di Riccardo Coradeschi

“Ah figo, ho sentito che la scena techno lì è fantastica!”
“Ma davvero ci sono un sacco di possibilità per il lavoro?”
“Ci sono stato una volta in vacanza, mi ha cambiato la vita.”
“Guarda stavo pensando di trasferirmi lì anch’io, il milieu artistico è molto vitale”

La cosa migliore di vivere a Berlino, quando si torna in patria, è che sembra essere uno status symbol a tutti gli effetti.
L’interlocutore, chiunque esso sia, sembra sempre trovare qualcosa di interessante in questa città. I più arditi si lanciano in un paragone con la città di una volta, e ognuno fa a gara per portare più indietro l’età dell’oro. I primi anni 2000, il dopo-Muro, le due Germanie, tutto era sempre più autentico, più interessante prima.
Al momento non mi è ancora capitato di sentire commenti su quanto fosse bella Berlino nel ‘39 o ai tempi di Federico il Grande, ma non escludo di trovare qualche nostalgico filo-prussiano, pare si nascondano nei luoghi più improbabili.

Berlin photo

Sembra che la città sia un’enorme macchia di Rorschach: dimmi cosa ci vedi e ti dirò che tipo di berlinese sei. Quando ci si vive da un po’ di anni è naturale iniziare a catalogarne gli abitanti, come un novello Linneo a caccia di nuove e stimolanti specie, dal vegano che soffre di Ostalgie alla maîtresse latinista. I berlinesi sono frammentati, poliedrici, volutamente contraddittori.

La città ha quest’aria di tendenza, una patina di attualità che è difficile trovare altrove, e che è così facile prendere per vera. Viene dipinta come la città perfetta per reinventarsi, per seguire i propri sogni, per essere unici. D’altra parte non è possibile entrare in un pub berlinese senza incontrare 4 poeti, 7 fotografi, 2 attori ed una decina di autori impegnati.
Tutti unici, ovviamente. Non a caso Berlino è una città con migliaia di artisti ed una carenza cronica di infermieri.

hipster photo

Non tutti durano: le giornate uggiose logorano le aspirazioni, la routine quotidiana è troppo lontana dalla vita da bohème del tutto indispensabile alla creazione artistica. A volte si fanno i bagagli e si riparte, a volte ci si perde in un lavoro in una start-up, supremo tradimento dello spirito creativo. Eppure si continua a sognare, a raccontare di Berlino e delle sue infinite possibilità, forse per attirare nuovi sognatori da sacrificare sull’altare della capitale del momento.

Io stesso arrivai a Berlino tragicamente impreparato, ingenuo ma non imberbe, nel lontano settembre del 2012. La mia conoscenza della città si limitava a quanto visto durante una gloriosa vacanza post-maturità, e se possibile la mia conoscenza della lingua era perfino inferiore. Gradasso ed ottimista mi dissi che avrei imparato in fretta il tedesco, trovato un lavoretto e magari fatto un master qui. Di questi tre obiettivi solo due sono stati realizzati (per il tedesco seguo la scuola di Trapattoni), e solo dopo parecchio tempo. In compenso, da buon berlinese, sento di aver raggiunto altri traguardi importanti:

ho mangiato più kebab di quanti ne vengano venduti annualmente nell’intera provincia di Padova
– sono finalmente riuscito a capire quali sono i quartieri “in” e quelli “out”, ora prego solo che la gentrificazione non sputtani i miei sforzi
– ho assaggiato l’immondo orrore che si ostinano a spacciare per prosecco tedesco
– ho perso il saluto di tutti gli amici veneti per aver assaggiato il suddetto pseudo-prosecco
– sono riuscito a portare mio nonno a Berlino senza che sentisse la necessità di imbracciare un Carcano

Photo by wstryder

Poi, siccome sono unico pure io, ho provato a scrivere in qualsiasi genere, all’appello mancano solo l’haiku ed il racconto soft-core.
Dopotutto la versatilità è la prima dote necessaria al berlinese, povero ma sexy: per vivere a Berlino, come per la povertà ed il sesso, è fondamentale sapersi arrangiare.