a mettere asterischi su parole come “assassino” e “sessualmente” nel condividere questo articolo sui social, “Sash MJ”, come K. si fa chiamare online, può utilizzare tranquillamente il reato che ha compiuto come elemento pop, per conferire al proprio merchandising un tocco “true crime” che aiuti le vendite.

L’assassino del Maschsee, dal carcere a TikTok

Prima dell’arresto per omicidio, K. era quello che si può considerare un soggetto poco integrato nella società. Militante della scena di estrema destra, frequentava la piccola criminalità e aspirava a raggiungere il successo come rapper. I suoi testi erano (e sono) non solo carichi di concetti prossimi alle ideologie di ultradestra, ma soprattutto zeppi di riferimenti violenti e fantasie omicide. Nel 2013, il tribunale di Hannover lo condannò a 12 anni di reclusione, con una prima parte da scontare sotto forma di ricovero in un istituto psichiatrico psichiatrico.

Secondo alcune delle testimonianze e ricostruzioni dell’epoca, a far scatenare la furia omicida sarebbe stato il fatto che la vittima ridesse delle idee estremiste dell’assassino. All’epoca, i giudici stabilirono che K. fosse severamente limitato nella sua capacità di intendere e di volere, a causa dell’abuso di alcol e droghe, che si innestava su almeno due disturbi gravi della personalità. Nel 2021, le autorità ritennero che il condannato non soffrisse più di patologie psichiatriche rilevanti per il diritto penale e che avesse superato la tossicodipendenza e ne ordinarono il trasferimento in un normale penitenziario fino alla fine della pena.

L’approdo su TikTok e l’autocelebrazione come “assassino”

Pochi giorni dopo l’uscita, K. ha iniziato a pubblicare video su TikTok. Nei filmati appare sorridente e dichiara di essere «Non solo sono libero, ma anche pieno di energia». Promuove nuovamente la propria carriera da rapper, rivendica un futuro “senza criminalità né droga”, attribuisce alla vittima la colpa dell’omicidio e al tempo stesso pubblicizza il merchandising nel quale si autodefinisce “assassino del Maschsee” a beneficio del pubblico di TikTok. Sulle magliette compare anche la scritta “Non preoccuparti, il sangue non è mio”. I suoi nuovi brani, come quelli vecchi, contengono riferimenti a fantasie violente e a opinioni di estrema destra: si parla, fra le altre cose, di accoltellare ragazze nei boschi e anche di uccidere chi fa la spia. Ma, soprattutto, Alexander K. promuove il suo libro autopubblicato, Der Maschseemörder, dove ammette: “Ho ucciso quella donna. E mi sono divertito. E se potrò, lo rifarò”.

Il figlio di Andrea B., Julian, ha raccontato, in un’intervista a Stern TV (piattaforma video dell’omonima testata) la rabbia e il disgusto provati vedendo l’account TikTok dell’uomo che ha ucciso sua madre. Ha annunciato di voler agire legalmente per far rimuovere i contenuti, ma finora la piattaforma non ha bloccato il profilo. D’altra parte, in Germania, non esiste nessuna legge che vieti a chi ha scontato la condanna per un crimine di trarre benefici economici o sociali da tale crimine.

Viene da pensare che al legislatore non sia venuto in mente un futuro nel quale l’aver commesso un omicidio potesse diventare veicolo di vantaggio sociale, ma tant’è.

Da ultimo, vale la pena di notare che il rilascio di Alexander K. non è privo di condizioni: per i prossimi cinque anni sarà sottoposto a sorveglianza e seguito da esperti, ad esempio, nella ricerca di un alloggio o di un lavoro. Allo stesso tempo, continuerà a essere osservato e controllato dalle autorità, che potrebbero, per esempio, ordinargli di sottoporsi a test antidroga regolari. Al momento della scrittura di questo articolo, non è ancora chiaro come venga gestita concretamente tale sorveglianza né se gli esperti incaricati di seguire K. siano consapevoli del modo in cui l’assassino del Maschsee sta capitalizzando la propria fama sui social né se intendano intervenire in qualche modo.

Gli assassini superstar

Quello che è certo è che, anche qualora l’account TikTok di K. venisse sospeso, come già era avvenuto con il suo canale Youtube all’epoca dell’omicidio, il problema alla base della sua neo-acquisita fama resterebbe, perché si tratta di un problema nostro, non suo. È un problema che viviamo come società, in un momento storico in cui la finestra di Overton è esplosa, i limiti di ciò che è pensabile sono talmente vasti da non essere neanche più visibili e, di conseguenza, i limiti di ciò che è accettabile includono cose come “essere fan di un assassino vero”. Non un criminale da serie tv, non un cattivo da film, proprio un assassino reale, che ha ucciso perché aveva voglia di farlo, che ha vilipeso e macellato un cadavere e che, dopo, se ne vanta. E basta fare un giro su Reddit (ma ormai anche su Facebook) per capire che gli assassini con più fan in assoluto sono i femminicidi. In Italia, l’episodio più recente riguarda il femminicidio di Sara Campanella, il cui assassino ha ricevuto il plauso e la comprensione di centinaia di utenti online. Prima ancora, l’assassino di Alessandra Matteuzzi era stato idolatrato da migliaia di persone su Instagram, che avevano alternato commenti di solidarietà al femminicida con insulti alla vittima, portando la famiglia della vittima a querelare decine di persone.

Quanto indietro occorrerebbe andare, per trovare le radici di questo fenomeno?

Perché la storia individuale di Alexander K., anche a volerla leggere distrattamente e senza approfondire, un po’ ce lo spiega come ha fatto quest’uomo a diventare un assassino: disagio familiare, instabilità, una vita ai margini della società, in un contesto nel quale i sintomi sempre più evidenti delle dipendenze e i comportamenti antisociali, le fantasie di omicidio e di violenza non venivano mai presi in carico, ma lasciati a marcire fra un “incontro” con le forze dell’ordine e l’altro. Il problema, in questo caso, non è Alexander K (non lo è, ovviamente, ai fini di questa analisi). Sono gli altri. Sono le donne che comprano le sue T-Shirt perché c’è un certo brivido a dire di essere uscita consapevolmente con un assassino, anche se è solo uno scherzo. Sono gli uomini o, peggio, i ragazzi che commentano perché si vedono rappresentati, in qualche misura dal gesto di K., dalle sue idee politiche, dalla sua visione del mondo, delle donne, della società. Sono tutti quegli utenti che lo seguono perché c’è qualcosa di morbosamente emozionante nello spiare la vita di qualcuno che dichiara di aver ucciso una volta, di aver provato piacere e di essere intenzionato a farlo di nuovo.

Tutte queste persone non sono paria della società, non devono rendere conto a nessuno, non vengono seguite dai servizi sociali né tantomeno hanno scontato anni di galera: sono forse adolescenti, studenti e studentesse, oppure professionisti, persone con famiglie normali, vite normali, abitudini normali, che hanno perso completamente la capacità di reagire emotivamente all’orrore (o, almeno, a questo orrore). Il problema sono loro, perché funzionano come una malattia autoimmune della società. Un singolo un agente patogeno in un organismo sano non dura a lungo, viene messo in condizioni di non nuocere. Ma, in un organismo senza difese immunitarie, anche un banale raffreddore può trasformarsi in un problema serio.

Alexander K. non è un banale raffreddore, è senz’altro la manifestazione di una patologia più grave. Il vero problema, però, è il sistema immunitario della società tedesca (e non solo), che non lavora più, non funziona, non protegge. Il sistema immunitario della società tedesca, in questo momento, compra magliette che ridono di una donna uccisa, stuprata, fatta a pezzi e buttata in un lago, in quest’ordine. Il problema non sono i commenti di incoraggiamento su TikTok. Il problema è il rischio di trovarsi gli autori di quei commenti seduti accanto in treno o in fila alla posta, in cabina elettorale o intenti ad andare a prendere i figli all’asilo. E non saperlo. 

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