Fulvio Pinna: “Vi racconto come l’arte sconfisse il Muro”

30 August 2013

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© Marco “Biuto” Vignotto

di Emanuela Barbiroglio

[tutte le fotografie sono di Marco “Biuto” Vignotto]

Fulvio Pinna nasce in Sardegna, a Furtei, nel 1948. La curiosità per una città divisa in due e la sete di libertà che porta con sé fin da ragazzo, lo fanno approdare a Berlino nel 1987. «Andavo contro ogni genere di muro come un ariete», racconta. Lo abbiamo incontrato nella sua galleria nei pressi di Zoologischer Garten, che è anche la casa dove vive con la moglie e il figlio più piccolo.

Potrebbe raccontare ai lettori del “Mitte” la sua storia di artista?
La Sardegna come vedi ce l’ho sempre qua nel cuore (indica una rivista appoggiata sulla scrivania, che pubblicizza mete di vacanze, ndr). In Sardegna ci sono nato, 65 anni fa. Ero abbastanza vispo e creativo da piccolino. Avevo già preso coscienza, volevo fare l’artistico.

Lì ci fu il primo grande muro della mia vita: mio padre. Non ci fu niente da fare e dovetti ripiegare su una scuola dove si faceva anche arte, ma non solo. Mi iscrissi alle magistrali, mi appassionai alla storia e alla filosofia. Si avvicinava il tempo del militare e caso fortunato volle che finissi a Siena. Fu una liberazione perché il capitano era un appassionato amante dell’arte. Mi diede una sala tutta per me e il lasciapassare per entrare e uscire a tutte le ore. A 22 anni tornai a Furtei dove mio padre aveva costruito una casa nuova e finalmente mi aveva riservato all’ultimo piano una stanza per farne quello che volevo. Già ero inserito nel circolo culturale di Cagliari, intanto lavoravo come supplente e qualche quadretto lo vendevo. In più ebbi l’offerta di fare l’assicuratore e funzionava alla grande.

Poi lo spirito indipendente e idealista mi mise con le spalle al muro, un altro. Ci pensai a lungo e alla fine dell’anno decisi di dare un taglio netto. Andai a lavorare a Porto Cervo come manovale, ero l’intellettuale in mezzo a una banda di brava gente, ma ignorante e volgare. Mi dissero che ero sprecato e mi mandarono a Roma il 14 gennaio, proprio il giorno del mio compleanno. Lì iniziai un lavoretto ai mercati generali per mettere insieme i risparmi. Vitto e alloggio li pagavo coi miei quadri. Aprii il mio primo studio nel quartiere di San Lorenzo. Il terreno non mi bastava mai: feci le prime mostre a Firenze, Napoli e Milano. Il successo mi portò soldi e il casolare in campagna, il sogno di tutti gli artisti, alle porte di Roma. Leggevo sempre di questa Berlino. Porca miseria, sembrava interessante. Ma ce ne passava da lì a dire: «Vado».

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© Marco “Biuto” Vignotto

Poi perché è partito? Cosa si aspettava da Berlino?
Come succede tante volte, ricevetti una telefonata, da mio padre: «Un tuo amico delle elementari vuole venire a trovarti. Posso dargli l’indirizzo?». Perché no? Sapevo che lui abitava in Germania, poi scoprii che stava proprio a Berlino. Ci incontrammo e nel giro di un pranzo presi la mia decisione. La chiave fu essere nel posto giusto al momento giusto. L’arte che facevo io era un po’ insolita nella patria dell’espressionismo e prese piede.

Volevo vedere ‘sto muro. Mi metteva in crisi. Volevo capire come avessero potuto innalzare un muro che divideva le persone della stessa città. Ai miei occhi era un’animalità. Dovevo digerire questa storia che mi faceva sentire male.
Inoltre, mi scontrai con la leggerezza degli pseudo-artisti del mondo occidentale che andavano a dipingere il lato Ovest del Muro. Era il riflesso della troppa libertà, che non conosce rispetto per chi soffre, mentre dall’altra parte la libertà era ciò che mancava.

Io presi un’altra strada: durante l’estate trascorsa in Italia, realizzai una scultura che rappresentava il Muro aperto con la forma di un arco di trionfo. Era una provocazione, già in fonderia me lo dissero. Mi dovetti imporre perché a Berlino non volevano esporla, temevano ripercussioni.

Com’era l’atmosfera alla vigilia del crollo del Muro? E subito dopo?
La Nixdorf Computer mi organizzò una grande mostra nell’ottobre ’89. Era proprio quando si iniziava a mormorare qualcosa. C’erano voci in giro, un giorno si diffondevano e il giorno dopo venivano smentite. Il 7 e l’8 novembre i bisbigli si intensificarono.

Finché il 9 arrivò la bomba: senza pensarci due volte, presi la scultura del Muro, andai a Brandenburger Tor. Lì c’erano già le televisioni di tutto il mondo. Anche dopo, sul lato ovest c’erano le torrette con i mitra e la strada minata. Ti sparavano, non potevi passeggiare vicino al Muro come adesso. Quando io per dipingerlo passavo dal check-point a Kreuzberg con la macchina, i poliziotti all’inizio pungevano i sedili con gli spilloni.

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© Marco “Biuto” Vignotto

A chi venne l’idea di farne un grande murale? Come andò la vicenda dell’East Side Gallery?
Allora il Muro era grigio con quadroni bianchi, inavvicinabile. «Ci darei una bella spalmata di colore», dissi durante un’intervista. Questa cosa ha incuriosito e nel febbraio del ’90 ho ricevuto l’incarico ufficiale di aprire i lavori. Essendo il primo, scelsi un posto che un domani potesse essere il più visto possibile: i primi segmenti vicino all’Oberbaumbrücke, che allora era chiuso.

Adesso il primo risulta un  altro perché quando hanno cominciato a venire pittori da tutto il mondo che piano piano hanno dipinto altri pezzi, questo artista indiano mi chiese di lasciargli l’ultimo libero che avevamo riservato per scrivere i nomi degli autori. Era un lavoro su commissione ma fui io a consigliare, per evitare che venisse fuori una porcheria, un tema a  cui gli artisti dovevano attenersi: la libertà.

Cosa significava l’Inno alla gioia?
Scrissi per ultima la poesia, alla fine dei lavori. Stavo attento alle reazioni e sapevo che in fondo alcuni tedeschi avrebbero preferito eliminare il Muro e far finta che non fosse mai esistito. Rischiai comunque e passai settimane di paura, finché un quotidiano di allora pubblicò su un’intera pagina a caratteri cubitali le parole della mia poesia. Quella fu la rottura completa: ero riuscito ad aprire le menti, a provocare un dibattito, a far nascere una discussione.

Quando fu il momento di restaurare il dipinto, io ne feci proprio uno nuovo su cui trasferii tutte le riflessioni che avevo accumulato in vent’anni: l’ho arricchito moltissimo e ho lasciato solo la sirena che si porta via la dittatura, legata alla coda. Poi ho tradotto la poesia in inglese perché sapevo che era un’occasione unica per farsi conoscere in tutto il mondo.

Cosa pensa di quello che sta succedendo con il processo di Gentrificazione? C’è un rischio reale per l’East Side Gallery?
Per vent’anni fu abbandonata.Gli altri artisti volevano restaurarla, ma si trattava di un’opera pubblica che avevamo regalato a Berlino. Se i politici fossero stati sensibili al messaggio che noi avevamo voluto dare, avrebbero dovuto fare di più. Se invece avesse dominato il menefreghismo, l’East Side Gallery sarebbe crollata.

E infatti l’anno scorso c’è stato il tentativo di abbatterla. Ma noi ci siamo mossi e la cosa è momentaneamente bloccata. Il Governo dà la colpa al Comune e il Comune ad altri e insomma hanno tirato giù due segmenti e hanno dato l’incarico a questo qua di costruire. Brutti animali, dico, come fanno a permettere di creare un polo di lusso lì dove la gente è morta? Comunque per adesso non si è fatto ancora niente.

Avevamo fatto uno sforzo immenso e costoso, perché non farne un altro e non metterci un plexiglass per proteggerlo dai graffittari? Non tutti i berlinesi capiscono l’importanza strategica, turistica, del Muro. Ecco perché c’è il rifiuto a prendersene cura o a metterci un tunnel a pagamento per esempio.

Qual è il suo murale preferito fra gli altri?
Fra tutti quelli che hanno rispettato il tema, quello di Dmitrij Vrubel (quello del bacio tra Brežnev ed Honecker, ndr). All’ingresso ho un grandissimo ritratto mio fatto da lui che mi ha regalato. C’è scritto: “Mi trovo bene in compagnia di quest’uomo”. La ragazza mi disse: «Erano anni che non lo vedevo ridere, con te ha iniziato di nuovo a divertirsi».

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© Marco “Biuto” Vignotto

Come è cambiata Berlino negli anni che lei ha trascorso qua? La super-affluenza di artisti è un bene o un male? Il mercato è ormai saturo o secondo lei l’arte non è mai troppa?
25 anni fa quando arrivai, cominciai a lavorare realizzando quadri per i ristoranti finché pian piano non ho riempito la città di opere mie. La chiave di svolta fu la scultura “Sofia” per il premio Bacco. Berlino era ricca quando aveva tre eserciti di occupazione. In quegli anni molti italiani diventarono miliardari aprendo locali e pizzerie, io stavo comprando un loft a Wedding e arrivavano artisti da tutto il mondo. Ma bastò poco perché le cose cambiassero.

La gente arrivava a frotte e io sopravvissi al marasma delle crisi perché mi ero creato il mio giro. Nel 1998 c’è stata la prima, poi un’altra nel 2003. M’imposi con l’arte leasing, ma anch’io soffrii quando i ristoranti iniziarono a servire meno cibo in tavola e a perdere clienti. Per me male non andava, ma benissimo nemmeno. Incontrai un importante industriale un anno dopo il suo grande successo che mi disse: «Katastrophe! Katastrophe!». Tutti venivano qua sperando di arricchirsi, ma così non era.

Un altro pezzo grosso di Milano aprì una galleria credendo di fare facilmente affari. Ma qua non c’è la stessa mentalità che c’è in Italia e non ci sarà mai. Per colpa di Martin Lutero. Il punto di incontro per millenni è stata la chiesa. Qua avranno le macchine lucenti, però non c’è senso estetico.

Qual è il messaggio che lei intende trasmettere? Un conto è dipingere un enorme muro nel bel mezzo di una capitale, ma si può fare un lavoro “politico” anche con la scultura?
Ci sono ancora molti muri da abbattere nel mondo, di un’assurdità incredibile. L’arroganza e l’egoismo vanno combattuti. Bisogna stare attenti, mettersi in movimento. Mio figlio un giorno potrebbe chiedermi come siamo arrivati a un certo punto di collasso, perciò cerco di camminare in un’altra direzione.

Io non faccio arte per arte, non è solo commercio di bellezza, di soldi ne ho avuti abbastanza. Mi interessa invece un messaggio politico, umano, filosofico. Ed è possibile con ogni forma d’arte, solo che è scomodo. Chi vuole avere a che fare con queste cose? A volte qualcuno telefona dicendo che mi sono allargato un po’ troppo, ma se è vero che siamo liberi io parlo e dico la mia.

Se ci sono persone che si prostrano per cose a cui non dovrebbero, c’è qualcosa da correggere. Allora ben vengano le piccole iniziative come la vostra che, invece di essere un canale ufficiale che risponde a certe iniziative padronali, smuove le cose dal basso.

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