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di Lucia Conti

L’arte è un ambito di cui ci siamo sempre occupati con piacere e di cui vogliamo occuparci sempre di più. Recentemente abbiamo intervistato Roberto Contini, curatore della Gemäldegalerie, importante museo di Berlino che si trova all’interno del Kulturforum e custodisce una delle raccolte più importanti del mondo, con opere di artisti europei che si collocano tra il XIII e il XVIII secolo. Tra gli artisti esposti Botticelli, Raffaello, Caravaggio, Tiziano, Antonello da Messina, Van Eyck, Rembrandt, Rubens, Vermeer e molti altri.

Buongiorno dottor Contini, lei è il curatore di uno dei musei più importanti di Berlino. Quando ha ricoperto questo ruolo?

Dall’agosto del 2000. Quando mi sono trasferito i miei amici si sono stupiti, perché in precedenza avevo già un posto nell’amministrazione delle Belle Arti in Italia, ero nella Soprintendenza ai beni artistici e storici del Piemonte.
Quando ho saputo che era stato bandito un concorso per un posto da curatore della pittura italiana del ‘500 al ‘700 a Berlino, ho provato, ed è andata bene. Ho preso un anno di aspettativa e alla fine sono rimasto lì.
Per me è stata una sorta di compensazione, perché ho passato la mia vita in Italia, ma avevo anche una famiglia tedesca, mia madre era tedesca e avevo i nonni in Germania. Quindi per me la Germania non era un luogo oscuro e ignoto.

Come si svolge la sua attività?

Il curatore ha numerose mansioni, la principale è occuparsi della fetta della collezione che gli è stata data in consegna e quindi, per quanto mi riguarda, della pittura italiana dal ‘500 al ‘700, ma anche di pittura spagnola dello stesso periodo e di una parte della pittura del ‘600 francese.
I miei compiti riguardano l’allestimento, ma mi occupo anche di sanare le mancanze che si creano quando alcuni dipinti sono chiesti in prestito e dei prestiti stessi, dando il benestare e concertando la mia decisione con quella del capo restauratore e del direttore.
In realtà il mio è un full time job che mi porto dietro anche oltre l’orario di ufficio, soprattutto per quanto riguarda le operazioni di contatto.

Un museo deve inevitabilmente confrontarsi con la necessità di ottenere dei finanziamenti. Come gestisce questo aspetto?

Quando i finanziamenti mancano, sono molto favorevole a organizzare mostre anche di non grande richiamo, ma che attingano alle nostre collezioni.
Questo anche per dimostrare quanto universale sia questa galleria, che continua a fare ricerca anche con pochi mezzi, che è quello che un vero museo dovrebbe fare, al di là della semplice cura delle opere esistenti.

Una precisa scelta di stile, la sua…

Diciamoci la verità, alcune mostre sono fatte per fare cassetta. Pensi a questa spaventosa fioritura delle mostre su Caravaggio, che sono sempre in giro. Questo innesca grosse forze economiche, che danno gettoni di presenza e per chi è in crisi di finanziamento lo sponsor esterno è appetibile. Questo però non proprio il massimo…

Ha riscontrato questa tendenza anche in Italia?

Non per lodare il mio Paese d’origine, ma in Italia si cerca di valorizzare il genius loci del piccoli centri, c’è una grande attenzione al cosiddetto campanile e questo fa sì che si scoprano dei risvolti della storia dell’arte che erano noti soltanto in ambito locale.

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Quindi, per sintetizzare, possiamo dire che il suo intento sia non tanto quello di puntare sulla mostra itinerante o sul grande evento ospitato, ma sulla riscoperta delle vostre risorse

Questa è a mio avviso la cosa più giusta da fare. Poi ovviamente bisogna essere realisti, non siamo una “ciurma” molto popolosa, anche il dipartimento di restauro ha recentemente perso due persone non ancora sostituite, quindi non c’è la possibilità di fare molti interventi e spesso dobbiamo avvalerci di esperti esterni, che comunque costano. Quando tutto funziona, a mio avviso si può organizzare un’ottima mostra anche con 15.000 o 20.000 euro.

Qual è stato il progetto che le ha dato maggiori soddisfazioni?

Ora devo contraddirmi, ma il progetto che mi ha gratificato di più è stato la mostra che abbiamo organizzato nel 2016 e chiamata “El Siglo de Oro”. In quell’occasione abbiamo presentato una bellissima selezione di arte spagnola del ‘600, quindi abbiamo coperto tutto il secolo con opere di pittura e scultura e siamo anche riusciti ad avere prestiti fenomenali.

Al secondo posto citerei una mostra che però, sfortunatamente, ha avuto pochissimo successo, anche perché a Berlino non c’è tutta questa conoscenza degli old masters.
Si trattava di una mostra organizzata in collaborazione con Roma su Sebastiano del Piombo, amico di Michelangelo e rivale di Raffaello, un grandissimo artista che si divide tra il polo veneto e quello romano. Siamo riusciti ad allestirla in modo molto bello e con l’aiuto di un bravissimo architetto, ma in tre mesi abbiamo avuto 25.000 spettatori, che è poco o nulla.

Photo by Olivier Bruchez

Un vero peccato…

Spesso queste mostre lungimiranti, che hanno anche lo scopo di istruire un po’ il pubblico, non vengono favorite o finanziate perché non sono troppo frequentate. Di conseguenza un museo deve viaggiare con grandissimi nomi: Rembrandt e Botticelli, per intenderci, hanno successo, mentre se si organizza una mostra di grande livello, ma con nomi meno noti al pubblico, non ci si può aspettare un grande riscontro.

Mi viene spontaneo chiederle ancora se abbia riscontrato gli stessi meccanismi anche in Italia…

In Italia questo capita meno, perché c’è una maggiore conoscenza o curiosità verso l’arte, anche da parte del pubblico meno esperto. Ci sono comunque anche investimenti adeguati, che aiutano l’operazione.
Per esempio la stessa mostra su del Piombo di cui le parlavo, a Roma, anche grazie a dei finanziamenti privati, è stata promossa in tutti i modi. In quella circostanza tutti i muri di Roma sono stati tappezzati di immagini di Del Piombo ed è chiaro che questo aiuta, perché purtroppo la pubblicità è l’anima di tutte le operazioni commerciali, anche quelle a tema artistico. E infatti loro hanno avuto 100.000 visitatori e noi solo 25.000 ed è una proporzione ridicola.

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Le vengono in mente altri esempi di questo tipo?

Un mio amico ha fatto una mostra su Rogier van der Weyden, uno dei grandi fiamminghi del Rinascimento, ed è stata allestita prima a Francoforte e poi a Berlino. A Francoforte ha avuto molti soldi per la pubblicità ed è andata molto bene, a Berlino no e abbiamo avuto solo 40.000 visitatori per un artista fantastico.
Questo mi irrita, perché io non sono stato cresciuto come fundraiser o esperto di marketing e mi prudono le mani quando vedo spendere 100 o 200 mila euro in pubblicità, quando si potrebbero investire per avere altre opere in prestito o curare meglio altri aspetti della nostra attività o per realizzare un catalogo più opulento. Purtroppo è necessario e quindi siamo obbligati ad occuparci anche di questo aspetto effimero.

Quali mostre avete organizzato recentemente?

Abbiamo organizzato una mostra su un artista francese che nessuno conosce, Guillaume de Marcillat, un mastro vetraio che tuttavia è stato il primo maestro di Vasari, quindi non proprio ininfluente e noi abbiamo una delle sue due opere superstiti. Abbiamo quindi esposto questo dipinto, “La disputa sull’Immacolata Concezione”, che si era visto solo per una decina d’anni prima della guerra, negli anni trenta, e in seguito era stato relegato nei depositi, dove è stato danneggiato. È stato quindi restaurato e noi lo abbiamo proposto in tutta la sua bellezza stravagante, con Eva completamente nuda e il serpente che la tenta. È un’opera che è stata vista con grandissima curiosità e che abbiamo collocato nella sala del ‘500 veneto, abbinando de Marcillat al suo allievo Vasari.

Photo by Olivier Bruchez

Vengono molti italiani a visitare la Gemäeldegalerie?

Per paradosso potrei dire che vengono più italiani che tedeschi, anche se non vorrei essere cattivo… comunque gli italiani vengono soprattutto d’estate, c’è una presenza molto forte.

L’italiano a Berlino, quindi, si interessa all’arte, possiamo dirlo?

Assolutamente. Vedo gruppi interi, famiglie con figli giovani o piccoli e in un museo che non è normalmente frequentatissimo è una cosa che spicca. Sono una presenza molto fedele. I tedeschi e berlinesi in particolare credo che vadano più volentieri a vedere l’arte contemporanea o la loro arte nazionale.

Photo by Olivier Bruchez

Vuole consigliare ai nostri lettori qualche opera particolare del museo?

Io credo che la Gemälde meriti di essere visitata in relazione alla sua collezione permanente più e più volte, perché vederla tutta in una volta, in un paio d’ore, rischia di creare confusione, si potrebbe non ricordare più niente, alla fine.
Oppure si potrebbe visitarla una volta tutta e poi studiarsela a settori, magari un giorno approfondendo gli italiani o una parte degli italiani, un altro giorno i fiamminghi… c’è moltissimo da scoprire.

Ci sono mostre attualmente visitabili che desidera consigliare?

C’è una piccola mostra deliziosa organizzata da un mio collega e nostro specialista di pittura antica tedesca e fiamminga che consiglio vivamente. È su un pittore francese, Jean Fouquet, uno degli astri del rinascimento, ed è stato riunito per la prima volta il dittico di Melun, di cui abbiamo la metà sinistra. L’altra viene da Anversa e l’abbiamo avuta in prestito. Verrà esposto anche un medaglione con l’autoritratto su smalto di Fouquet. Chi vuole venire prima di Natale o subito dopo, credo che la mostra duri per tutto gennaio, vedrà una cosa piccola, ma sensazionale.

E per quanto riguarda gli obiettivi più a lungo termine?

Abbiamo una joint venture con la National Gallery di Londra, che porterà a Berlino, nel marzo del 2019, una mostra su Mantegna e Giovanni Bellini, due grandi maestri del nostro rinascimento padano.

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