Da “Schadenfreude” a “Zeitgeist”: le parole tedesche intraducibili in italiano

18 October 2012

Share Button

di Miriam Franchina

Tutto cominciò quando, sotto la canicola, in coda per raggiungere il mare, mio papà si fermava per una tappa ristoratrice. Sui tovagliolini dell’autogrill “buon appetito” era inevitabilmente tradotto in varie lingue, fra cui il confortante “guten Appetit”. Semplice, tanto da non richiedere alcuna contorsione linguistica per tenerlo a mente. Poi, arrivata in Germania, ho dovuto congedarmi dall’espressione che mi ricordava le vacanze dell’infanzia e rassegnarmi a Mahlzeit. Tecnicamente significa “tempo del pasto”, in realtà si usa per augurarsi il buon appetito. Per tutta risposta, si ripete “Mahlzeit” e ognuno può avventarsi sulla propria razione.

Del resto, tutto quanto ha a che fare con la scansione del tempo sembra essere corredo dello stereotipo teutone, un po’ la Weltanschauung di questo popolo. Fra i banchi del liceo ci siamo imbattuti più o meno tutti in questo vocabolo dall’affascinante doppia U, e un docente più o meno convincente ci ha sempre scomposto la parola letteralmente in “visione del mondo”. Il concetto è filosofico, indica una concezione collettiva, non propria di un solo individuo. Per voler ripescare un’altra espressione che durante le interrogazioni è un passepartout di un certo pregio, è la “forma mentis” di una nazione, di un partito.

Del resto nelle ore di filosofia, siamo inciampati a turno anche nello Zeitgeist, che io, naïve, associavo al più vivace e simpatico Poltergeist. Si tratta, invece, dello “spirito del tempo”, non un peculiare essere immaginario, ma la tendenza culturale di un epoca, quasi ad indicare l’essenza di un periodo storico.

Quando invece si parla di una tendenza ricorrente in un contesto più pragmatico, che sia un discorso o un’opera, allora è bene lasciare le latitudini iperuranee e far ricorso ad un altro termine tedesco, il Leitmotiv, nato in contesto musicale come “motivo trainante”.

Ad esempio, farsi una birretta serale è un leitmotiv del Feierabend. A dispetto della combinazione (sera feriale), non si tratta di una sera di un giorno di vacanza, bensì è il riposo quotidiano dopo le ore lavorativo. Insomma, augurare un  buon Feierabend equivale ad augurare uno stacco netto dai crucci professionali, e non è male (seppur poco realistico) pensare che ogni sera equivalga un po’ ad una festa.

Se Berlino offre innumerevoli opportunità per rendere ogni sera un po’ speciale, anche la Zweisamkeit è un’opzione da contemplare. Tentando il neologismo di “dueitudine”, è la perfetta armonia a due, di norma di coppia, l’ideale che i genitori tedeschi tornano ad inseguire una volta che i rampolli sono tutti fuori casa (e questo, statisticamente, dà loro dai 10 ai 15 anni in più per il tentativo rispetto agli omologhi italici).

Per chi non avesse a disposizione un partner, niente Torschlusspanik: è il panico dell’ultimo momento, di quando “la porta si chiude”: a Berlino svariati party per gli Ü30 (über 30), blind date, case delle coccole aprono i loro battenti per fugare questa paura. Pare indicasse in origine l’ansia di chi, nel Medioevo, restava chiuso fuori dalla città fortificata, in preda di banditi, oscurità e bestie feroci. Anche qui a Berlino, questo concetto, in fondo, astratto, ha un risvolto molto concreto: in ossequio al rispetto per la puntualità, spesso le porte di bus e tram si chiudono senza scrupolo sui passeggeri dell’ultimo minuto.

Saltare a bordo della metro è un’azione sempre scandita da un perentorio “Einsteigen, bitte”. E a salire a bordo è anche un Quereinsteiger, che anzi proprio si mette di traverso (Quer= di traverso, Einsteiger= salire): è chi si inventa un lavoro, un newcomer professionalmente parlando, che lascia tutto per un nuovo ambiente, o che ne è obbligato dalle infauste circostanze.

Per chi proprio non sapesse come sbarcare il lunario, in corner si può tentare raccattando bottiglie vuote un po’ dove capita: la concorrenza è spietata, ma la caccia al Pfand qualche spicciolo lo può sempre portare. E basta fare un paio di volte la spesa in Germania per familiarizzare con il deposito che si paga su bottiglie di plastica e vetro, incentivo al riciclo e, tutto sommato, anche all’autostima: buttando un vuoto per strada, non ci si sente più colpevoli, ma anzi quasi magnanimi rinunciando a qualche centesimo per lasciarlo a chi ne ha bisogno.

Magari, per i più sadici, gettare uno sguardo a chi sta peggio di noi può perfino suscitare una certa, compiaciuta gioia. E benchè siano i tedeschi ad ammettere che “Schadenfreude ist die schönste Freude, denn sie kommt von Herzen” (la Scahdenfreude è la gioia più bella, perché viene dal cuore), un’occhiata al web disvela che tante sono le lingue che hanno una traduzione specifica di questo infausto concetto. Non la nostra, anche se, pensandoci bene, un ghigno quasi mefistofelico mi distorce il volto, quando mi beo perchè fra le parole che esportiamo noi senza possibilità di traduzione c’è “pizza”.

Share Button